Stig Dagerman Il nostro bisogno di consolazione

Un breve testo pubblicato nel 1952. Poche pagine, di meditazioni fulminanti, profonde, senza giri di parole. Una scrittura sincera, come quella di Dagerman, dove ogni frase meriterebbe di essere sottolineata.

Che cos’è la consolazione? Si può cominciare dalla fine:

Il mondo è dunque più forte di me. Al suo potere non ho altro da opporre che me stesso – il che, d’altra parte, non è poco. Finché infatti non mi lascio sopraffare, sono anch’io una potenza. E la mia potenza è temibile finché ho il potere delle mie parole da opporre a quello del mondo, perché chi costruisce prigioni s’esprime meno bene di chi costruisce la libertà. Ma la mia potenza sarà illimitata il giorno in cui avrò solo il mio silenzio per difendere la mia inviolabilità, perché non esiste ascia capace di intaccare un silenzio vivente. (p. 26)

Dopo un breve, ma tortuoso cammino, lo scrittore (perché è lui il soggetto, che detiene il potere delle sue parole), giunge a questa consolazione. Che consolazione non è. Tant’è che il breve scritto si conclude con il paradossale

una consolazione più bella di una consolazione e più grande di una filosofia, vale a dire una ragione di vita. (p. 26)

Una ragione di vita, dunque, piuttosto che una consolazione. La ragione di vita è quella della lotta per la liberazione, piuttosto che della libertà in sé. Liberazione, perché si possa accentuare il suo tratto positivo, del divenire libero da, laddove la libertà è di per sé condizione statica, ciò che già si possiede. La liberazione è qualcosa che si deve conquistare: “il ricordo del miracolo della liberazione”. E non lotta politica, ma lotta esistenziale. Lotta, sembrerebbe, contro lo stesso nostro bisogno di consolazione.

***

La prima e più ovvia forma di consolazione è la fede:

Mi manca la fede e non potrò mai, quindi, essere un uomo felice, perché un uomo felice non può avere il timore che la propria vita sia solo un vagare insensato verso una morte certa. (p. 17)

Si contano già le condizioni dalle quali l’uomo, per quanto possa, non può liberarsi, ma dalle quali può, al più, anzi deve, alienarsi. La fede, dunque, è il primo modo di consolazione. Essa regola la vita, la guida, la orienta. Di per sé basta, nella sua pienezza si può dormire. Accanto alla fede, vengono esclusi il “furore dello scettico”, “il gusto del deserto del razionalista”, “l’ardente innocenza dell’ateo”: i tre modi di (auto)consolazione del non credente.

Ci si muove tra il credente e il non credente, senza essere né l’uno né l’altro. Semplicemente, si procede oltre la questione spirituale, ricondotta a un modo tra gli altri cui l’uomo può attingere per soddisfare il proprio bisogno di consolazione.

Si passa ai modi di vivere. La consolazione può venire come menzogna sotto forma di desiderio in eccesso o in ascesi: eccesso di desiderio (ama tutte le donne!) o ascesi dal desiderio (disprezza gli esseri umani!), eccesso di godimento o chiusura nel proprio talento. Sono false sirene.

In equilibrio su un’asse sottile. (…) Ma io mi rifiuto di scegliere tra l’orgia e l’ascesi, anche se il prezzo dev’essere un tormento continuo. (p. 18)

e subito dopo questo nuovo equilibrio sottile, non essere né l’uno né l’altro:

Mi coglie infine il pensiero che qualsiasi consolazione la quale non tenga conto della mia libertà è ingannevole, non è che l’immagine riflessa della mia disperazione. (p. 19)

Primo richiamo alla liberazione – la libertà è solo un’immagine che si tenta di raggiungere. Liberarsi da cosa? Dalle tirannie. Per esempio, la tirannia della forma (che è soprattutto la tirannia del tempo)

Sarò allora costretto a riconoscere che l’uomo dà alla propria vita delle forme che, almeno in apparenza, sono più forti di lui. Con tutta la mia libertà appena conquistata non mi è possibile spezzarle, posso solo lamentarmi sotto il loro peso. (p. 25)

Non si può non vivere nella forma. Si è condannati, con ciò stesso, a una forma del non essere. Non si può – aggiunge Dagerman – essere padroni del proprio elemento. Gli animali sono padroni dei propri elementi: l’uomo non ha un suo elemento:

Ancora Thoreau aveva la foresta di Walden, ma dov’è adesso la foresta in cui l’uomo possa dimostrare che è possibile vivere in libertà, al di fuori delle forme irrigidite della società? (p. 25)

È nella forma, allora, che si dà, con forza e potere, col proprio piccolo potere, il tentativo dell’atto di liberazione, non la consolazione della libertà, ma la ragione di vita, la ricerca della propria libertà, il tentativo di compiere questo difficile e faticoso atto di liberazione (l’espiazione). E’ il divenire se stesso che irrompe nell’essere della forma (ciò che l’uomo può, in quanto non ha un suo elemento).

Una seconda, tragica, forma è il tempo. Questa forma facilmente cattura l’uomo, già depotenziandolo, limitandone le potenzialità di vita:

La mia vita è breve solo se la colloco sul patibolo del calcolo del tempo. Le possibilità della mia vita sono limitate solo se faccio il conto delle quantità di parole o di libri che avrò il tempo di produrre prima della mia morte. Ma chi mi chiede di fare questo conto? Il tempo è una falsa misura per la vita. Il tempo è in fondo uno strumento di misura privo di valore, perché tocca esclusivamente le mura esterne della mia vita. (pp. 23-24)

La vita spesso accade, nei suoi attimi, nei suoi frangenti, fuori del tempo:

l’incontro con una persona amata, una carezza sulla pelle, un aiuto nel bisogno, il chiaro di luna, una gita in barca sul mare, le gioia che dà un bambino, il brivido di fronte alla bellezza – tutto questo si svolge totalmente al di fuori del tempo. Che io incontri la bellezza per un secondo o per cent’anni è del tutto indifferente. Non solo la beatitudine si trova al di fuori del tempo, ma essa nega anche ogni relazione tra il tempo e la vita. (p. 24)

Terza forma, ineluttabile, che esercita la sua tirannia sulla vita è la morte:

Certo, non potrò mai liberarmi del pensiero che la morte segue i miei passi, e tanto meno negare la sua realtà. (p. 25)

Questa tirannia si esercita grazie al tempo, forma che si contrasta vivendo pienamente la propria esistenza, e grazie alla fama, un altro modo menzognero in cui si manifesta la consolazione, assieme ad altri modi menzogneri, come il sentimento della propria esistenza effimera rispetto al cosmo, il sentimento di protezione e di sicurezza contro la morte, la gloria, la stessa libertà.

Stig Dagerman

La libertà come consolazione, come ciò che può soddisfare un bisogno umano impellente, metafisico, può essere, a sua volta, paradossalmente, falsa consolazione. Forse la più dura falsa consolazione tra quelle elencate. Essa può celarsi dietro il desiderio:

sentire una voce che sussurra: vivi semplicemente, prendi ciò che desideri e non temere le leggi! Ma cos’è questo buon consiglio se non una consolazione perché la libertà non esiste? (p. 20)

Una libertà intesa come libertà di, condizione statica. Questa diventa a sua volta una forma che fa l’uomo suo prigioniero. Il desiderio esiste nel sentimento della mancanza di qualcosa. Come può il desiderio essere ancora tale laddove la mancanza si colma, quando si appaga? Nessun desiderio potrà mai essere appagato: si tratta sempre di un flusso continuo, non di anelli concatenati. Curioso, poi, che non esista un termine adatto per indicare quel bisogno o desiderio spirituale, non tanto per distaccarlo da quello fisico, quanto perché suo tratto distintivo non è solo la mancanza di ciò che desidera, ma ancora di più l’inesattezza, l’instabilità, l’incertezza, l’inadeguatezza del sentimento stesso.

La differenza tra la libertà e la liberazione è nella condizione di partenza:

la vera consolazione, perché a rigore non c’è per me che una sola vera consolazione, e questa mi dice che sono un uomo libero, un individuo inviolabile, una persona sovrana entro i miei limiti.

Ma la libertà ha inizio con la schiavitù e la sovranità con la soggezione. (…) Sembra che io abbia bisogno della dipendenza per provare infine la consolazione d’essere un uomo libero, e questo è sicuramente vero. (21)

Bisogna cogliere il doppio lato tragico. Il primo è il doppio vincolo della libertà. La libertà è ciò che sussiste come sentimento, come preoccupazione, orientamento, tensione, solo quando si è in una situazione di dipendenza. Lo scopo della libertà è la liberazione da tale condizione. Pertanto, liberazione è concetto più preciso e pregnante di libertà: richiama subito l’azione, la necessità di compiere l’atto (che dà) libertà. Il secondo è la trappola in cui cade l’uomo. Egli non può fare a meno della dipendenza per poter provare il bisogno di consolazione, il bisogno di essere libero. Più l’uomo è schiavo, più desidera di essere libero. Un uomo libero di diritto non è un uomo libero di fatto. La libertà non è decretata, né ereditata, ma conquistata. Ma un uomo di fatto libero non lo è in quanto tale. Ciascuno ha il proprio padrone, in carne e ossa o astratto.

La libertà è un’arma a doppio taglio, una punta rivolta all’uomo, una punta rivolta dall’uomo. Pensare di vivere in condizioni di libertà è illusorio. Il senso di libertà è attimo che fugge, un improvviso e inatteso, forse casuale, bagliore:

In cosa consiste dunque questo miracolo [della liberazione]? Semplicemente nella scoperta improvvisa che nessuno, nessuna potenza e nessun essere umano, ha il diritto di esigere da me tanto da far dileguare la mia voglia di vivere. (p. 23)

[…]

Così nessuno ha il diritto di pretendere da me che la mia vita divenga una prigionia al servizio di certe funzioni. Non il dovere prima di tutto, ma prima di tutto la vita! (p. 23)

Questo bagliore è la vera consolazione, il miracolo difficile da conquistare:

Io stesso sono a caccia di consolazione come un cacciatore lo è di selvaggina. Là dove la vedo baluginare nel bosco, sparo. Spesso il mio tiro va a vuoto, ma qualche volta una preda cade ai miei piedi. Poiché so che la consolazione ha la durata di un alito di vento nella chioma di un albero, mi affretto a impossessarmi della mia vittima. (pp. 17-18)

Il nostro bisogno di consolazione è l’istante che con coraggio e intelligenza si cerca. Si va a caccia di consolazione, ma si cerca di compiere l’atto di liberazione della propria vita dalle menzogne consolatorie e dalla tirannia della forma.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: