Primo Levi: il lavoro, la scrittura, il linguaggio

1.

Negli anni Cinquanta e Sessanta, anni di “boom economico” e di “ideologia del lavoro”, la letteratura, in particolare quella cosiddetta “industriale”, manifestava i suoi dubbi sul lavoro come forza di progresso e di liberazione. Assumeva spesso toni pessimisti, in certi casi diventava letteratura sul rifiuto del lavoro. Si pensi a Il calzolaio di Vigevano (1957) di Lucio Mastronardi, a Tempi stretti (1957) e a Donnarumma all’assalto (1959) di Ottiero Ottieri, a Memoriale (1962) di Paolo Volponi, a Il padrone (1965) di Goffredo Parise, a Il lavoro culturale (1957), a L’integrazione (1960), a La vita agra (1962) di Luciano Bianciardi.

Pessimismo e rifiuto del lavoro erano le linee intellettualmente egemoni che, in realtà, esprimevano una contraddizione di fondo: l’intellettuale non sapeva come porsi di fronte all’operaio. Cito da La linea gotica (1963) di Ottieri alcune righe datate novembre 1954:

Se la narrativa e il cinema ci hanno dato poco sulla vita interna di fabbrica, c’è anche una ragione pratica, che poi diventa una ragione teorica. Il mondo delle fabbriche è un mondo chiuso. Non si entra – e non si esce – facilmente. Chi può descriverlo? Quelli che ci stanno dentro possono darci dei documenti, ma non la loro elaborazione: a meno che non nascano degli operai o impiegati artisti, il che sembra piuttosto raro. Gli artisti che vivono fuori, come possono penetrare in una industria? I pochi che ci lavorano diventano muti, per ragioni di tempo, di opportunità, ecc. Gli altri non ne capiscono niente: possono farvi brevi ricognizioni, inchieste, ma l’arte non nasce dall’inchiesta, bensì dalla assimilazione. Anche per questo l’industria è inespressiva; è la sua caratteristica. Tra lo stare in una industria e il parlarne, esiste come una contraddizione in termini.

Ottieri lavorava in fabbrica come dirigente e conosceva l’ambiente industriale. Dalle sue parole si evince un vuoto: vi è contraddizione tra stare in industria e parlarne, l’industria è inespressiva. Tuttavia, in qualche modo, l’intellettuale cercava di colmare questo vuoto.

Per l’intellettuale, infatti, l’operaio incarnava l’uomo nuovo: della rivoluzione, ma anche dell’emancipazione. Questo diceva l’ideologia. Come, però, tacere dell’alienazione dell’uomo divenuto ingranaggio tecnico? Giovanni Pirelli si pose questo problema nel romanzo L’altro elemento (1965), oggi dimenticato. Come liberare l’uomo dall’ingranaggio? Con la rivoluzione? E quale compito spettava all’intellettuale: un compito culturale, umanistico o scientifico? Un compito politico, nel Partito, nel Sindacato, a stretto contatto con i lavoratori?

La letteratura sul lavoro si presentava come modo culturale e politico di conoscere la realtà. Tuttavia, per l’intellettuale, il rapporto con questa realtà non era cosa semplice. Il mio non è un giudizio di valore sulle singole opere. Penso ai dibattiti sulla sperimentazione in poesia, sulla nuova lingua italiana, al celebre numero 4 (1961) de Il Menabò su “Industria e letteratura”. Alle difficoltà culturali e politiche di focalizzazione da parte degli intellettuali, succedette la lotta contro il delegato di parola: seguirono copiosi dibattiti assembleari e su stampa – fenomeno, comunque, cruciale per distinguere rappresentanza e autorappresentanza, da collegare al problema della forma-partito e dei rapporti di classe. Giunse il tempo della presa di parola da parte dell’operaio, ovvero la stagione della scrittura operaia, per la quale è stato coniato l’orribile titolo letteratura selvaggia. Tuta blu (1978) di Tommaso di Ciaula esemplifica il caso dell’operaio-poeta che vive dal di dentro il rifiuto del lavoro. Da mezzo intellettuale di racconto dell’alienazione operaia, la letteratura diventava strumento di autocoscienza e di liberazione dell’operaio che scrive.

(Su questi temi: R. Paris, Il mito del proletariato nel romanzo italiano, Milano, 1977)

Nella letteratura sul lavoro, la cui storia ho rapidamente abbozzato, a mio avviso spiccano due opere. Una segna una frattura (e in un certo senso anche una continuità) radicale tra la letteratura intellettuale e la letteratura operaia. Parlo di Vogliamo tutto (1971) di Nanni Balestrini, il cui metodo di composizione, già sperimentato dall’autore, ben aderiva linguisticamente (sintassi e semantica del parlato, blocchi linguistici senza punteggiatura, de/ri-costruzione della frase ecc.) al contenuto rivoluzionario. Il testo, documento importante delle lotte operaie del 1969, si divide in una prima parte, montaggio dello sbobinamento di un monologo di un operaio-massa, e in una seconda parte, montaggio dello sbobinamento di assemblee e giorno di lotta.

(Sulla poetica di Balestrini: C. Brancaleoni, L’impazienza della realtà. Avanguardia e realismo nell’opera di Balestrini, Lecce 2009)

2.

La seconda opera che spicca nella letteratura sul lavoro non ha avuto lo stesso seguito di Vogliamo tutto. Non credo nemmeno sia tra le più lette del suo autore. Sto parlando de La chiave a stella (1978) di Primo Levi.

Considerata nel contesto letterario, La chiave a stella sembra un’opera sul rifiuto della letteratura sul lavoro. Esaminandone il contenuto, prende ben altra strada da Vogliamo tutto. I protagonisti delle due opere hanno fatto esperienza della catena di montaggio, l’uno in Fiat (Vogliamo tutto), l’altro in Lancia (La chiave a stella). La catena di montaggio ha segnato la vita di entrambi: l’uno è passato dalla ribellione individuale alla fatica alla contestazione collettiva (un rivoluzionario?); l’altro è passato dall’impiego come operaio generico al mestiere di montatore specializzato in grandi infrastrutture. L’uno si realizza nella lotta; l’altro trova la propria realizzazione nella passione per un lavoro che gli permette di viaggiare, di conoscere luoghi e persone, di sfidare la natura e i molossi di acciaio.

Due personaggi popolano La chiave a stella: il narratore, di mestiere chimico di vernici, in cui è facile riconoscere Primo Levi, e Faussone, il montatore specializzato, e narratore a sua volta. La struttura del racconto sembra opposta a quella di Vogliamo tutto, dove lo scrittore “scompare” lasciando il suo posto all’operaio (sebbene, si potrebbe notare, la letterarietà del testo risiede nel montaggio, opera dell’autore, certificata da nome e cognome in copertina). Più interessante, tuttavia, appare l’opposizione nel contenuto, nel modo di parlare del lavoro: mentre in Vogliamo tutto il lavoro è fatica, pena, schiavitù – l’antitesi della vita, insomma – ne La chiave a stella il lavoro è stile – e lo stile è l’uomo – dunque orgoglio personale, attenzione, cura, amore di sé, in un certo senso.

La chiave a stella valorizza il lavoro come attività intelligente, attività sia fisica sia intellettuale della persona, non alienazione, ma “fare l’opera”. Non umanizza il lavoratore; ne fa una lettura linguistica, ne dà un’interpretazione letterale: l’operaio come colui che fa l’opera. Così Faussone parla del suo lavoro, con accenti eroici, degni di un’epica del lavoro – come Melville ha fatto della caccia a una balena un’epica. Lo scrittore non sovrappone la sua forma al racconto, finto o vero, dell’operaio. In questo senso La chiave a stella è opera più sincera, e meno specchio di una contingenza, di Vogliamo tutto. L’operaio Faussone vuole essere giudicato per il suo lavoro. Il lavoro che fa, che ha voluto fare, è parte della sua esistenza, e pertanto non lo può rifiutare. Sarebbe come rifiutare un pezzo della propria persona. L’uomo non è condannato al lavoro da forze divine: deve lavorare per poter vivere, per creare e trasformare l’opera, per esercitare il proprio dominio sulla natura.

Si parla di lavoro ne La chiave a stella, e se ne parla con linguaggio spesso tecnico, con descrizioni precise. Non è libro di facile lettura. Anche in questo si oppone a Vogliamo tutto, dove il linguaggio del lavoro si manifesta in forme avanguardistiche (onomatopee per i rumori dei macchinari) e basse (il linguaggio usato con i capi-reparto), in espressioni che qualificano la fatica dello schiavo. Si tratta di forme linguistiche ricomposte dall’autore. Al contrario, ne La chiave a stella c’è meno connotazione; l’uso di termini specifici e di descrizioni accurate esalta la parola dell’operaio, il suo bagaglio tecnico.

Il chimico è un operaio specializzato che si occupa di costruzioni molto piccole che non vede a occhio nudo. Così il capitolo “Acciughe I” sottolinea l’analogia tra l’operaio e il chimico, tra Faussone e Primo Levi. Ne La chiave a stella Levi rivendica il proprio lavoro di chimico. Lo fa anche altrove, per esempio nel racconto Cromo de Il sistema periodico (1975). Né si deve dimenticare che il lavoro di chimico lo salvò da Auschwitz.

3.

C’è un altro lavoro di cui Primo Levi ha a volte scritto e che il lettore può riconoscere. Il lavoro, infatti, non è solo contenuto di alcune opere; è anche il lavoro che dà forma alle opere, il lavoro della scrittura. In Ex chimico, pubblicato ne L’altrui mestiere (1985), Levi descrive come il mestiere del chimico ha influenzato l’attività di scrittore: la trasformazione delle esperienze come materia prima, la sperimentazione, l’abitudine a penetrare la materia, a volerne carpire la composizione, la struttura, l’arte della separazione, della comparazione, della scelta. La scrittura, insomma, come prosecuzione della chimica con altri mezzi.

Il lavoro della scrittura si compie in un laboratorio. Romanzi dettati dai grilli (sempre ne L’altrui mestiere) rivela l’interesse per l’etologia, che ritorna ne La chiave a stella, dove il narratore legge un libro di etologia nel viaggio di ritorno con Faussone dall’Unione Sovietica. L’etologia richiama i tratti scientifici dell’osservazione, della paziente raccolta dei dati, della sperimentazione. Anche la realtà letteraria, suggerisce Levi, può nutrirsi di ricerche scientifiche, curiosando tra ricerche e osservazioni sul comportamento degli animali, come forse accadeva agli autori delle favole.

Il lavoro della scrittura è soprattutto lavoro linguistico. Basterebbe aprire Il sistema periodico dal racconto d’apertura, Argon, per avere un magnifico esempio degli interessi linguistici che Levi descrive in Leggere la vita, dove confessa la passione per i vocabolari, oppure leggere le Lingue dei chimici, pagine che ironizzano sull’immagine della scienza dura come nomenclatura universale. Il lavoro sulla lingua vuole anche dire lavoro sul linguaggio tecnico della chimica, come nei racconti Cromo e Azoto de Il sistema periodico, ed è lavoro che si rispecchia nel linguaggio dell’operaio specializzato Faussone de La chiave a stella, trovando qui una seconda affinità. Oltre al linguaggio tecnico, la scrittura cerca di riprendere periodare e giri di parole proprie del parlato, elementi dialettali (“siulòt”, “panato” ecc.). Lo scrittore opera sul linguaggio senza deformarlo, ma esaltando le qualità e i valori espressi da Faussone e condivisi dal narratore. Tale lavoro trasforma sia il materiale tecnico e scientifico sia la materia linguistica, dando a entrambe forma narrativa, facendo del lavoro il protagonista nel duplice aspetto di lavoro dello scrittore e lavoro dell’operaio – sia del montatore sia del chimico.

4.

Nell’opera di Levi lavoro e scrittura s’intrecciano, sebbene lo scrittore torinese abbia sempre rifiutato di considerare la scrittura un mestiere perché di scrittura non si può o è molto difficile campare. Anche per questa ragione credo che Primo Levi sia uno scrittore singolare nel panorama letterario italiano: come intellettuale, per la forza morale e l’impegno civile con cui ha raccontato e, in particolare, pensato la tragedia vissuta di Auschwitz; come scrittore, avendo rifiutato le vesti del militante, avendo saputo narrare sia il lavoro vissuto sia il lavoro osservato lavorando, nello stesso tempo, sulla parola. Primo Levi, infatti, oltre che scrittore civile, è stato anche scrittore attento alla lingua, che ha sperimentato, senza artifici, il lavoro del linguaggio. Non a caso fu poeta prima che prosatore; e forma di poesia dette a ricordi, immagini, pensieri su Auschwitz (poesie raccolte in Ad ora incerta) prima di scrivere l’opera che lo ha reso famoso. Di questo lato, spesso sottaciuto, occorre tenere più conto per comprenderne meglio il valore letterario.

(Per approfondire: M. Belpoliti, Primo Levi, Milano, 1998)

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