L’Europa tra le guerre

Noi viviamo nell’Europa unita, un territorio non molto vasto ma densamente popolato che si è forzatamente dato un vincolo di pace dopo la Seconda Guerra Mondiale. Storicamente, infatti, l’Europa è stata terra di lunghe, vaste e sanguinose guerre fino a settant’anni fa, con la sola pausa gelida del cosiddetto periodo della Belle Époque, o età degli imperi, quando la guerra gli Stati europei la combattevano altrove, nei continenti dove prendersi le colonie. Purtroppo, quando si parla di memoria storica ci si dimentica di ricordarsi che l’Europa ha avuto una storia, che esiste una storia dell’Europa.

Noi non ce ne accorgiamo perché viviamo in Europa, ma l’Europa è circondata da guerre. In realtà, quasi del tutto circondata da guerre, ma solo perché sul lato occidentale c’è l’oceano. A sud dell’Europa, oltre il Mediterraneo, c’è la Libia, ormai, per quello che se ne può capire stando seduti al computer, una sorta di Somalia, e, più sotto, altre guerre, senza dimenticarsi delle cosiddette “primavere arabe”, represse nel sangue o dal voto elettorale, né dei Saharawi. A est, al confine con Polonia, Slovacchia, Ungheria, Romania, Moldavia ecc., c’è l’Ucraina, spaccata in due da una guerra che non si è mai fermata. Più a sud, oltre la Turchia, il Medio-Oriente, polveriera di battaglie e guerre mai sopite, oggi rinfocolate dai guerriglieri islamici. Gli stessi che, pare, abbiano affiliati in Libia e in altri Stati africani.

A ben vedere, non si tratta solo di guerre. Quello che è in corso, sottolineato da molti commentatori, è l’inesistenza evidente di un ordine mondiale, un ordine come quello bipolare, fondato più sulla dicotomia ideale Capitalismo / Socialismo che sulla realtà geopolitica (non era, infatti, solo bipolare: non c’erano solo Stati Uniti e Unione Sovietica), o un ordine come quello unipolare, sognato da Bush padre e figlio, magari a suon di interventi militari. Non so se si tratti di caos, come alcuni si affrettano a parlare. Certo, all’ordine si oppone il disordine. Ma non si deve dimenticare che l’idea di un ordine mondiale bi- o uni- polare è un’imposizione occidentale, non un dato storico. Parlare di caos significa non avere ancora fatto i conti con l’epilogo dell’Occidente, con la crisi di civiltà che tuttora viviamo.

Quale ruolo geopolitico, infatti, gioca l’Occidente? Gli Stati Uniti preferiscono l’isolamento, favoriti dalla loro posizione geografica. Non s’imbarcano più in spedizioni militari, forse l’hanno fatta finita con il mito di John Wayne che passeggia sulle spiagge della Normandia nel 1944. Ma il mito, teniamolo sempre presente, è ben duro a morire. Tuttavia, oggi, gli Stati Uniti, pur riconoscendo a parole il pericolo rappresentato dall’Islam fondamentalista, scelgono di giocare con pedine diverse: non inviano più truppe, ma droni o missili che possono essere telecomandati da grandi distanze. Il punto è mantenere una soglia di sicurezza, cioè conservare lo stato di guerra, senza più perdite di proprie vite umane. Ma gli Stati Uniti non si limitano a telecomandare droni o missili come in un videogioco ormai reale. Inviano armi “sofisticate”, armano gruppi di guerriglieri, in Ucraina come in Siria o in Iraq. Al più, si limitano all’addestramento di truppe. Il rapporto di guerra è ormai ridotto a questo: un gioco di simulazione da un lato, una relazione economica dall’altro, ossia una relazione di potere: vendere armi, infatti, significa che, in futuro, i compratori saranno in debito con chi li ha equipaggiati. Non sto dando giudizi morali, non sto chiedendomi se questo sia sbagliato o giusto. Vorrei solo pormi delle domande.

Ma la domanda più importante me la pongo pensando all’Europa. L’Europa, mi chiedo, cosa fa l’Europa? Cosa fa l’Unione Europea? Dal punto di vista geopolitico, agli occhi di un esterno, l’Unione Europea non vale niente. Non ha un ministro degli esteri, un dicastero economico né un presidente riconoscibile all’estero. Non ha alcuna intenzione di gestire la tragedia umanitaria che si consuma quasi ogni notte nelle acque del Mediterraneo. L’Unione Europea non esiste fuori del suo territorio, qualcosa di altrettanto difficile da definire (quali sono gli Stati che fanno parte dell’UE e in quale misura? Domanda a cui pochissimi sanno rispondere senza sbagliare).

Ci si faccia caso, una buona volta: tutti i ruoli di potere dell’Unione Europea, nella loro intrinseca e strutturale debolezza, sono rivolti all’interno del territorio. Solo qui, al loro interno, avvengono davvero i rapporti di forza. L’Europa è circondata da guerre, tentativi di riconfigurare e di riposizionarsi nell’ordine mondiale (l’ISIS, si rammenti, è una forza che si pone in un quadro geopolitico internazionale). Questi processi passano accanto e attraversano il continente (basti solo considerare i volontari che diventano guerriglieri islamici), ferendolo mortalmente l’Europa in ciò che questa crede di avere di più importante, la libertà di espressione. Ma l’Europa non conta nulla. È solo una somma aritmeticamente sbagliata di Stati singoli, che cerca di negoziare con Putin non come Unione Europea, ma come Merkel e Hollande (e Renzi? E la terza forza europea?). L’Europa non conta nulla e, men che meno, fuori dell’Europa e in Europa, conta l’Italia.

Bisogna comprendere meglio la questione europea: cosa vuol dire che i rapporti di potere sono tutti rivolti all’interno del suo territorio? Vuol dire che chi ha costruito i meccanismi istituzionali e chi li occupa ha la forza non militare, di soffocare e distruggere, ma la forza economica di dire la verità. Mai si era vista tanta verità circolare univoca nel territorio europeo. Certo, verità ne sono circolate, ma sempre in dissidio, dalle guerre di religione alle guerre di indipendenza. Oggi, invece, riforma strutturale, abbattimento del debito pubblico, liberalizzazioni, sono verità indiscutibili. L’Europa si guarda il proprio ombelico nel tentativo di ristrutturarlo. Tuttavia, dopo le elezioni in Grecia, con la vittoria di Syriza, una nuova guerra potrebbe attraversare l’Europa. Una guerra economico-politica, non combattuta con le armi ma con tabelle e diagrammi, da un lato di chi pretende di detenere la verità, dall’altro lato di chi deve rispondere alle promesse fatte per arginare una situazione socio-economica molto grave. La Grecia ha chiaramente dichiarato guerra alla Troika. Appare, ora, nel suo piccolo, la vera forza di resistenza in Europa. Eppure, effettivamente, sappiamo che sono solo promesse. Che fare? Attaccarci alla corda della speranza dell’Uomo Nuovo greco, come fanno già quei ridicoli brandelli delle sinistre italiane? Credere in una nuova verità, che è poi, al contrario della verità ufficiale, un’altra presunta ricetta pronta per uscire dalla crisi?

La Germania, il paese più forte dell’Unione, il paese che dovrebbe dettare la linea, ha risposto alla Grecia compattando le truppe molto più di quanto abbia fatto la Troika. La vera battaglia è politica, la gioca la Germania. Ma che ruolo gioca la Germania? Secondo alcuni di “padrone” dell’Europa (per cui la Germania detiene il potere e la forza di verità), secondo altri di Stato più forte che ancora non vuole prendersi le responsabilità di una vera e propria egemonia in Europa, e che, per questo, preferisce giocare al gioco pericoloso dell’austerity (per cui è la forza di verità che ha in suo potere la Germania). Ma non conta solo la Germania: contano anche tutti gli altri Stati membri dell’Europa. Da che parte si schiereranno? Assisteremo al compattarsi di fazioni nemiche? O si riuscirà, per il momento, a evitare la guerra negoziando, contrattando una via d’uscita, stipulando un armistizio che, almeno, possa congelare il rischio di un conflitto?

Come sappiamo e immaginiamo, le guerre sono distruttive. La guerra economico-politica che può scoppiare in Europa rischia di dissolvere l’Unione Europea. Ma può avere altre due conseguenze, di cui ancora non si riescono a vedere gli effetti: compattare e rinforzare il fronte della verità o mobilitare forze resistenti ovunque contro chi ha dalla sua, ora, i rapporti di forza. Alcuni commentatori si affrettano a ritenere pericolose le conseguenze di un cedimento alle richieste greche: si alzerebbe, secondo costoro, il livello dello scontro, si rinforzerebbero partiti e movimenti anti-europeisti. Questi commenti hanno chiaramente il segno dell’ideologia: svolgono il loro ragionamento considerando solo un corno del problema, sopprimendo l’altro corno. Io chiedo: quali sarebbero le conseguenze di un ricompattarsi delle forze della verità contro la Grecia, a rischio anche di un’uscita della Grecia dall’euro, o di lasciare il paese in balia di speculazioni finanziarie? Cosa direbbero i partiti e i movimenti anti-europeisti? Direbbero: “non facciamo più niente, diventiamo europei, ci hanno spaventati”? O direbbero: “questi sono capaci di mandare in rovina un intero popolo pur di avere sempre ragione?”. Cosa direbbe Marine Le Pen? Cosa accadrebbe in Spagna? È evidente, dunque, il dilemma: sia se vincono le forze della verità sia se vince la Grecia la situazione potrebbe peggiorare.

La conclusione di tutto questo ragionamento è chiaramente pessimista. Tutte le questioni che ho superficialmente trattato sono collegate. Questa è la globalizzazione. L’Europa è al centro, suo malgrado, di questi fenomeni: circondata da guerre in corso, impotente nell’attuale mondo geopolitico, con il rischio che scoppi una guerra intestina, un conflitto non militare, bensì economico-politico. Si può, si deve negoziare per fermare il rischio di una guerra intestina, che sfalderebbe l’Unione Europea. I negoziati, tuttavia, non arginano per sempre il rischio di una guerra. Come per le dighe, i patti vanno controllati, occorrono verifiche periodiche. L’armistizio economico-politico potrebbe solo rinviare il conflitto.

Attualmente, mi sembra, siamo a questo punto in Europa: non abbiamo coscienza storica europea, non sappiamo nulla della storia d’Europa; ma non abbiamo nemmeno adeguatamente compreso il rischio dello sfaldamento, di derive contestatrici, anti-europeiste, neo-nazionaliste: attualmente, noi non sappiamo effettivamente che cos’è l’Europa e come si fa ad essere europei.

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