Sulla questione meridionale. Appunti dal Rapporto SVIMEZ 2015

1 Nota introduttiva

Ogni settimana ci vengono comunicati dati statistici sul PIL, sul debito pubblico, sul lavoro, sullo spread, quasi fossero tanti bollettini della giornata finanziaria. Nulla di peggio per finire in pasto al commentario mediatico e politico, alla propaganda di governo; nulla di meglio per creare stordimento e confusione. Come se l’economia finanziaria fosse comprensibile seguendo giornalmente i dispacci di Borsa; come se ogni due tre giorni si ribaltasse lo stato socio-economico di un Paese. Così il dato statistico equivale al sondaggio. Mi pare che la situazione sia notevolmente peggiorata negli ultimi tempi, e ne è segno la diatriba tra Ministero del Lavoro e Istat, e ne sono complici gli opinionisti, titolati e no, che scrivono editoriali, commentano in radio, sul web o in collegamento televisivo.

Nel mese di luglio lo SVIMEZ, che è un’associazione seria e nata con idee serie e obiettivi seri, ha reso pubblico l’annuale rapporto sul Mezzogiorno. Sono dati molto importanti, dati raccolti su serie storiche di medio-lungo periodo, non negli ordini trimestrale o mensile che tanto piacciono alla (dis)informazione. Il rapporto ha suscitato un breve dibattito, che subito ha preso la piega di dibattito intorno all’ennesima ca…ata del nostro Presidente del Consiglio. Così il dibattito si è spaccato in due tronchi: un dibattito morale, intorno allo sfacelo del Sud, di sapore apocalittico e narrativo, e un dibattito da perdigiorno, intorno a dichiarazioni che sottolineano la scarsissima serietà di questo governo, di chi ci governa – e non solo di costoro. E con ciò, per l’ennesima volta, la faccenda politica, la questione meridionale come questione nazionale, come diceva chi sapeva vederla molto lunga, è degenerata.

Dopo aver scorto il rapporto, la persona saggia, supportata nel ragionamento, afferma: “Si può dire che s’investono e s’investiranno molti soldi per il Sud, ma così le cose non cambieranno di una virgola, anzi peggioreranno, perché ciò che manca è un’amministrazione che sappia gestire questi soldi e disegnare dei programmi validi di medio periodo. E’ una questione politica, non finanziaria”. Il ministro dichiara: “Investiremo tot e tot in questo e tot in infrastruttura e tot all’ILVA e… tot e tot nel Sud. Ci vogliono le riforme. Il Sud deve svegliarsi”. Non sembra nemmeno buona propaganda, eppure rimbalza sempre di media in media.

2 Appunti

  • PIL: periodo 2008-2014: Sud -13,0%; Centro-Nord -7,4% (Nord-Ovest -6,5%; Nord-Est -6,0%; Centro -10,4%); Italia -8,7%; la flessione dell’attività produttiva al Sud è più profonda e più estesa che nel resto dell’Italia, ha effetti negativi che appaiono strutturali e non transitori; PIL 2014: Sud 16.976; Centro-Nord 31.586 (Nord-Ovest 33.184; Nord-Est 32.086; Centro 28.968); Italia 26.585; in particolare: (i) la flessione nel resto d’Italia sembra culminare nel 2012 con valori meno negativi nel 2013 e leggera ripresa nel 2014; (ii) la flessione nel Sud non s’interrompe nel 2014 sebbene con valori meno negativi; (iii) la crisi colpisce il Sud strutturalmente, in quanto già provato socio-economicamente da situazione in declino; (iv) è bene sottolineare che il declino socio-economico, pur in un biennio di lieve ripresa, riguarda l’intera Italia, eccettuando alcune variabili socio-economiche (livelli di ricchezza famigliare, livelli di occupazione), con il Centro-Nord che flette un po’ più della media europea e un po’ più della Spagna (i cui livelli occupazionali sono tuttavia peggiori di quelli dell’Italia) e un Sud che vive nel periodo di crisi (2008-2014) in una situazione socio-economica peggiore di quella della Grecia.
  • Produttività: 2008-2014: caduta occupazione: Sud -20%; Centro-Nord -13,4%; caduta attività produttiva: Sud -35%; Centro-Nord -14%; caduta produttività: Sud -18,2%; Centro-Nord -0,3%.
  • Nota sugli investimenti: sulla caduta degli investimenti nel Sud pesa la drastica riduzione del contributo pubblico al sistema produttivo: 2008-2014: Sud -76,3% (da 5,5 a 1,3 miliardi di euro); Centro-Nord -16,9% (da 3,2 a 2,6 miliardi di euro): senza un’adeguata politica di investimenti pubblici, senza una politica industriale ed economica per il Sud, un piano per il Mezzogiorno che almeno faccia intendere la strategia politica, il Sud non può strutturalmente riemergere.
  • Investimenti nell’industria: periodo 2008-2014: Sud -59,3%; Centro-Nord: -17,1%; l’erosione degli investimenti dimostra una riduzione nel Sud del potenziale di crescita e di benessere.
  • Investimenti in agricoltura: periodo 2008-2014: Sud -38,1%; Centro-Nord -10,8%.
  • Investimenti nel terziario: 2008-2014: Sud -33,1%; Centro-Nord -31,0%.
  • Industria manifatturiera: periodo 2008-2014: Sud -33,1%; Centro-Nord -14,4%; in particolare, l’erosione produttiva nel Sud appare profonda e strutturale intaccando anche imprese sane ma non attrezzate a superare la crisi.
  • Attività produttiva manifatturiero: 2001-2014: Sud -28%; Centro-Nord -8,5%.
  • Esportazioni: 2014: Sud -4,8%; Centro-Nord +3%; 2008-2014: Sud -2,4%; Centro-Nord +11,1%; il che dimostra che le politiche di “austerity espansiva” infieriscono ancora di più contro il Sud.
  • Attività produttiva industria: 2008-2014: Sud -38,7%; Centro-Nord -28,9%.
  • Attività produttiva agricoltura: 2008-2014: Sud -16,0%; Centro-Nord +0,3%.
  • Attività produttiva terziario: 2001-2014: Sud -2,1%; Centro-Nord +7,1% – per tendenza anticiclica del terziario: l’economia meridionale declina molto più dell’economia settentrionale a causa del peso del terziario (attività commerciali, turistiche ecc.), che pesa per il 40% nella crisi dell’economia meridionale e per il 27% nella crisi dell’economia settentrionale, dove invece il peso maggiore è dell’industria (50% della crisi dell’economia settentrionale).
  • Dati occupazionali: 2008-2014: Sud -9%; Centro-Nord -1,4%. Incidenza della politica di investimenti pubblici (amministrazioni pubbliche, istruzione, sanità): 2008-2014: Sud -9% (-147.000); Centro-Nord +2,7% (82.000). 2014: occupati nel Sud: 5,8 milioni = punto più basso dal 1977 (primo anno rilevazioni ISTAT). In particolare: la disoccupazione al Sud cresce più che al Centro-Nord tra i giovani (Sud -31,9%; Centro-Nord -26%), in un quadro nazionale che resta del tutto sfavorevole all’occupazione giovanile, in particolare ai giovani con livelli di studio medio-bassi, ma più di recente anche ai giovani con livelli di studio medio-alti, tra i quali cresce il periodo di attesa e di ricerca di lavoro; cresce di più tra le classi di età centrali (Sud -8,5%; Centro-Nord -2,1%); aumenta in modo più contenuto il tasso di occupazione tra chi ha più di 50 anni (Sud +17,5%; Centro-Nord +31,3%); in maggiore calo gli occupati italiani (Sud -11,3%; Centro-Nord -4,7%), in maggiore aumento gli occupati stranieri (Sud +67%; Centro-Nord +31,7%); in calo l’occupazione femminile a differenza del Centro-Nord (Sud -3,2%; Centro-Nord +1,9%). Per quanto riguarda l’occupazione, i dati nazionali risultano più negativi dei dati degli altri Paesi europei e della media europea a causa dell’incidenza dei dati negativi del Sud, senza i quali il Centro-Nord avrebbe parametri occupazionali simili a quelli della Spagna.
  • Ricchezza familiare: al Sud 1 famiglia su 3 è a rischio povertà, con punte di quasi 1 su 2 per la Sicilia e livelli elevati per la Campania. I dati sulla distribuzione della ricchezza dimostra che nel Centro-Nord il 28,5% degli abitanti si colloca nei due quinti di reddito familiare più povero; nel Sud è il 61,7%, con punte del 72% in Sicilia, del 69,8% in Molise, del 65,9% in Campania.
  • Migrazione: la migrazione interna dal Sud al Centro-Nord si rivela fenomeno ancora importante (1.667.000 emigrati a fronte di 923.000 rientrati) e che può pesare strutturalmente sulla demografia meridionale, oltre che sulla ricchezza della regione. Il saldo della migrazione mostra che cresce la percentuale dei giovani (70,7%) e, tra questi, risulta più pesante che in passato la percentuale dei laureati (27,6%), sebbene si tratti ancora di percentuali non elevatissime, ma che danno l’idea della perdita socio-economica che nel Sud è ormai fattore costante. La demografia meridionale mostra dei livelli di natalità più bassi, con il numero di mortalità che supera il numero di natalità. La situazione demografica del Sud è prossima a quella del 1860.

3 Nota di chiusura

Nel Sud si assiste a un processo di desertificazione socio-economica e demografica. Tale processo non è affatto transitorio, ma strutturale. La condizione socio-economica del Sud è peggiore della condizione della Grecia. È evidente che le politiche riformistiche, la riduzione dell’intervento economico dello Stato e la “contrazione espansiva” uccidono qualsiasi possibilità di sviluppo, che date le condizioni attuali, e considerate tali condizioni lungo le serie storiche, non possono che fare parte che di una politica di sviluppo, di una politica industriale. Senza intervento pubblico, sia per l’emergenza sociale e criminale, sia per lo stato economico e sociale, il Sud muore. E non muore ufficialmente solo perché non è uno Stato a sé. La questione meridionale è la più urgente questione nazionale. Ne va del Nord stesso e delle possibilità di creare una virtuosa economia interna.

È tuttavia interessante che il crollo del Sud si possa contestualizzare in un periodo politico che, sebbene veda l’affermarsi di un movimento territoriale del Nord, risulta comunque caratterizzato dal diffondersi di uno stato di meridionalizzazione dal Sud al Centro-Nord, con casi di infiltrazioni mafiose fino alla Lombardia e al Piemonte, nonché con una stagione politica che vede l’affermazione di ceti politici e dirigenti del Sud, in ambito politico e in quello istituzionale, in quanto affermazione personale o territoriale (forza clientelare). I ceti politici e dirigenti del Sud sono per lo più forze clientelari, incapaci, insufficienti, o costruite su un potere personale e carismatico. Senza ceti politici e dirigenti adeguati, non è possibile alcuna seria politica di intervento pubblico.

Ai commentatori che richiamano Gramsci e le sue riflessioni sulla questione meridionale, si potrebbe rispondere dicendo che più dell’alleanza operai del Nord e contadini del Sud, il Mezzogiorno avrebbe bisogno di una classe dirigente decente e valida. Faccenda problematica, considerata la classe dirigente nazionale. Insieme a Gramsci, comunque, conviene rileggere Salvemini.

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