Il mondo come “teatro” e come “mercato” ne “Le confessioni d’un italiano”

Molteplici sono gli orientamenti che si possono seguire (ri)leggendo Le confessioni d’un italiano (1857-1858) di Ippolito Nievo. Stando ai generi, ci si può concentrare, per esempio, sul romanzo storico, nella particolarità di un romanzo che storicizza direttamente il passato prossimo, oppure sul Bildungsroman, almeno fino al matrimonio del protagonista, Carlo Altoviti, o anche sul romanzo d’avventura e di sentimento, seguendo i vagabondaggi di Carlo e anche quelli della Pisana. Oppure si può prestare particolare attenzione alla ricca varietà linguistica di cui è composta la materia prima del romanzo, con il che occorre ricordare il debito in calce nelle Note azzurre di Carlo Dossi, nonché il brano che qui cito traendolo dagli Studii sulla poesia popolare e civile massimamente in Italia:

Nessuna lingua d’Europa è ricca di così svariate gradazioni come la nostra, e se da un lato è questa non minima fra le cause delle nostre cento piaghe perpetuandosi per essa il fuoco infame delle discordie cittadine e delle invidie municipali, pur d’altra parte non mancano gli effetti buoni, ove si consideri la maggior originalità che ne desumono le diverse regioni della penisola, e il grande vantaggio che insensibilmente proverrà alla lingua scritta dalla fusione che di questi immensi materiali parlati si verrà operando sotto la pressura unificatrice del tempo.

Ancora, si potrebbe prestare attenzione alla qualità letteraria dell’opera osservando quei personaggi così riccamente sfaccettati che popolano il romanzo, a cominciare dalla Pisana, del tutto sfuggente e tanto anticonformista rispetto al canone “Lucia Mondello” al punto da essere anche stata ragione di scandalo, per proseguire con il padre Pendula, con il medico Lucilio, Giulio dal Ponte eccetera.

Qui vorrei concentrarmi su una direzione di lettura che si può prendere nel capitolo secondo, che permette di tornare indietro a rivedere i personaggi presentati nel primo capitolo e di proseguire quindi innanzi nella lettura. Si tratta di una strada che un personaggio in particolare, il medico Lucilio, sembra indicare al narratore ottuagenario, nelle sue riflessioni sulla proprie esperienze fanciulle di Fratta, e anche al lettore.

***

Il mondo per essi non era mercato ma teatro.

(p. 99. Cito dall’edizione Mondadori 1981, ristampa del 2010)

Il narratore sta presentando il personaggio di Lucilio Vianello, figlio del dottor Sperandio. Lucilio è a sua volta dottore, ma solo “perche aveva guardate molte lingue e tastati molti polsi nel territorio” (p. 107). Studente all’Università di Padova, non ha ancora né preso la laurea né dato alcun esame. Il narratore lo descrive ironicamente come

uno scolaro molto notevole per la sua negligenza; che non solea mai sfigurare nelle rare comparse; che litigava sempre coi nobiluomini e coi birri; e che ad ogni nevata accorreva sempre il primo al parlatorio delle monache di Santa Croce per annunciare la novità. (p. 94)

Lucilio si intrattiene volentieri nel castello di Fratta per assistere la vecchia Contessa. Il suo primo intento è di vedere Clara, nipote dell’anziana Contessa e primogenita della Signora di Fratta, giovane diciannovenne dall’animo gentile e da poco uscita dall’educazione conventuale – le contadine se la raffigurano già come una santa. Gli sguardi che s’incrociano tra Lucilio e Clara passano inosservati a tutti, eccetto che al vecchio Martino, il pulitore di patate, quasi un patrigno per Carletto. L’intento della famiglia è di dare Clara in sposa al Partistagno, il quale sulla giovane ha posto il suo sguardo pieno di superbia e onore.

Lucilio appare personaggio di confine tra il mondo di Fratta e il mondo esterno. Alla fine del XVIII secolo, l’assenza di canali di comunicazione, scrive il narratore, rende una piccola società come un microcosmo chiuso che bada solo a se stesso:

Così gli abitanti di Fratta vivevano a somiglianza degli dei di Epicuro, in un grandissimo concetto della propria importanza; e quando la tregua de’ loro negozii o dei piaceri lo consentiva, gettavano qualche occhiata d’indifferenza o di curiosità a destra o a sinistra, come l’estro portava. (p. 99)

Alla penuria dei mezzi bisogna aggiungere l’interesse della gente:

 Più sovente adunque i nostri interlocutori parlavano dei pettegolezzi del vicinato: del tal Comune che aveva usurpato i diritti di tal feudatario; della lite che se ne agitava dinanzi all’Eccellentissimo Luogotenente, o della sentenza emanata, e dei soldati a piedi ed a cavallo mandati per castigo, o come si diceva allora, in tansa presso quel Comune a mangiargli le entrate. – Si pronosticavano i matrimoni futuri, e si mormorava un tantino anche di quelli già stabiliti o compiuti; e per solito i litigi le angherie le discordie dei signori castellani tenevano un buon posto nel discorso. (p. 99)

In questo contesto di provincia spicca la figura di Lucilio che affascina il narratore:

 L’era una di quelle nature rigogliose e bollenti che hanno in sé i germi di tutte le qualità, buone e cattive; […]. Servo insieme e padrone delle proprie passioni più che nessun altro uomo; temerario e paziente, come chi stima altamente la propria forza, ma non vuole lasciarne sperperar indarno neppure un fiato; egoista generoso o crudele secondo l’uopo, perché dispregiava negli altri uomini l’obbedienza a quelle passioni di cui egli si sentiva signore, e credeva che i minori debbano per necessità naturale cedere ai maggiori, i deboli assoggettarsi ai forti, i vigliacchi ai magnanimi, i semplici agli accorti. […] Di tal tempra sono gli uomini che fanno le grandi cose, o buone o cattive. (p. 101)

Il narratore ammira l’indole tenace e robusta di Lucilio, cresciuto in un ambiente umile. Sul piano intellettuale è netta l’opposizione tra Lucilio e il padre, uomo che “parlava mezzo latino, e mezzo friulano; ma il dopopranzo ci metteva del latino per tre quarti; e verso notte dopo aver bevuto il boccale dell’Avemaria, la dava dentro in Cicerone a tutto pasto” (p. 93). Lucilio ha letto vecchi storici e nuovi filosofi, ha attentamente osservato la società; ha, insomma, cultura illuministica:

Credeva che piccoli o grandi si dovesse pensare a quel modo per aver diritto di chiamarsi uomini. (p. 102)

La descrizione fisica di Lucilio si relaziona alla sua statura morale: la fronte alta “nascondiglio di grandi pensieri”, gli occhi abbaglianti “cercavano più che il volto l’animo e il cuore della gente”, il naso e la bocca “dinotavano il forte proposito e il segreto perpetuo lavorio interiore”, la piccola statura come quella “dei veri grandi”, la muscolatura adatta a “uno spirito turbolento ed operoso”, l’eleganza e la semplicità come contrassegno di un giovane che sa il fatto suo, e non risponde a tono né alle canzonature della marmaglia di Fratta, né allo sguardo di altero disprezzo del Partistagno.

Nel mondo di Fratta, provinciale e chiuso, non può che prevalere una mentalità conservatrice. Si tratta di un mondo che crede di vivere, nello stesso tempo, al centro del mondo e fuori della storia. Lucilio si distingue nettamente dalla media dei paesani:

aveva letto molto, s’era preso di grande amore per la storia, e siccome sapeva che ogni giorno è una pagina negli annali dei popoli, teneva dietro con premura a quei primi segni di sconvolgimenti che apparivano sull’orizzonte europeo. (p. 96)

Alla vecchia Contessa, Lucilio parla della rivoluzione americana e delle turbolenze di Francia. La vecchia Contessa, che incarna l’anima del conservatorismo del mondo di Fratta, appare avvinta dal ricordo della “Venezia com’era stata nei primordi del Settecento” (p. 97). “Ricordo” importante negli sviluppi storici del romanzo, tale da segnare l’immagine di Venezia come mito e non più ormai Stato, come ciò che deve rassegnarsi a ridursi alla sua dimensione di città. Al moto della storia di Lucilio, inoltre, la Contessa oppone la sapienza della Provvidenza. Ciononostante, l’anziana donna preferisce la compagnia del giovane figlio del medico di Fratta piuttosto che di qualsiasi altro personaggio.

La vitalità di Lucilio, esaltata dall’anziana Contessa, è la vitalità del mondo come mercato, del mondo tutto in comunicazione, comunicazione tra gli uomini e per mezzo di idee, del mondo storico. I discorsi politici, che per Lucilio sono sua stessa fonte di vita, per la Contessa non sono che piacevoli chiacchiere, conversazione per ingannare il tempo e i malanni dell’oggi ricordando i fasti e i piaceri di ieri. Se l’idea viva esiste nel mondo come mercato, la parola vuota, il chiacchiericcio, esiste nel mondo come teatro. A Lucilio non interessa vivere in questo mondo. E la sua figura, in qualche modo, passa in secondo piano, lateralmente, al punto che la gente non si accorge dell’incrociarsi dello sguardo del giovine con quello di Clara. Qualora questo accadimento dovesse affiorare nel mondo di Fratta, qualora si trovassero i segni dell’esistenza di Lucilio nel mondo come teatro, ciò non potrebbe accadere che nel pettegolezzo. E il pettegolezzo è qualcosa che circola sottovoce, di nascosto, qualcosa che tutti sanno e tutti fingono di non sapere. Si oppone alla parola data, alla parola giurata, quella che ci si immagina e, si sottintende, possa prima o poi emergere tra Clara e il Partistagno.

Lucilio appare già come figura di rottura, portatore di una logica nuova, ancora assente a Fratta. Al contrario, il mondo come teatro ha una sua logica, o, per meglio dire, una sua morale: la morale cattolica. Bisogna passare dal piano della narrazione al piano della riflessione. Sul primo piano, ci si trova a ragionare sul mondo di Fratta. Sul secondo piano, ci si trova a ragionare assieme al narratore ottuagenario sul piccolo mondo antico. Il giudizio sulla morale religiosa del narratore è netto:

Si dirà che l’educazione cristiana distrugge poi i perniciosi effetti di quelle prime abitudini [il riferimento è alle abitudini della Pisana]. – Ma lasciando che è tempo sprecato quello nel quale si distrugge, e invece si avrebbe potuto edificare, io credo che una tal educazione religiosa serva meglio a velare che ad estirpare il male. (p. 60)

Questione che ritorna verso la fine, quando Carlo Altoviti contende alla moglie, l’Aquilina, l’educazione dei propri figli. È interessante concentrarsi sulla riflessione del narratore, perché qui si ravvisa, sebbene molti anni dopo i fatti raccontati, una netta opposizione rispetto ai valori portanti del piccolo mondo di Fratta, l’adesione a ben altri valori civili. Questi valori permettono di collegare l’intelligenza del narratore, il suo percorso educativo, alla cultura illuministica di Lucilio. In questo caso, l’opposizione è con la fede di Clara, in realtà più fede di cuore, attesa romantica di un’anima sensibile, come mostreranno le sequenze della sua isolata passeggiata con Lucilio, piuttosto che fede religiosa. Ma Clara è, in qualche modo, vittima dei giudizi del mondo di Fratta, del modo in cui la figlia della contessa è vista dalle contadine. Il narratore, appellandosi alla metafora del cauterio, “che aperto una volta non si può più richiudere” (p. 60), afferma che i sensi, una volta assunta una certa condotta, non possono più essere debellati o chiusi, e seguono un certo sviluppo. Certo, la ragione può venire in soccorso e frenare certi istinti; ma questo non cancella gli istinti stessi. Bisogna essere santi per saper “domare gli stimoli della carne e vincere le tentazioni” (p. 61). L’educazione della ragione e della volontà deve precedere lo scatenarsi dei sensi. Questo richiede un’educazione affatto diversa. Richiede un’educazione più per scienza che per fede. Richiede un’educazione in cui l’obiettivo è il relazionarsi con gli altri uomini, non con Dio. In questo senso, in opposizione ai limiti dell’educazione ricevuta da Clara che, prima della clausura a Venezia, appare più vittima delle circostanze che attrice cosciente delle proprie “pie” manifestazioni, il narratore afferma:

Educato senza le credenze del passato e senza la fede del futuro, io cercai indarno nel mondo un luogo di riposo pei miei pensieri. Dopo molti anni strappai al mio cuore un brano sanguinoso sul quale era scritto giustizia, e conobbi che la vita umana è un ministero di giustizia, e l’uomo un sacerdote di essa, e la storia un’espiatrice che ne registra i sagrifici a vantaggio dell’umanità che sempre cangia e sempre vive. (p. 86)

Non sembra affatto una morale cosiddetta stoica. Sembrerebbe invece il risultato di un’esperienza vissuta e storica, nella coscienza di esistere in un certo tempo storico (“Io sono padrone in faccia agli altri uomini del mio essere temporale ed eterno”), rivendicazione del proprio libero arbitrio. Una lezione da collocarsi nel mondo come mercato – sebbene per ora, nelle riflessioni su di se stesso fanciullo, ancora lontana dal piano del racconto di esperienze personali – da affiancare alla morale di Lucilio.

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