Filosofia o Storia della filosofia? Qualche parola oziosa su Diego Marconi, “Il mestiere di pensare”

Diego Marconi, Il mestiere di pensare, Torino, Einaudi “Le vele”, 2014

Condivido con Diego Marconi il richiamo alla professionalità del filosofo accademico. Questa mi sembra la condizione basilare per accedere ai concorsi accademici, e non solo ai bandi per i filosofi. Le opinioni generali e particolari appartengono al mondo della divulgazione. Per questo spero che nessuno ottenga mai finanziamenti per fare ricerca su “che cos’è la filosofia?”. Questa sì che è una domanda oziosa, oltre che inadeguata a una qualche risposta professionale.

Tuttavia Marconi dimentica che, come i filosofi hanno i loro problemi filosofici, così gli storici della filosofia hanno i loro problemi storici. Sottolineo: storici. Non a caso Marconi[1], e con lui molti filosofi analitici, non distinguono tra “storia della filosofia” e “filosofia della storia”, o tra “storia della filosofia” e “storia filosofica” – fatta, cioè, come se la storia fosse campo adatto per filosofare.

Per ciascuna di queste attività vale l’obiezione: “perché dovrei dire che così e non così si fa filosofia?”. A essere sinceri, in fondo, è questo il succo dei tentativi di rispondersi all’interrogativo “Che cos’è la filosofia?” (interrogativo che è alla radice del libretto di Marconi: di questo ne sono certo, come sono abbastanza certo che chi fa filosofia non può che interrogarsi spesso su quello che fa) come se si rispondesse all’interrogativo “Come si fa filosofia?”. Ma non si tratta affatto dello stesso interrogativo. Infatti la contesa si restringe a volte all’opposizione tra Filosofi Analitici e Storici filosofici, ossia all’opposizione tra due gruppi di contendenti che ritengono, ciascuno, e a torto, che il loro modo di fare filosofia, se non l’unico, comunque è il migliore.

Se dietro queste domande sovrapposte non ci sono diverbi per l’assegnazione di fondi di ricerca, mi chiedo: “forse i matematici incalzano gli storici della matematica, o i filosofi della fisica incalzano i fisici? Forse il neurologo non può filosofare sulle ricerche sue e dei suoi colleghi? Non è, forse, filosofia questa?”. A Marconi sembrerebbe di no. Allo stesso modo, bisognerebbe chiedersi perché filosofi e storici della filosofia non si lasciano vicendevolmente in pace.

C’è chi obietta: “ma la filosofia non è una scienza!”. Obiezione accolta (ma non all’unanimità). I filosofi non sono degli scienziati (alcuni filosofi non sono d’accordo). Prima che nell’attività di ricerca, questo ha importanza per la formazione del filosofo. Lo scienziato può benissimo aver ricevuto solo una conoscenza manualistica della storia della fisica. Il filosofo, invece, no: il filosofo in fasce deve saperne qualcosa in più dei suoi predecessori che non sia mera manualistica. Prima di tutto, ed è differenza non da poco, deve leggere qualche testo. A che serve a un fisico leggere Aristotele, Galilei, Newton? Un filosofo, invece, dovrebbe aver letto qualcosa di Aristotele, di Descartes, di Kant. Questo ha una conseguenza rilevante che si può facilmente constatare in qualsiasi testo filosofico che non sia di logica pura o di Wittgenstein: un filosofo[2], in qualche modo, si confronta con la storia della filosofia. Marconi lo ammette con saggezza. Del resto i filosofi analitici non sono i soli a detestare la storia della filosofia (un po’ la detestavano anche Kant e Husserl). Eppure non ne possono fare a meno: la storia della filosofia è condizione necessaria per diventare filosofo analitico.

Il filosofo, dunque, non può non confrontarsi, almeno nel periodo di formazione, con la storia della filosofia. Non per questo è obbligato alla lettura di saggi di storia della filosofia. Viceversa, gli storici della filosofia, per quelle che sono le loro competenze e i loro ambiti di studio (gli storici della filosofia sono specialisti di determinati ambiti), a volte curiosano nei testi filosofici. Possono elogiarne il rigore retrospettivo o fare loro le pulci: in ogni caso, constatano con piacere come questi testi abbiano a loro modo a che fare con la storia della filosofia. Per questo, io dico, gli storici della filosofia hanno qualcosa in più dei filosofi: perché, a differenza dei testi di storia della filosofia, che raramente accedono all’officina del filosofo – e spesso il filosofo non sa nemmeno perché se li ritrovi tra i suoi attrezzi – allo storico della filosofia piace avere in officina testi di filosofia. Così, per curiosità, ossia per quella particolare forma di erudizione che si rivolge al presente e non al passato.

Il filosofo a volte si chiede a cosa serva la storia della filosofia. Forse pone troppo l’accento su filosofia e poco su storia. Si tratta di un atteggiamento comprensibile, per quanto possa apparire spocchioso. In passato, certi storici della letteratura sostenevano che si potesse fare storia della letteratura solo come un passare da un classico a un altro. Ma chi decide che cosa è classico e che cosa non lo è? Più di recente, accadeva di trovare qualche intoppo nel fare storia delle teorie del linguaggio, dato che la linguistica si riteneva la regina tra le scienze umane: spesso si tendeva a vedere delle teorie del passato con l’occhio critico della scienza del proprio presente. Atteggiamento non sempre proficuo, dato che può comportare la ricerca dei propri “padri fondatori” – per non parlare della storia di una disciplina costruita ad hoc per esigenze manualistiche.

Lo storico della filosofia, questo deve essere chiaro, è storico. La filosofia è l’oggetto dei suoi studi. Esiste lo storico dell’età moderna, lo storico della moda, lo storico dell’alimentazione, lo storico dei movimenti giovanili del XX secolo, lo storico dei Presidenti degli Stati Uniti, lo storico del diritto amministrativo irlandese? Se sì, perché non può esistere lo storico della filosofia? Non mi pare che i cuochi battibecchino con gli storici dell’alimentazione, gli stilisti con gli storici della moda ecc. Perché i filosofi se la prendono tanto con gli storici della filosofia? Perché non vogliono che i testi filosofici siano oggetto di studio storico? Forse non ne sono contrari, ma troppo spesso si ostinano a confondere la storia della filosofia con la storia filosofica, che è ben altra cosa (e che interessa anche allo storico della filosofia, il quale tuttavia sospetta che si tratti di un nome nuovo assegnato a una vecchia pratica: la filosofia della storia. Infatti si tratta di storia filosofica della filosofia: qualcosa che, forse inopinatamente, praticò anche Kant!).

Invece ci si continua incessantemente a chiedere che cos’è la filosofia – come ci si chiede che cos’è la sinistra. Non penso affatto che sia una domanda inutile. Ripeto: è inevitabile per il filosofo porsi il problema di che cosa fa. Se lo chiede molto spesso anche lo storico[3]. I punti sono semplicemente tre: (1) non prendersela tanto con lo storico della filosofia, ossia con colui che si ritiene innanzitutto uno storico, perché è arido e non produce filosofia: non è questo lo scopo dello storico; (2) non confondere la domanda sul che cosa con la domanda sul come: si rischia di svolgere il problema difendendo la filosofia (presunta) migliore tra le altre; (3) non presentare il quesito come indispensabile alla sopravvivenza della filosofia – i filosofi possono benissimo proseguire i loro lavori e chiedersi che cos’è la filosofia nell’intimo o in momenti di ozio; trasformare il problema in una questione epistemologica, se si è in grado di riuscirci (ne dubito), solo se si è davvero abili e perspicaci, o in grado di contenere ondate di filosofia nell’oceano della storia universale, e solo se questo è il proprio campo di riflessione. Personalmente, spero che non esistano da nessuna parte presunti specialisti in questo campo.

Il punto, per l’ozioso (che tuttavia nell’ozio studia e immagina, riflettendo sulle opere compiute e da compiersi), è chiedersi il come: qual è l’oggetto della domanda sulla filosofia. A mio avviso la domanda pertiene l’atto del filosofare. Forse è un po’ troppo, ma la filosofia non ha un oggetto delimitato di studio[5].

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[1] A p. 109 Marconi scrive: “La tesi della fine della filosofia mi incuriosisce molto, perché sembra ovvio che se c’è qualcosa che non finirà finché vi saranno esseri umani (o umanoidi), è proprio la filosofia: perché finisse, bisognerebbe che non ci fossero più problemi mal definiti (ma solo problemi del tipo di quelli che Thomas Kuhn chiamava puzzle), o che non ci fossero più alternative pratiche tra cui scegliere e quindi venisse meno ogni dilemma morale, o che gli esseri umani si riconciliassero completamente con la loro mortalità”. Tutto questo non mi sembra affatto ovvio. Una sterminata popolazione di uomini e donne vivono la loro esistenza senza preoccuparsi di filosofia. Ma è ancora più interessante notare che questo afflato di umanismo di Marconi contraddice (a) l’idea dello specialismo filosofico, giacché introduce concetti nient’affatto specialistici come “essere umano”, “mortalità”, “dilemma morale”; (b) il criterio di professionalità, secondo il quale esiste filosofia finché c’è lavoro per i filosofi: da quel che qui si dice, invece, sembrerebbe che, alla fine, il filosofo non faccia che occuparsi dell’umano!

[2] Scrivo “filosofo” e non “filosofo teorico”, come fa Marconi, perché mi fa orrore pensare alla “pratica filosofica”.

[3] Non è un privilegio, allora, essere storico della filosofia? Non solo l’officina si riempie di libri di storia e di filosofia (per non parlare dei libri di storia della scienza, di epistemologia e di quant’altro possa interessare lo storico: non si può, infatti, studiare il passato ragionando con gli stessi compartimenti dipartimentali contemporanei); ma lo storico si può liberamente interrogare e su che cos’è filosofia e su che cos’è storia!

[4] In questo senso la questione passa ai professionisti. Il mio auspicio è che non esistano presunti specialisti di questo campo.

[5] La questione oziosa pertinente per il come della storia, invece, sarebbe l’atto di documentazione. Lo storico, dunque, quando si chiede “che cos’è la storia?” dovrebbe in realtà chiedersi “che cos’è un documento? Che cosa fa di un oggetto X un documento? Come si può ricostruire una serie di eventi o di fenomeni accaduti in passato, di cui non si ha esperienza diretta, suiper mezzo dei documenti?”.

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