Riflessioni politiche sull’Italia a partire dalla questione della legge elettorale

La questione della legge elettorale non è solo un tecnicismo, come spesso sembra a causa dei modi del dibattito italiano, ma un punto importante per ragionare su che tipo di governo, di architettura costituzionale e di Repubblica si voglia costruire. Specie di questi tempi, della terza maggioranza non eletta, del terzo governo fatto a tavolino, e forse dell’ultimo politico sul quale si concentrano le speranze di molti, non tanto per le capacità presunte di tale politico, quanto perché è forse l’ultimo che ci è rimasto da provare, prima di finire di nuovo nelle braccia di Berlusconi o nelle grinfie della terribile coppia Casaleggio & Grillo.

Proporzionale o maggioritario?

Giuristi e studiosi della Costituzione come Stefano Rodotà e Lorenza Carlassare (nel recente saggio Nel segno della Costituzione, Milano, Feltrinelli, 2012) sostengono che il sistema proporzionale è quello al quale pensavano i costituenti redigendo la Carta: dunque il proporzionale sarebbe il sistema elettorale più coerente con i valori e i principi costituzionali. La ragione è nell’equilibrio dei poteri: il capo del governo non è eletto direttamente ma nominato dal Presidente della Repubblica sentite le parti e sulla base delle quote di rappresentanza che ciascuna parte ha conseguito. L’esecutivo è sottoposto a una doppia azione di vigilanza da parte del Presidente della Repubblica, che ratifica i provvedimenti, e del Parlamento, che discute e approva le proposte di legge. L’azione di vigilanza, come mostrerò più avanti, non è prerogativa dell’immagine del Parlamento secondo il sistema proporzionale.

Ne L’officina della Costituzione italiana 1943-1948 (Milano, Feltrinelli, prima edizione, 2000), Domenico Novacco ricorda che Piero Calamandrei, come anche Giuseppe Dossetti, sosteneva il sistema presidenziale: riteneva, a ragione, che la frammentazione parlamentare avesse indebolito lo Stato e spianato la strada al fascismo (p. 106, 123). E’ allora bene precisare che nella Costituzione non c’è alcun avallo a una legge elettorale di tipo proporzionale, a meno di non voler risalire alle intenzioni originarie di alcuni costituenti, per altro non condivise da tutti (pp. 135-136). Per questo non ritengo valide le argomentazioni di Rodotà e Carlassare. Aggiungo che il sistema parlamentare ha raggiunto il bicameralismo perfetto solo a partire dal 1953, e che non è mai stato adeguatamente bilanciato da regole e statuti dei partiti. La repubblica parlamentare è sempre stata una repubblica dei partiti.

Il punto dirimente è quale funzione si intende debba ricoprire il Parlamento. E’ evidente che da qualche anno questa funzione è cambiata. Il governo Letta utilizzava il Parlamento come macchina di approvazione di leggi stabilite in Consiglio dei Ministri (Primo Di Nicola, Parlamento molto lavoro per nulla, “L’espresso”, ottobre 2013) Il governo Monti procedeva a colpi di fiducia per far approvare i propri provvedimenti a causa dell’urgenza di questi e per il poco tempo a disposizione prima di nuove elezioni, ma anche a causa dell’eterogenea maggioranza che lo sosteneva. Questo stratagemma è stato spesso utilizzato dall’ultimo governo Berlusconi e dal precedente governo Prodi, in entrambi i casi per la stessa ragione: zittire pezzi non allineati della maggioranza ed evitare il rischio di perdere voti determinanti.

Tuttavia è sbagliato credere che simili comportamenti siano propri della recente politica – e magari effetto di una legge elettorale semi-maggioritaria: se oggi il conflitto e il dissenso di gruppuscoli o singoli parlamentari appare così alto, ieri si lavorava dietro le quinte per trovare i giusti equilibri. Del resto basta considerare le durate dei governi della Prima Repubblica, molti caduti ben presto a causa di letterali colpi di coda, cioè assestati nel retroscena.

Non si tratta dunque di decidere tra proporzionale e maggioritario come se si dovesse davvero scegliere tra rappresentanza in Parlamento e stabilità di governo. Forse in certi tempi conviene garantire più rappresentanza e in altri più stabilità? Come è possibile decidere quando un sistema elettorale risulta più conforme ai tempi? Questo sembra un modo sbagliato di porre il problema.

Si sostiene, inoltre, che in un periodo di crisi è necessario garantire stabilità di governo, come se in tempi floridi convenga o sia possibile avere esecutivi ballerini. Quando si sostiene un argomento il suo contrario deve essere coerente: se è una bizzarria, come in questo caso, o se è fumoso, come nel caso visto poco prima, non è possibile contro-argomentare; pertanto l’argomento sostenuto è un modo sbagliato di discutere del problema oppure si tratta di uno stereotipo.

Piuttosto che ragionare in questi termini conviene guardare con quali leggi elettorali si è votato negli ultimi anni: due semi-maggioritari, il Mattarellum e il Porcellum: il primo non era in grado di garantire un esecutivo stabile a causa del metodo dello scorporo per ricompensare i partiti minori e garantire loro posti in Parlamento; il secondo era il prodotto di una combine studiata a tavolino per impedire la vittoria del centro-sinistra nel 2006 con elementi deleteri per la vita democratica del paese. Con quale legge elettorale si intende sostituire il Porcellum? E’ stato proposto un referendum, bocciato dalla Consulta, per il ritorno del Mattarellum, male minore rispetto al Porcellum; ora sembra forse poter esserci un accordo per una nuova legge elettorale. Si tratterà di un semi-proporzionale o di un semi-maggioritario? Non ci si accorge che dai “semi-” non crescono piante sane ma mostri parlamentari? Se c’è una simile bozza, non sembra affatto prospettarsi come una soluzione per il medio termine: si tratterrebbe solo di un rattoppo utile per la prossima turnata elettorale, ma, credo, poi si tornerà presto a discutere di una nuova legge elettorale.

Si tenta di formulare una riforma elettorale guardando a modelli stranieri (alla tedesca, alla spagnola, alla francese ecc.) senza alcuna considerazione per la realtà italiana. Piuttosto converrebbe davvero prestare ascolto ai giuristi i quali sostengono che il modello proporzionale è il più coerente con i valori e i principi della Costituzione. Una riforma costruita a partire dalla realtà nazionale è sempre meglio della ricerca spasmodica del miglior modello estero. Oltre al fatto che, allargando il raggio di osservazione, cade l’argomento secondo il quale “il proporzionale, al contrario del maggioritario, non garantisce stabilità di governo”. Infatti Francia e Germania, pur avendo due sistemi elettorali del tutto opposti, non sembrano aver mai sofferto di instabilità di governo.

La questione è dunque più complessa di come di solito la si presenta. Non si tratta di scegliere tra stabilità del governo (maggioritario) e rappresentanza parlamentare (proporzionale). La stabilità del governo non dipende dalla riforma elettorale ma dalle persone, dalle regole e dai soldi con le quali sono i fatti i partiti e i movimenti politici. Il che mi conduce a segnalare un argomento correlato.

L’articolo 49 della Costituzione

L’articolo 49 della Costituzione recita:

Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.

E’ un articolo che piace quasi a tutti ma di cui pochi riescono a vedere la ragion pratica. Dove si sono mai visti siffatti partiti? Forse il Partito Radicale, o Democrazia Proletaria e altri partiti simili di estrema sinistra. E il Movimento 5 Stelle? Non mi pare ci sia tanta libertà per i “cittadini” rappresentanti né nell’associazione né, soprattutto, nel mandato.

Spesso si accusano gli odierni partiti di essere macchine di faccendieri, notabili, escort ecc. o delle insormontabili strutture gerarchiche. Ma non si può certo dire che i partiti della Prima Repubblica rispecchiassero il contenuto dell’articolo 49. Il che non vuol dire che non si abbia oggi bisogno di una riforma dei partiti; piuttosto, credo, un rinnovamento non può che venire dall’interno degli stessi, grazie a nuove persone, o dall’esterno, cioè da altri e nuovi partiti. Questo vale anche per le primarie. Non penso che ciò si possa fare per via legislativa o applicando l’articolo 49 della Costituzione di cui nessuno (o in pochissimi: ma io non li conosco), stando alla realtà dei fatti politici, riesce a immaginare una via pratica.

Prima di riprendere la questione della legge elettorale desidero fare due precisazioni su questo argomento. In primo luogo quando parlo di “nuove persone” non intendo per forza giovani: non è detto che un giovane (in quale intervallo di età far rientrare la categoria giovane?) abbia per forza le capacità di affrontare problemi complessi e proporre risoluzioni. In secondo luogo il rinnovamento dei partiti non riguarda solo i politici ma anche la società civile. Non si può certo dire che la società italiana, sia la popolazione sia il tessuto economico, sia del tutto immune da responsabilità circa l’attuale situazione del paese. Credere che cambiando i politici possa cambiare tutto è una banalità talmente mediocre che è meglio lasciarla all’immaginazione ingenua di un dodicenne e a un seguace grillino.

Sul Parlamento

Ho detto che la domanda più urgente alla quale si dovrebbe rispondere è: quale funzione si intende debba ricoprire il Parlamento? A mio avviso le funzioni possibili sono: (A) il Parlamento discute; (B) il Parlamento decide. I fautori del sistema proporzionale sono propensi a ritenere che la funzione del Parlamento debba essere la funzione (A). I sostenitori del modello maggioritario sostengono che sia la funzione (B). In entrambi i casi si sostiene valida quella funzione sancita dalla Costituzione: (C) il Parlamento controlla l’azione del governo. Dunque, se si considera solo la funzione (C) non mi pare si possa dire che in Italia sia preferibile il proporzionale al maggioritario. Inoltre, è evidente che, quando il Parlamento funziona solo come macchina per votare la fiducia di governo, come accade in Italia da un po’ di tempo, cade la funzione (C). Ed è altrettanto evidente che questo comporta dei problemi nell’equilibrio dei poteri.

Riguardo alle altre due funzioni, ritengo che la preferenza per la funzione (A) sia legata al retaggio mitico e retorico dell’assemblea ateniese. Non mi pare si tratti di un modello storico di possibile imitazione. Non è che una formula desueta, come quando si immagina Socrate pensando alla filosofia. Penso sia più concreta l’attribuzione della funzione (B): in Parlamento si decide sulla bontà o meno dei provvedimenti del governo, senza essere vincolati dal voto di fiducia, di apportarne delle modifiche, di depositare proposte per risolvere un qualche problema. Mi pare un’immagine più attiva e meno retorica del Parlamento. Mi pare un buon punto di partenza per preferire il maggioritario al proporzionale.

Luigi Einaudi, Contro la proporzionale

Luigi Einaudi, in un articolo del 1944 dall’inequivocabile titolo Contro la proporzionale (raccolto ne Il buongoverno, Laterza, Bari, nuova edizione 2004, pp. 56-63) ricorda un’espressione del primo ministro del primo governo laburista, Ramsay Mac Donald, il quale diceva che un’elezione non si tiene per fare il censimento dei gruppi d’opinione in cui si divide una società.

Questo articolo contiene argomenti ancora validi per preferire il maggioritario al proporzionale. Ecco cosa vi si dice circa la funzione del Parlamento:

L’errore massimo di principio della proporzionale è di confondere la lotta feconda delle parti, dei gruppi, degli ideali, dei movimenti, la quale ha luogo nel paese, con la deliberazione e l’azione dei parlamenti e dei governi. Nessun parlamento, nessun governo funziona se il sistema elettorale irrigidisce i partiti, i gruppi, le classi, i ceti sociali, le tendenze, le idee, dandone la rappresentanza esclusiva a talune persone elette perché mandatarie di quei gruppi o di quelle idee. Occorre vi sia un congegno il quale obblighi le idee, i gruppi, i ceti a cercare quel che essi hanno di essenziale, di comune con altri, a classificare i fini ed a rivolgere la propria azione verso quel fine che ha il consenso dei più.

Si noti che Einaudi non argomenta contro il proporzionale in quanto strumento elettorale che predilige la rappresentanza alla stabilità di governo, ma in quanto strumento che può risultare inefficiente per lo svolgimento delle funzioni proprie del Parlamento.

Il rappresentante parlamentare, o il gruppo al quale tale rappresentante appartiene, deve avere il polso della società: sia sapere cosa un certo territorio, del quale si porta la rappresentanza, vorrebbe per risolvere un determinato problema, sia sapere qual è la decisione migliore per il bene nazionale, e non per il solo bene di quel singolo territorio. Il Parlamento non deve essere luogo della lotta di particolarismi territoriali né di contrapposizione efferate tra idee. E’ necessaria una certa dinamica e flessibilità delle componenti parlamentari, problema che in Italia, da venti anni, riguarda anche la formazione delle coalizioni. Si ripensi alle brevi esperienze dei governi di centrosinistra per le quali vale quanto segue:

la proporzionale è il trionfo delle minoranze; ognuna delle quali ricatta le altre ed il governo, il quale dovrebbe essere l’espressione della maggioranza, per costringere parlamenti e governi a votare e proporre leggi volute dai singoli gruppi.

Questo argomento è valido anche per i sistemi semi-maggioritari, come quello tuttora in voga in Italia: nelle coalizioni i grandi partiti di maggioranza relativa possono essere ostaggio non solo dei piccoli partiti, ma anche dei loro alleati, i quali sanno di avere un potere di ricatto: far passare provvedimenti non graditi, o non far passare provvedimenti graditi, può comportare la sottrazione del sostegno e la caduta del governo. Il che, considerata la maggioranza tuttora presente, non sarebbe cattiva sorte; ma, nello stesso tempo, considerato che non c’è una vera e propria legge elettorale, non mi pare buon auspicio.

Ancora:

Insieme ai ricatti, la proporzionale favorisce il dominio dei comitati elettorali e toglie all’elettore ogni effettiva libertà di scelta dei propri rappresentanti.

Un elettore può conoscere il nome di pochi candidati tra tutti quelli presenti nelle liste (le famigerate lenzuola da portarsi in cabina elettorale). Il comitato elettorale propone un nome su tutti o il voto alla sola lista: di conseguenza è il gruppo politico, stando alla percentuale ottenuta, a scegliere chi va in Parlamento. Si dirà: dipende dall’ordine dei nomi nella lista. Poco male: basta candidare strategicamente dei nomi grossi in più collegi per poter sistemare i candidati a percentuale ottenuta. Di fatti un semi-proporzionale oggi è un sistema a liste quasi bloccate. Non mi pare che nelle nuove proposte sia previsto lo sblocco delle liste.

Si consideri quel che Einaudi scrive poco più avanti:

Più il metodo viene perfezionato, con i sistemi delle preferenze o dell’abbinamento delle liste o dei voti cumulati, più imbrogliamo la testa dell’elettore medio e più cresciamo il potere dei comitati che combinano le preferenze, i cumuli, gli abbinamenti.

E’ la più grande contraddizione del proporzionale, ovvero il suo stesso argomento che gli si ritorce contro: i fautori del sistema proporzionale sostengono che il parlamento è il luogo della rappresentanza delle opinioni; ma le pratiche o anche i trucchi a disposizione dei partiti fanno sì che questa rappresentanza non sia davvero garantita all’elettore (ribadisco che questa condizione è propria anche degli ibridi, semi-proporzionali o semi-maggioritari):

L’elettore buon uomo ha creduto di dare il voto a una lista perché in essa aveva veduto i nomi delle persone stimate e note, ed alla fine, con sua stupefazione, vede quei nomi cacciati in fondo alle liste, epperciò non eletti. In testa sono arrivati i traffichini, coloro che combinano e pasticciano liste, preferenze, cumuli e simiglianti imbrogli.

Qui bisogna anche chiarire che il voto dato per idea è un caso più raro che diffuso. Di solito gli interessi – non solo il portafoglio – precedono le idee. Più importante ancora è chiarire che il partito non è un’Idea, e che ciò valga per qualsiasi candidato del partito venga eletto. Questa formulazione appartiene o a un partito di ferrea disciplina, dove i candidati sono egualmente portatori delle stesse idee, e queste idee sono teoricamente limpide e fanno quadrare tutti gli argomenti fino alle minuzie, magari essendo anche in buona parte soluzioni pronte a problemi vari; oppure, come è più probabile, è una menzogna o un eccesso ideale. Un partito simile sarebbe antitetico all’articolo 49 della Costituzione. Scrive Einaudi:

I comitati, divenuti padroni delle elezioni, fanno degenerare l’istituto del mandato rappresentativo; che, se vale qualcosa, è un mandato di fiducia dato ad una persona (…). Ma i comitati non vogliono nei parlamenti uomini dalla coscienza indipendente; sì invece uomini che attuino quel programma che sta scritto nelle tavole della legge del partito o del gruppo o gruppetto (…).

Parole valide anche per il Movimento 5 Stelle, movimento prigioniero di fantomatiche consultazioni on-line, che il solo capo può permettersi di non rispettare (a meno di non sostenere che la richiesta dei voti on-line di andare alla consultazione con Renzi non avesse ragione nel godimento che il pubblico dell’attore prova per le sue esibizioni).

Col sistema proporzionale, inoltre, il candidato non conta in quanto tale ma in quanto nome che occupa un certo posto nella gerarchia della lista. Egli si candida in un collegio di grandi dimensioni, dove è difficile che la cittadinanza conosca tutti i candidati e che i candidati (magari soprattutto quelli in testa alla lista) conoscano la cittadinanza e il tessuto socio-economico di quel territorio. Una proposta semi-proporzionale, cioè con liste bloccate, che intenda proporre collegi più piccoli, come accade nel sistema maggioritario, sarebbe formula ancora più mostruosa: moltiplica le liste, i nomi dei candidati, i giochetti praticabili dalle segreterie generali e dalle direzioni locali dei partiti.

I collegi piccoli vanno bene unicamente con il sistema maggioritario. Singoli candidati, uno per partito si confrontano, qualcuno di loro magari scelto non dalla dirigenza nazionale ma per via delle primarie o grazie a un certo numero di firme depositate che sia proporzionale al numero degli elettori nel collegio. Tutti comunque conosciuti o disposti a farsi conoscere nel territorio, a discutere dei problemi ivi presenti.

Si può temere un’eccessiva libertà dei singoli candidati rispetto a mozioni e orientamenti dei propri gruppi. E’ possibile pensare a un secondo vincolo per il candidato oltre a quello che lo lega al territorio. Si tratta del doppio turno, possibile se nessun candidato ha raggiunto il 50% + 1 dei voti necessari a ottenere l’elezione diretta. Si tratterrebbe di un vincolo per lo stesso partito, “costretto” a scendere nel collegio, discutere con il proprio candidato, con gli altri candidati e gli altri partiti di sostegno alla ricerca dei loro voti trovando punti di accordo sulle rispettive proposte, infine con i cittadini e la realtà produttiva. Sarebbe la cerniera necessaria per tenere il territorio dentro la realtà nazionale e obbligherebbe il partito a formulare un progetto coerente e sostenibile.

Conclusione

Gli argomenti di Einaudi mi sembrano validi contro il proporzionale, ma anche contro sistemi ibridi, semi-proporzionali o semi-maggioritari. Questi ultimi sono ormai in voga in Italia. Non è solo una questione tecnica: insistere con gli ibridi è chiarissimo segno di incertezza costituzionale, di incapacità di disegnare una qualche struttura della Repubblica, di indifferenza alle sorti stesse del Paese.

Penso che il sistema maggioritario con collegio medio-piccolo uninominale a doppio turno sia il punto di partenza migliore per ripensare l’architettura costituzionale e repubblicana. Ma, se dovessero prevalere i sostenitori del proporzionale, allora preferirei un proporzionale puro con una ben definita soglia di sbarramento nazionale, piuttosto che nuovi ibridi. L’importante è che si sappia trarre le dovute conseguenze da questa idea di partenza.

Aggiungo che non si può non constatare la mancanza delle premesse per un buon funzionamento di un sistema maggioritario: candidati credibili e partiti rigorosamente pronti. Può consolare constatare che mancano anche le premesse per un buon funzionamento del sistema proporzionale: idee coerenti e partiti forti? Così in Italia si va avanti a congetturare dei sistemi “semi-” che non garantiscono un bel nulla.

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