Rivolta metafisica nel Ponzio Pilato (1961) di Roger Caillois

Roger Caillois, Ponzio Pilato

Con questo piccolo racconto, Caillois affronta le tensioni morali di Ponzio Pilato, dal momento del arresto di Gesù fino al giudizio. In qualità di procuratore deve decretare: salvezza o condanna a morte. Tra i due estremi non c’è alternativa.

Pilato è uomo debole, per nulla coraggioso. Così appare nel racconto, quasi nella forma dell’auto-denuncia, fin dall’inizio e senza giustificazione. Basterebbe vagliare la vulgata sul personaggio per averne una simile rappresentazione. Ma non è su questo tratto che Caillois si concentra, bensì su quello più umano: prendere una decisione, avere la responsabilità di una scelta. Il dubbio rode Pilato. Politicamente, egli vuole contrastare l’iniziativa di Caifa, personalità di spicco tra i giudei, che prova particolare disprezzo nei confronti di questa religione, troppo ostile alle altre; ma vuole anche dare un segno della presenza dell’autorità in una regione che poco interessa la capitale Roma, e alla quale Roma stessa sembra aver fatto delle concessioni dopo piccole scaramucce simboliche, provocate dallo stesso Pilato. I giudei non sono un popolo ribelle; anzi, gli argomenti di Caifa per convincere Pilato a condannare a morte Gesù, o a consegnarlo nelle mani dei giudei, ossequiano l’alta autorità romana. E a Pilato non importa esercitare un controllo severo del territorio.

La questione si sposta su di un altro piano, l’autorità romana come autorità filosofica e intellettuale su di un territorio attraversato da varie correnti spirituali e forme irrazionali di pensiero. Ciascun capitolo segnala un incontro, un momento di confronto e uno spunto di riflessione per Pilato. Innanzitutto con Caifa e Anna, che chiedono la condanna a morte di Gesù. Pilato rifiuta, afferma che prima deve esaminare la faccenda. Poi il sogno di Procula, moglie di Pilato, che questi giudica niente più che una superstizione. Quindi il confronto con Menenio, consigliere, rappresentante della fredda ragion di Stato, il quale espone una strategia che il Pilato “reale” effettivamente eseguirà: lavarsi le mani in pubblico della questione, consegnando Gesù agli ebrei che ad alta voce ne chiedono la condanna a morte, e chiedono la grazia per Barabba. Questo Pilato della tradizione è degno rappresentante del pensiero relativista.

Infine vi è il dialogo con Giuda, dipinto come un pazzo. Giuda dice di aver agito non per coscienza ma perché mero strumento divino. Rivela, inoltre, che anche il procuratore, non può non condannare Gesù a morte. Anche lui è mero strumento divino, mezzo per conseguire il fine: redimere gli uomini dei loro peccati. Perché questa storia faccia il suo corso, sono necessarie due figure: il traditore, Giuda, e il vile, Pilato.

Giuda è emissario della ragion divina, della religione come forma del destino, all’uomo imperscrutabile. L’interrogatorio di Gesù sembra condurre Pilato lungo la via tracciata da Menenio. Pilato non riesce a giudicare Gesù colpevole, lo considera quasi un povero esaltato. In realtà, agisce secondo il dubbio che possa esistere un sovrannaturale. Da stoico, Pilato pensa che il mondo divino sia una necessità per gli uomini, ma che si tratta di qualcosa che non esiste. Ora, come comportarsi di fronte alla richiesta di non intralciare il suo compiersi, in un senso, quello di Caifa, che consiste nel “ritorno indietro”, e in un altro senso, quello di Giuda, che invece consiste nel dispiegarsi negativo-positivo della Verità che si rivela?

Pilato si reca dall’indovino Marduk più per passatempo e gioco che per un serio interrogatorio sulle sorti sue, dell’uomo arrestato e di tutta l’umanità. Si tratta forse del capitolo più importante del racconto. Marduk opera una sintesi di ragion di Stato e ragion divina, di realismo e teologismo. Davanti a Pilato, srotola il futuro. I tratti del tempo che verrà non sono che, per noi, il tempo che è stato, la storia. Nel gioco della rivelazione, si tratta di storia rivolta dal presente al passato, della storia universale. Ecco, di nuovo, la forma del destino, questa volta nelle vesti complementari della teleologia: non più ciò che Pilato non può non fare e deve fare, ma ciò che Pilato, facendo, fa accadere. Il progetto imperscrutabile è prescritto in ogni particolare. E tutto regge sull’atto che compirà Pilato: lavarsi indifferente la mani in pubblico e consegnare Gesù ai suoi carnefici.

Roger Caillois

È come se, dunque, di fronte a ciò che è superiore ed eterno, l’uomo, qualsiasi uomo, non fosse che mero strumento. L’uomo è sovrastato dal destino, non è che effetto del suo inesorabile tragitto. Per Pilato sarebbe come trovarsi tra coloro che, soldati di Cortez, non possono tornare indietro, e sono costretti ai massacri, alle violenze perpetrate dai conquistatori del Nuovo Mondo. Chi declina ogni responsabilità si fa portatore della più vasta irresponsabilità possibile. Nella costrinzione di non poter scegliere ma di solo eseguire, il soldato si sente legittimato per tutto ciò che può compiere. Ma per Pilato ciò significherebbe soltanto la giustificazione, in un quadro storico e religioso definito secondo il tracciato “futuro”, del suo atto come il solo che fosse possibile. Non legittimazione di ogni possibile irresponsabilità, ma legittimazione di un unico e irripetibile atto.

Dopo l’incontro con Marduk, Pilato è solo, in camera di consiglio, a deliberare sulla sua decisione. La questione politica è del tutto in secondo piano. Emergono i problemi metafisici. È possibile scegliere un atto, controvoglia, solo perché questo è dovuto per ragion di Stato e per ragion divina, nonché per quella strana ragione temporale che vuole che gli eventi tutti, concatenati in successione, abbiano un senso, conferito dall’alto, e che è quello che può essere chiamato Spirito del Tempo? Si può compiere un atto non ragionevole solo perché gli uomini, gli ebrei in nome della religione e i romani in nome dello Stato, lo invocano? È possibile tutto ciò anche se colui che potrebbe compiere quell’atto è conscio che ciò che è divino e ciò che è di Stato non è che qualcosa che gli uomini hanno creato, ma che ha talmente avvinto gli uomini che la loro ragione, nonché forse la loro vita, non può non essere al servizio della religione o dello Stato?

Contro tutto questo Pilato compie la sua rivolta metafisica. Decidere con umana ragione, prendere una scelta e tutto il carico di responsabilità per questa scelta, contraria alla ragion divina, alla ragion di Stato, libera dallo Spirito del Tempo. Pilato proclama l’innocenza di Gesù e la sua scarcerazione. Avrebbe voluto dire “tutto è compiuto”, trovarsi di fronte al fatto già compiuto. Invece, da persona priva di coraggio, ma colma di pensieri, non può non dubitare sulla forza delle ragioni che dipendono dalla ragione umana, ma che, sovrastando questa, costringono gli uomini a compiere atti contrari al senso di Giustizia.

La rivolta metafisica è in grado di modificare il senso e il corso della Storia. Il grido di Giustizia, in nome della ragion umana, s’innalza contro la forza della ragione sovraumana. In questo, però, si annida il tragico paradosso di tale rivolta: è possibile compierla solo conoscendo prima il corso della Storia, perché si tratta proprio di procedere in direzione opposta, o soltanto differente, da quell’unica direzione tracciata. La rivolta metafisica, della libertà contro la necessità, resta pur sempre “metafisica”. La si può riconoscere in tutti quei casi in cui gli uomini non hanno accettato di sacrificare la libertà in nome della necessità, la ragione umana in nome della ragion di Stato o della ragion divina.

Non bisogna considerare costoro dei “martiri per la libertà”. Non è il sacrificio il loro tratto distintivo. Roger Caillois non ha scritto il Ponzio Pilato nella forma della Passione, ma del dubbio tormentato su tutto ciò che eccede la ragione umana. Il Ponzio Pilato è il tortuoso cammino della ragione umana contro tutte le chimere che cercano di invaderla, della ragione che cammina nel tempo munita della flebile lanterna di cui dispone: il dubbio.

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