Pensieri sul concetto di “riforma”

La parola “riforma” acquista un ruolo importante nel lessico politico europeo dell’Ottocento, quando se ne afferma l’uso per presentare – e implicitamente difendere, grazie al sottinteso riferimento religioso – provvedimenti legislativi che correggono disuguaglianze che appaiono ingiustificabili all’opinione pubblica. Esempi paradigmatici di “riforma” in questo senso sono i diversi “Reform Bill” (ovvero leggi di riforma) che nel corso del diciannovesimo secolo modificarono il sistema elettorale britannico per estendere la rappresentatività della camera bassa. A questo primo uso di “riforma” che si colloca concettualmente nello spazio ideale di contrapposizioni centrali del lessico politico, come quella tra eguaglianza e privilegio, o quella tra progresso e conservazione, se ne associa un altro, più recente, che emerge nel corso della storia del movimento operaio e socialista; in questo caso, la “riforma” è il metodo di cambiamento della società difeso da chi rifiuta la rivoluzione. Di conseguenza, “riformisti” saranno quei socialisti che credono nella possibilità di migliorare le condizioni degli svantaggiati senza ricorrere alla forza. Nel nostro Paese questo secondo senso associato all’uso della parola “riforma” ha avuto un grande rilievo nel dibattito politico a sinistra, dovuto all’ambigua natura del Partito Comunista Italiano, e alla lunga rivalità che questa formazione ebbe con i socialisti.

(Mario Ricciardi, Saper fare le riforme, “Domenica – Il Sole 24 Ore”, n. 273, 5-10-2014)

Si potrebbero distinguere tre sensi di riforma: (1) senso liberalista: dal sottinteso religioso alla promulgazione dei diritti (diritto di voto, di stampa, di parola ecc.), secondo l’opposizione Progresso VS Conservazione; (2) senso socialista: dall’estensione dei diritti alle conquiste sociali per le classi lavoratrici (diritto di pausa, sindacalizzazione, assicurazione, pensione ecc.), secondo l’opposizione Riformismo VS Rivoluzione; (3) senso tecnicista: dall’allargamento dei diritti alla trasformazione delle istituzioni secondo parametri di efficienza e di efficacia (flessibilità del lavoro, liberalizzazioni, privatizzazioni, riduzione del Welfare State ecc.) secondo l’opposizione Innovazione VS Conservazione.

Il senso (3) da un lato si riallaccia all’opposizione del senso (1), che però ha valore politico, dall’altro lato riprende dal senso (2) il valore economico. Se ne ricava la seguente sintesi:

  1. Riforma Liberalista: oggetto della riforma sono i diritti politici per i cittadini in ragione dell’opposizione Progresso (+) VS Conservazione (-) secondo il valore politico proprio del Liberalismo;
  2. Riforma Socialista: oggetto della riforma sono i diritti sociali per le classi lavoratrici in ragione dell’opposizione (interna alla sfera socialista) Riformismo (+) VS Rivoluzione (-) secondo il valore economico propria della Socialdemocrazia;
  3. Riforma Tecnicista: oggetto della riforma sono i cambiamenti delle istituzioni per lo Stato in ragione dell’opposizione Innovazione (+) VS Conservazione (-) secondo il valore economico proprio del Neoliberismo.

***

Il senso tecnico della riforma, oggi, è lo stato di continuo, supposto perfezionamento al quale si sottopongono le istituzioni. Ho difficoltà a vedere il senso, l’intenzione di questo processo. Forse è solo un mio problema, forse è solo l’illusione ottica di presumere che, in passato, nelle altre due circostanze, si sapeva, almeno da una certa prospettiva, quella di coloro che si battevano per certe riforme, dove si voleva arrivare. Ora dove si vorrebbe arrivare con le riforme? Cosa desideriamo dalla loro realizzazione? Cosa vorrei, dunque, volendo le riforme? Mi si potrebbe rispondere: “Si deve rendere l’istituzione più efficiente”. Ma è come con la meritocrazia: tutto dipende da quale scala di valori si usa. E le scale di valori, per quanto possano apparire naturali, sono arbitrarie. Il rischio che si presenta è l’apoteosi dell’arbitrarietà della scala dei valori: l’arbitrarietà imposta per legge può durare finché non necessiterà di ricevere modifiche, ossia ulteriori aggiustamenti arbitrari, frutto sempre di calcoli amministrativi e tecnici. Oppure si potrebbe obiettare che l’efficienza consiste nel migliore il rapporto tra rendimento del servizio e suo costo. Così si agisce a livello dei costi; ma diminuendo i costi accade che cali anche il rendimento. Da un lato ci si potrebbe chiedere se non convenga piuttosto migliorare il rendimento per pareggiare o superare i costi; dall’altro lato ci si potrebbe chiedere se, invece, agire contro il costo non comporti, come spesso accade, la perdita di diritti o di posizioni che i meno protetti, o, si potrebbe anche dire, i più deboli (sempre più deboli) nel rapporto di potere, subiscono.

Comincerò a sospettare che le riforme le vogliano e le facciano “i padroni”? Quale giovamento trarrei dalla “cultura del sospetto”? Comincerò forse a sospettare delle “scie chimiche”? La cultura del sospetto, in questo senso, mi pare ben lontana dalla cultura del dubbio. A me non è affatto chiaro quale sia il senso della riforma continua, incessante, petulante. Non perché sia conservatore, non perché non ritenga corretti gli argomenti per “svecchiare” qualche apparato; piuttosto perché non mi è chiaro se questo movimento sia un abbaglio storico provocato dall’eccesso di comunicazione o una tendenza non ancora chiara del tempo attuale.

Per lo più si parla di “smantellamento dello Stato sociale”, di “attacco alle classi lavoratrici”, della “necessità di stare al passo coi tempi”. (Ma si veda, a tale proposito, la recente analisi di Ignazio Masulli, Chi ha cambiato il mondo?) Ogni argomento ha le sue ragioni. Ma a me sembra innanzitutto che sia lo Stato stesso, oggi come ieri, ad assumersi il compito delle riforme in quanto “Stato innovatore” (in un senso differente da quello studiato da Marianna Mazzucato). C’è fin troppo Stato in questa attività di continua riforma, come c’è troppo sovra-Stato nell’attività di controllo, suggerimento, obbligo di riforma. La riforma sembra aver assunto innanzitutto un senso tecnico e amministrativo: le riforme si susseguono, o se ne annunciano di continuo, riforma della riforma, perenne movimento per ri-formare tecnicamente e amministrativamente le istituzioni pubbliche e private; dunque non solo lo Stato o altre istituzioni pubbliche, ma anche la famiglia o gli attori umani in quanto “capitale umano”, “reddito”, “conto corrente” ecc. Forse questa lontananza dal concreto attore umano, in quanto esponente di un ruolo sociale, è tra le più considerevoli caratteristiche della tecnica della riforma. Dico l’attore umano in quanto colui che interloquisce, dialoga, con chi governa, colui al quale una riforma è destinata, che si batte e lotta perché qualcosa, nei determinati fenomeni che lo riguardano, cambi. E non è un caso se oggi la lotta appare qualcosa che sfuma tra l’attività sportiva occasionale del lancio del petardo e lo spettacolo colorato in piazza.

***

“Fare le riforme” è affermazione assillante. Mi chiedo, di nuovo, se tutto questo non sia un gioco illusorio. O, bisognerebbe dire, proprio in quanto gioco illusorio, meramente comunicativo, l’affermazione non dia comunque luogo a una riforma del modo di pensare, del ragionamento politico. Il tornaconto politico, il rapporto tra costi e rendimenti elettorali di una dichiarazione, di un gesto, di un’azione sono settimanalmente oggetto di calcolo da parte di sondaggisti. Su questi castelli di sabbia si producono sragionamenti politici, discorsi nel vuoto, eccessi di retroscena. Ma la comunicazione è anche l’ambito di confronto tra chi ha il potere di parola sugli argomenti scottanti del giorno, sui continuamente ribaditi teoremi dell’opinione pubblica. Al di là dei politici, il cui mestiere è quello di parlare (e troppo spesso anche di annunciare piuttosto che di enunciare), si possono facilmente individuare tre tipi di fabulatori. Il tipo “professore XXX”, esperto o pseudo-esperto che interviene ragionando con dati precisi, presentando calcoli, tabelle e statistiche, proposte di riforma. Il tipo “ospite in trasmissione” (televisiva, radiofonica ecc.), meno propenso al discorso specialistico ma molto ben disposto a parlare di qualsiasi cosa: costui preferisce restare sul vago, ricordare vecchi e grandi modelli o problematizzare casi esistenziali, proporre soluzioni semplici o, talvolta, atti di ribellione e di nuova partecipazione, che non guardano a un nuovo modo di intendere la lotta, ma semplicemente a sbattere i pugni sul tavolo. Il tipo “opinionista”, che una volta si chiamava terzista: questi ci dice “le cose come stanno”, propone anche ragionamenti ipotetici o per assurdo per tornare alla “realtà”, al fatto che “si deve fare così”, che “non si può fare altrimenti”, nel senso che la “realtà” in cui viviamo, realtà dove ciò che è attuale è ciò che si prevede diventa una cosa sola, nel bene e nel male, conduce in un’unica direzione, verso il dover-essere.

In questi discorsi si parla sempre di riforme, e la riforma, da oggetto di discorso, diventa effetto di realtà. A loro modo, sebbene il tipo “opinionista” faccia di tutto per sembrare più realista degli altri, tutti i comunicatori parlano di “realtà”: la realtà dei dati, la realtà delle persone, la realtà in quanto tale. Questa realtà è indiscutibilmente al centro dell’attenzione. Ciascuno, è chiaro, la ritaglia a suo modo: sarà poi lo spettatore a scegliere in quale realtà esistere. Ed è in questa realtà che agisce una certa riforma: riforma basata sui calcoli, riforma basata sui bisogni o sui desideri, riforma basata sulla necessità. Tutti “sanno”, nella loro realtà, cosa, nel bene e nel male, comporterà una riforma da loro avanzata o una riforma attuata dalla parte avversa. Ci si chiede allora se, roteando i pareri e i governi, a una riforma seguirà una nuova riforma: si farà la controriforma? Si aggiusterà la precedente riforma? Ciascuno porta la sua riforma o il percorso di riforma è sempre un processo univoco, omogeneo, identico? Che cosa, dunque, cambia, in che cosa consisterebbe il cambiamento? Senza passare a sentenze à la Tancredi, come si dovrebbero leggere questi cambiamenti, come si misurano: con la statistica, con le parole della gente, con i giudizi dei mercati?

Si dice che oggi i politici non hanno più lo sguardo di ampio raggio: non guardano alle future generazioni, ma solo a tappare i buchi, a coprire le faglie create dall’attuale o dalla vecchia generazione che occupa i posti della classe dirigente. Ma anche qui potrebbe trattarsi di illusione ottica. Da un lato, il lungo corso (o il medio termine) è l’effetto di una ricostruzione da zero dopo l’ultima guerra mondiale; dall’altro lato quel che si chiede oggi, quel che si vorrebbe riformando, è “un cambiamento radicale”, “una trasformazione epocale”. Io non ho ancora ben capito quale sarebbe l’epoca in cui viviamo. A volte viene il dubbio che, se si pensa in termini di “smantellamento dello Stato sociale”, forse il Welfare State non è stato il prodotto di una riforma ma di una rivoluzione propria del suo tempo (trenta o meno anni rispetto a numerosi secoli di vita delle società umane), come forse oggi cominciano a pensare coloro che si collocano “molto” a sinistra, quelli che quarant’anni fa avrebbero disprezzato il Welfare State perché frutto di un compromesso e non di una conquista, mentre oggi ne rivendicano e intendono difenderne l’esistenza contro coloro che si collocano “abbastanza” a sinistra per impratichirsi, nelle attività politiche e in quelle di comunicazione, nella riforma, non ne dubito, “necessaria”, del Welfare State.

Stando alla proliferazione dei “post-“, si potrebbe dire (qualcuno lo avrà detto) che questa è l’epoca del “post-Welfare State”. O sarebbe forse meglio cominciare dicendo che, in effetti, da quel che si dice, o si fa, da quel che ne potrei trarre, viviamo nell’epoca, economica e politica, della tecnica delle riforme.

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