L’uomo e il linguaggio. A proposito de”L’errore di Platone” di Antonino Pennisi

L’errore di Platone di Antonino Pennisi si riallaccia al precedente saggio, Il prezzo del linguaggio, pubblicato nel 2010 e scritto con Alessandra Falzone. Queste sono le due principali tesi di quest’ultimo saggio:

  1. Nella prima parte si sostiene che il linguaggio è attività specie-specifica della natura umana per soddisfare bisogni simbolici, risultato evolutivo di ricablaggi neuro-fisiologici, come mostra la multifunzionalità dell’area di Broca, selezionata per attività di manipolazione e successivamente per attività legate al linguaggio. Questi processi di rifunzionalizzazione sono casi di exaptation, termine coniato da Stephen Gould e Elisabeth Vrba per indicare il riadattamento di organi a funzioni inedite. Il linguaggio caratterizza e pervade i processi cognitivi dell’uomo, “condiziona processi percettivi e di conoscenza del mondo esterno” (p. 144). Questa prospettiva permette di superare il dibattito tra discontinuità e continuità tra animale e uomo circa l’origine del linguaggio, considerando il linguaggio il risultato casuale di processi evolutivi, assumendolo come attività eminente del sapiens, la cui mente linguistica è una mente naturale, “biologicamente ed evolutivamente configurata per rappresentarsi linguisticamente la realtà” (p. 90).
  2. La seconda parte trae le conseguenze del “prezzo del linguaggio”. La specie umana è elevatamente euritopica, a basso tasso di specializzazione ecologica e ad alto tasso di diffusione geografica: ciò ha permesso una gigantesca crescita e diffusione della popolazione, oltrepassando qualsiasi barriera naturale (oceani, alte catene montuose ecc.). Ma l’uomo paga il prezzo della sua “anomalia ecologica” (p. 20), la coazione al linguaggio, condizione biologica unica nel panorama animale, foriera di processi di pseudo-speciazione culturale, termine coniato da Erik Erikson e ripreso da Konrad Lorenz. Tali processi, sebbene non specifici dell’uomo, consistono in differenziazioni non riconducibili al bagaglio genetico, ma effetto di identità di gruppo costruite secondo la logica Interno VS Esterno, tali da ritenere dei propri simili non appartenenti al gruppo membri di una diversa specie, con conseguente esercizio di comportamenti agressivi. Questi processi risultano particolarmente forti nell’uomo in ragione della pervasività del linguaggio nei processi bio-cognitivi, caratterizzandosi per “l’elaborazione di una gigantesca massa di espliciti contenuti rappresentazionali in cui i conspecifici devono riconoscersi” e per “l’insopprimibile conflittualità che scaturisce da queste opinioni e credenze imposte dalla mediazione simbolica del linguaggio” (p. 310).

 

 

 

***

L’errore di Platone prosegue sulla strada già tracciata da Il prezzo del linguaggio, in particolare l’orientamento epistemologico del naturalismo radicale. Questo orientamento consiste nell’intrecciare scienza cognitiva, neuroscienze, biologia evoluzionistica ed etologia comparata per studiare le strutture naturali vincolanti dell’uomo. Questo studio affronta anche la cultura come “seconda natura” umana (espressione di Gehlen, poi riadattata da Lorenz), perché l’evoluzione culturale è processo che riguarda in particolare la specie umana.

Fin dal titolo, il saggio di Pennisi richiama una serie di opposizioni:

  1. Sul piano filosofico, l’opposizione Aristotele VS Platone. Il titolo esprime la valorizzazione disforica di Platone. Questa opposizione assume due risvolti:
    1. Piano filosofico-politico: Platone, in Repubblica (434c), usa due termini per definire le classi: (a1) il termine ghènos (“genere”) per richiamare la funzione svolta, il tipo di occupazione; (a2) il termine èidos (“specie”) per richiamare una sorta di appartenenza genetica a una certa classe. Aristotele, in Politica (I, 2, 1253a), definisce l’uomo “animale politico” per natura, la cui peculiarità è la facoltà di linguaggio;
    2. Piano filosofico-linguistico: Platone, in Cratilo, concepisce la lingua come strumento; in quanto tale, la lingua può avere due funzioni: (a1) la lingua serve per comunicare; (a2) la lingua serve per pensare. Le due funzioni non si escludono per forza a vicenda. Aristotele, negli Analitici Primi, secondo la lettura di Franco Lo Piparo (Aristotele e il linguaggio, 2003), concepisce il linguaggio come attività biologica, specie-specifica dell’uomo: il linguaggio non è strumento, attività secondaria che si aggiunge ad attività biologiche primarie, come il respirare; il linguaggio è annoverabile tra queste attività biologiche: parlare è come respirare.
      1. La lettura aristotelica ha due importanti conseguenze: (i1) concepita come attività biologica, o, per meglio dire, biocognitiva, la facoltà linguistica è attività strettamente correlata alla natura umana, sicché non si potrebbe parlare di natura umana senza annoverare, tra le sue qualità essenziali, la capacità linguistica; lo studio del ruolo cognitivo del linguaggio mostra che il linguaggio, qualunque sia il suo posto nel cervello, pervade e influenza tutte le altre attività mentali (sensazioni, percezione, desiderio, immaginazione ecc.), in un modo tale che queste attività mentali sembrano ricoperte dal linguaggio; (i2) la lettura aristotelica comporta una fra le due seguenti mosse ontologiche: (i2′) la speciazione linguistica dell’uomo rende l’uomo unico tra tutte le specie animali: tra queste e l’uomo vi sarebbe una differenza di natura; questa mossa fa del linguaggio la casa dell’essere nel mondo propriamente umano, rinvia alla svolta linguistica novecentesca: cade, secondo Pennisi, nella tentazione antropocentrica; (i2”) la speciazione linguistica dell’uomo è il particolare modo teleonomico dell’umano, ovvero il modo in cui la specie umana affronta la sfida dell’adattamento all’ambiente e della conservazione della specie.
      2. La lettura aristotelica, quale lettura filosofica di orientamento, si congiunge con la teoria scientifica egemone, quella darwiniana: la spiegazione naturalistica abbraccia una prospettiva di lunghissimo termine, quella della storia naturale, occupandosi della dinamica naturale, filogenetica e fenotipica degli organismi viventi, rifiutando qualsiasi richiamo a programmi generali o a fini prestabiliti.
  2. La seconda opposizione (piano filosofico-linguistico) inquadra le conseguenti riflessioni politiche di cui si occupa il saggio di Pennisi. In questo modo, può essere ridefinita e arricchita la prima opposizione (piano filosofico-politico):
    1. La prima opposizione permette d’introdurre il termine di biopolitica e di delineare l’opposizione Biopolitica naturalistica VS Biopolitica antropocentrica. Quest’ultima accezione raccoglie tutte le filosofie biopolitiche in qualche modo influenzate dalla ricerca di Foucault. Si tratta di un approccio culturale alla filosofia politica, che si intreccia con la svolta linguistica della filosofia novecentesca. Al contrario, la prima accezione assume un approccio biologico alla filosofia politica, facendo riferimento sia alle invarianti naturali dell’umano sia agli studi scientifici che hanno approfondito le componenti biologiche, fisiologiche e cognitive proprie dell’uomo.
    2. La seconda opposizione è convocata dal titolo del libro. Riguarda l’opposizione Concezione ingegneristica o platonica VS Concezione naturalistica o biopolitica (nella seconda accezione di cui sopra). La prima concezione ritiene di poter intervenire direttamente sui fenomeni politici, sociali, economici, modificandone l’andamento secondo progetti o programmi prestabiliti. A tale proposito, Pennisi cita La società aperta e i suoi nemici (1945) di Popper, in particolare la parte dedicata al Platone totalitario. Hayek ha affrontato l’argomento ne L’abuso di ragione (1952, ma con saggi scritti tra il 1941 e il 1951). Hayek critica lo scientismo, ossia l’applicazione pedissequa e dottrinaria di una supposta metodologia scientifica nello studio sociale, come il positivismo comtiano o il fisicalismo, e la sua proiezione politica, la metodologia ingegneristica: “La visuale scientista – che assume un atteggiamento antiscientifico in quanto meccanico e acritico – […] è già pregiudicata in partenza dalla pretesa di sapere quale sia il metodo più appropriato a una data ricerca prima ancora d’averne preso in esame il contenuto” (p. 14); “L’applicazione delle tecniche ingegneristiche all’intera società presuppone che chi la dirige possieda di quest’ultima la stessa conoscenza completa che l’ingegnere ha del suo limitato settore di attività. La pianificazione economica centralizzata [bersaglio centrale della critica di Hayek, nonché di von Mises nei contributi Socialismo e nei testi raccolti ne I fallimenti dello Stato interventista] non è che l’applicazione dei principi dell’ingegneria all’insieme della società, in base al presupposto che sia possibile codesta centralizzazione integrale di tutte le conoscenze necessarie” (p. 118). Mi pare che questa prospettiva si adatti sia all’orientamento delle riflessioni di Pennisi.
  3. La biopolitica naturalistica non presenta un solo orientamento. Bisogna rilevare al suo interno un’opposizione Sociobiologia VS Etologia. Si tratta di un’opposizione tra due modi di intendere la natura umana e di fornire proiezioni politiche in senso naturalistico. La sociobiologia, nella sua versione radicale, ossia riduzionista, utilizza gli stessi metodi quantitativi per lo studio delle colonie di formiche e delle società umane. Questo orientamento prende in considerazione unicamente le relazioni genetiche. È evidente la connessione con l’èidos platonico. Così la sociobiologia è intesa da Dawkins, autore della famosa teoria del “gene egoista”. Nella versione più moderata, si prendono in considerazione, oltre ai genotipi, anche i fenotipi, considerati invece da Dawkins meri rivestimenti dei genotipi, ossia le variazioni che si riscontrano negli individui e che determinano le relazioni sociali. Così la sociobiologia è intesa da Wilson, fondatore della sociobiologia, sebbene più di recente lo studioso abbia ammesso di aver sbagliato nel ridurre così tanto il raggio di studio. L’etologia, invece, muove dallo stesso presupposto: lo studio delle basi biologiche del comportamento sociale. Tuttavia, allarga il concetto di biologico: non si considerano solo le relazioni genetiche o le componenti fenotipiche, ma anche le relazioni speciali, non predeterminate geneticamente. Rientrano in questo ambito variazioni fenotipiche, casi di adattamento individuale assimilato da individui della stessa specie come apprendimento per imitazione, l’exaptation di strutture fisiologiche, insomma tutti i fenomeni imprevedibili, frutto dell’incontro tra individui specie-specifici, o tra individuo e ambiente, che non sono inscritti nel codice genetico, e pertanto non sono programmati. Questa opposizione richiede tre precisazioni:

    1. Sul piano etologico, viene convocata l’opposizione Stenotopico VS Euritopico. Nelle forme stenotopiche l’adattamento del comportamento è predeterminato a prescindere da varietà ambientali, senza incorporazione di nuove informazioni che permetterebbero di arricchire i processi cognitivi. Per esempio, la vespa scavatrice, se interrotta, riprende molte volte le fasi dell’interramento dei bruchi per il nutrimento delle proprie larve sempre con la stessa sequenza. Nelle forme euritopiche il comportamento è meno geneticamente predeterminato e più sensibile a variazioni ambientali. La specie umana è quella più euritopica, la meno specializzata anatomicamente.
    2. Sempre sul piano etologico, è possibile precisare l’opposizione Relazioni genetiche VS Relazioni speciali: “Se volessimo sintetizzare potremmo dire che le relazioni speciali sono quella parte delle attività animali finalizzate agli scambi sociali che richiede il maggior sforzo di natura cognitiva. In esse, infatti, viene minimizzato il ricorso a procedure di natura istintuale, cioè direttamente derivate dalla filogenesi delle specie. Per coltivarle ed ottenerne vantaggi, i partecipanti dell’interazione devono, in un certo senso, staccarsi dal contesto immediato e dedicarsi a un risultato più a lungo termine. Diversamente dai comportamenti a sfondo riproduttivo o di relazione ai pericoli o di difesa dai predoni, ecc., nelle relazioni speciali si intraprendono azioni inizialmente disinteressate che hanno per scopo solo la stabilizzazione di rapporti sino a quel momento puramente virtuali ma mai realizzati” (p. 159).
    3. Sul piano filosofico, la riflessione su questi dati etologici pone il problema della qualità della continuità tra animali, soprattutto i primati, e uomo, ossia della cosiddetta “catena dell’Essere”. Si confrontano due correnti etologiche, schematizzabili nell’opposizione Autoritarimo VS Buonismo: alcuni etologi (Somit, Peterson) sostiene che la predisposizione biologica al vivere sociale sia a un’innata tendenza a sistemi gerarchicamente strutturati, dunque a rapporti di dominanza e sottomissione; altri etologi (soprattutto de Waal) ritengono che la predisposizione biologica al vivere sociale risieda nell’empatia quale modo di co-essere, di essere in relazioni conspecifiche in modo solidale. Si può aprire una terza corrente, meno connotatrice di queste due: l’individuo manifesterebbe comportamenti sociali amichevoli o non amichevoli, pacifici o aggressivi, autoritari o empatici, in base al vantaggio che può conseguire. Si tratta di una spiegazione che comporta una forte contestualizzazione relazionale e culturale del comportamento, tuttavia non specifica dell’uomo, ma presente anche nei primati. Si può nominare questa terza corrente come espressione dell’intelligenza machiavellica dell’animale.

***

Quanto detto finora sembra sufficiente per considerare il saggio di Pennisi un lavoro importante per la riflessione filosofica. Ma la riflessione filosofica è tale soprattutto e in particolare in quanto atto che s’interroga sull’attuale. Le riflessioni contenute ne L’errore di Platone assumono, a tale proposito, un’importanza ancora maggiore.

Dopo aver richiamato gli assunti teorici di base, ci si può focalizzare su due argomenti: (1) il linguaggio come attività specie-specifica dell’uomo; (2) le conseguenze politiche della natura linguistica dell’uomo.

(1) Le relazioni speciali portano con sé il necessario uso di risorse comunicative. Ciascuna specie adopera le proprie risorse comunicative, intraprende gli scambi informativi secondo la propria organizzazione fisiologica. Il linguaggio rappresenta il fenomeno di speciazione proprio dell’umano. I tre caratteri propri della “tecnologia uditivo-vocale applicata ai bisogni simbolici” sono: (1) un tratto vocale ricurvo a due canne con una proporzione 1 : 1 tra la canna verticale e la canna orizzontale; (2) un insieme di muscoli orofacciali che non ostacolano la vocalizzazione; (3) una corteccia uditiva iperspecializzata e l’area di Broca come neuroprocessore evolutivo categoriale fondato sul linguaggio articolato (p. 164). Questi caratteri descrivono la struttura biologica del linguaggio umano.

Il tratto specifico della natura umana rispetto alle altre specie animali consiste nella specializzazione di determinate aree cerebrali nell’attività linguistica (l’area di Broca), nella riorganizzazione del complesso delle attività cerebrali in relazione allo sviluppo dell’attività linguistica come attività biologica. Insomma, i processi cognitivi umani si sono complessificati con l’emergere del linguaggio. Ma il linguaggio ha pervaso tutte le altre attività mentali. L’intenzione o la coscienza, per esempio, esistono in quanto fenomeni linguistici. L’uomo è il solo essere vivente che proietta se stesso sul piano del linguaggio come “io”, soggetto, in relazione a un “tu”, soggetto, al quale si rivolge. Il soggetto, in quanto tale, esiste solo sul piano del linguaggio. Questi aspetti non possono non porre il problema dell’emergenza, dunque dell’origine del linguaggio. Ma per affrontare questo problema non esistono dati documentali. Pertanto, il problema dell’origine del linguaggio resta un problema filosofico, campo di ipotesi e di opinioni. In particolare, qualsiasi tesi sull’origine del linguaggio, poiché si preoccupa dell’origine strumentale del linguaggio, per scopi cognitivi o comunicativi, non può simulare in alcun modo il rapporto tra linguaggio e processi cognitivi, delineare il ruolo cognitivo del linguaggio, i tratti peculiari della speciazione cognitiva umana. Al contrario, è possibile esaminare, per via sperimentale, il ruolo cognitivo del linguaggio nello sviluppo infantile. Gli studi di Elizabeth Spelke hanno messo in luce come il core knowledge, ossia il pacchetto di conoscenze di base, sia analogo tra gli animali e bambini umani di meno di 2 anni, ma come, a questa età, avviene un salto cognitivo legato alla facoltà specie-specifica del linguaggio (p. 179).

Il linguaggio umano, dunque, è, da un lato, attività biologica dell’uomo, e, dall’altro lato, facoltà che potenzia lo scambio, le relazioni intraspecifiche, la cooperazione e i rapporti solidaristici. La capacità linguistica è la prima fonte di vantaggio competitivo di cui l’uomo è naturalmente equipaggiato. Il linguaggio comporta attività importanti per lo sviluppo dei rapporti. Innanzitutto la sua maggiore funzione è la chiacchiera, il gossip, la conversazione quotidiana. È questo l’uso principale che facciamo del linguaggio. Il linguaggio, poi, permette altre funzioni importanti, come il narrare, il cooperare nel senso di trovare un accordo per via linguistica, sicché ciascuno dei contraenti possa ottenere un vantaggio da tale cooperazione, la ritualizzazione di comportamenti aggressivi e anche la cementificazione dell’identità di gruppo (si pensi ai gerghi giovanili o delle sottoculture, ma anche al primo problema dell’emigrazione: imparare la lingua del luogo in cui si emigra), dunque la formalizzazione del dissenso in forme meno preoccupanti dell’aggressione corporea e la costruzione dell’identità di gruppo.

(2) Le conseguenze politiche della natura linguistica dell’uomo si riferiscono in particolare a queste due ultime attività nelle quali il linguaggio può essere impiegato: la ritualizzazione di comportamenti aggressivi e la cementificazione dell’identità di gruppo. I due fenomeni che meritano di essere presi in considerazione riguardano (2a) la demografia e (2b) la natalità. Per l’analisi di questi fenomeni, riprenderò l’opposizione tra la concezione ingegneristica e la concezione naturalistica.

(2a) La caratteristica principale della specie umana è che, per via della sua natura linguistica, ha sviluppato una capacità culturale che ha sopraffatto la componente filogenetica. Un esempio evidente è fornito dalla crescita demografica. Rispetto alle variabili r-strategy (crescita demografica funzionale all’adattamento ambientale) e K-strategy (crescita demografica basata su investimenti parentali), la crescita demografica della popolazione umana assume aspetti notevoli soprattutto ottanta anni, correlata al miglioramento delle condizioni di natalità e di vita.

La crescita demografica va collegata a un altro fenomeno importante: l’aumento della popolazione anziana, ossia non autosufficiente, soprattutto nei paesi più benestanti, dove, insieme, aumenta l’età media. Poiché i sistemi economici si reggono su lavoro e produzione, è necessario in qualche modo mantenere una proporzione tra popolazione giovane e popolazione anziana, secondo uno schema il più possibile piramidale, con la base nel punto più basso possibile, corrispondente a età inferiori, e il vertice nel punto più alto possibile, corrispondente a età maggiori.

La questione demografica impone due possibile politiche risolutive: (a) programmazione dei flussi di migrazione; (b) libera circolazione e incentivo alle nuove nascite. La politica (a) somiglia più a una politica ingegneristica, la politica (b) si avvicina di più a una politica naturalistica.

(2b) L’incentivo alle nuove nascite pone un problema: la densità abitativa del territorio. Secondo una diversa prospettiva, infatti, un simile incentivo non risulterebbe coerente con una politica naturalistica. Vi sarebbe una misura più indiretta, ossia il riconoscimento delle coppie di fatto e delle unioni omosessuali. Si potrebbero porre due obiezioni: non è detto che tale riconoscimento comporti una diminuzione della crescita demografica di un paese; alle coppie omosessuali può essere riconosciuto il diritto di avere un figlio, per esempio affittando un utero: vietare questo diritto non sembra coerente con i principi libertari che hanno ammesso il riconoscimento legale delle coppie omosessuali.

A tale proposito, nutro forti dubbi sulle prove utilizzate dall’autore. Pennisi scrive:

Per una biopolitica naturalista come quella che stiamo cercando qui di abbozzare, la risposta a questa domanda [sulla relazione tra riconoscimento delle coppie omosessuali e crisi biologica] è doppiamente positiva. In primo luogo perché esiste una relazione di natura biogeografica tra la legittimazione delle unioni omosessuali e i luoghi elettivi di manifestazione della crisi. Secondariamente perché esiste una relazione tra i valori culturali dell’omosessualità esclusiva e le ragioni ecologiche che creano la crisi. (p. 222)

Per la prima risposta, l’autore mostra una carta sulle situazioni legali, neutrali e illegali dell’omosessualità nel mondo (Fig. 6.3.). Commenta:

la necessità di normare le unioni gay descrive un movimento inarrestabile che si muove dal Nord-Ovest per rallentare sempre più in direzione Sud-Est, arrestandosi bruscamente sui confini africani e mediorientali. (p. 224)

Tuttavia la carta mostra paesi dell’America del Sud (Colombia, Ecuador, Brasile, Uruguay, Argentina) in cui le unioni omosessuali sono legali e altri (Venezuela, Perù, Suriname, Cile, Paraguay, Bolivia) in cui vige una situazione neutrale. Si tratta di una condizione molto simile a quella dell’Europa. Inoltre, non si tratta né di paesi situati a Nord-Ovest né di luoghi elettivi della crisi. L’America latina sfugge alla chiave interpretativa proposta. Ciò accade per entrambe le accezioni possibili di “crisi”: crisi socio-economica o crisi biologica, rappresentata soprattutto dalla sovrappopolazione.

Sulla seconda risposta, l’autore appare ancor più fermo nella propria convinzione:

Seppur con qualche sparuta eccezione, si può dire che dal punto di vista dei valori culturali (economici, identitari, psicologici, ecc.), i paesi dove si va affermando o si è già affermato il processo di legalizzazione dell’omosessualità esclusiva, sono quei paesi che hanno percorso un lungo tratto della transizione demografica e sembrano più o meno arrivati al capolinea, o hanno cominciato ad avvicinarvisi. (p. 226)

L’autore cerca un indicatore per misurare il processo di arricchimento. Non esiste una misura quantitativa della cultura sociale. Pertanto, l’autore si accontenta non del PIL, ma dell’indice grezzo del debito pubblico come indice del livello di ricchezza privata (fig. 6.4.). Questa carta presenta almeno tre problemi. Il primo riguarda l’indice utilizzato. Il debito pubblico può essere indice di ricchezza privata a parità di ogni altra condizione. Ora – ed è questo il secondo problema – questa carta appare quanto meno controversa per gli scaglioni del dato presi in considerazione: il debito pubblico maggiore o minore e uguale al 40%. Una percentuale indica il rapporto tra PIL e debito pubblico. Quindi non si tratta del dato grezzo del debito pubblico. Se il dato deve mostrare il processo di arricchimento, allora perché Egitto, Sudan, Yemen, Kenya, Tanzania, Zimbabwe ecc. sono rossi come rossi sono Stati Uniti, i paesi europei, Brasile, Argentina, Venezuela e India? Dinnanzi a questi aspetti, appare falso quanto l’autore scrive a p. 230:

I debiti non sono, tuttavia, conti già saldati. Per cui là dove il debito pubblico è alto, per contro, diventano inarrestabili la denatalità, l’invecchiamento della popolazione e, di conseguenza, la frattura tra le generazioni, il crepuscolarismo psicologico, la sindrome della sfiducia nel futuro.

Il dato non mostra affatto il debito pubblico, ma il rapporto debito / PIL. Il Sudan, per esempio, è rosso non solo a causa del nominatore, ma soprattutto a causa del basso denominatore. Mancano ulteriori spiegazioni sui colori dei paesi nella carta.

Terzo problema: la cartina in fig. 6.4. rimescola in modo pressoché bizzarro i colori della cartina in fig. 2.8., dove gli scaglioni della percentuale debito pubblico / PIL sono 5. Il che sottolinea una cosa abbastanza importante: che il rapporto sia superiore o inferiore al 100% o al 75% è cosa ben diversa, e più corretta, dell’operazione che stabilisce in modo troppo arbitrario uno scaglione unico del 40%. Se si confrontano le due cartine, si può notare l’incredibile numero di paesi che nella prima carta risultano differenziati e nella seconda resi omogenei. Per esempio, Brasile e Argentina: nella prima carta il primo è nella fascia 50-75%, il secondo è nella fascia 25-50%; nella seconda carta sono entrambi rossi; Egitto, Sudan e Yemen: nella prima carta il primo è nella fascia 75-100%, il secondo nella fascia 100% o più, il terzo nella fascia 25-50%; nella seconda carta i tre paesi sono rossi; Namibia e Angola: nella prima carta il primo è nella fascia 25-50%, il secondo è nella fascia meno di 25%; nella seconda carta entrambi sono gialli.

La relazione tra processo demografico e processo di legalizzazione dell’omosessualità apparirebbe evidente confrontando le cartine in fig. 6.3. e 6.4., sintetizzate nella cartina in fig. 6.5. Innanzitutto, non si capisce perché Bolivia e Venezuela, grigie in 6.3., appaiano blu in 6.5. (si tenga conto che la fonte della cartina è la stessa). Altre incongruenze si trovano confrontando le situazioni di Suriname e Malawi. Riguardo al colore rosso o giallo dei rapporti debito pubblico / PIL, è chiaro che questa coincidenza non avviene. Basti riconsiderare i casi di Egitto, Sudan, Yemen, ai quali, volendo, si possono aggiungere Tanzania e Pakistan. Ma la coincidenza non avviene nemmeno considerando il rapporto con il processo demografico. Si prenda la cartina in fig. 6.8., che illustra il tasso di fertilità nel 1988. Si tratta di un dato piuttosto vecchio, ma sufficiente per smentire la relazione avanzata come prova. Il completamento della transizione demografica non apparirebbe su carta in paesi come Argentina, Uruguay, Colombia, soprattutto Ecuador, Sudafrica, Messico. Una pena minima vige in Guyana, dove il tasso di fertilità è pari a quello dell’Uruguay, l’ergastolo in Bangladesh e pena elevata in Siria dove il tasso di fertilità è pari a quello del Messico e inferiore a quello dell’Ecuador. Ma è interessante anche notare che in paesi dove il tasso di fertilità è molto alto, come Senegal, Mali, Niger, Ciad, vige una situazione neutrale.

In conclusione, si potrebbe dire che, a differenza dell’analisi delle dinamiche demografiche, le relazioni tra processi demografici, processi di arricchimento, processi di legalizzazione dell’omosessualità non sono affatto così evidenti come vuole l’autore. Qui non c’entra niente il ruolo ricoperto dal linguaggio quale causa scatenante di procedure tecnomorfe. Qui si tratta, più semplicemente di una superficiale raccolta e di una deviata lettura di dati che non corrispondono affatto a quello che l’autore intende dimostrare. Personalmente, condivido le premesse sul ruolo biologico e cognitivo del linguaggio per la specie umana e l’assunto sulla politica naturalistica. Per quest’ultimo caso, accentuerei forse più i tratti libertari che quelli ritenuti conseguenti l’accumulo di dati quantitativi. Ritengo che il saggio di Pennisi affronti questioni molto importanti. Ma penso che sia necessaria una maggiore cura nell’utilizzo delle prove e nella formulazione di sintesi geopolitiche.

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