Un’etica pragmatica della lettura. Hrabal, Una solitudine troppo rumorosa

Bohumil Hrabal scrisse Una solitudine troppo rumorosa nel 1976. La prima versione del testo era in versi, come l’Adagio lamentoso con omaggio a Kafka in esergo, scritto nello stesso anno. Hrabal stese una seconda versione in lingua parlata, specialità della scrittura cecoslovacca, ricca di dialetti, come nel caso di Jaroslav Hasek, l’autore de Il buon soldato Sc’veik, epopea poliglotta. La terza versione, quella stampata, muta registro linguistico, adotta il monologo lungo, e resta comunque una sfida sia per il lettore del testo in lingua originale o tradotta, sia ancora prima per il traduttore.

Il soggetto può essere sintetizzato in poche parole incapaci a trasmettere la ricchezza dell’andamento. Hanta è operaio legato a una pressa meccanica con la quale trasforma libri mandati al macero in blocchi di carta. Nei primi tre capitoli e poi nel sesto e nel settimo il monologo esordisce: “Per trentacinque anni ho pressato carta vecchia”. In modo non cronologico, il monologo di Hanta, gran bevitore di birra, racconta questi trentacinque anni: il puzzo e lo sporco del locale e la materia spesso putrescente con la quale Hanta lavora a mani nude, i dissidi deliranti con il capo, le lotte con le mosche e le battaglie tra i topi di fogna, i blocchi di carta armoniosi creati pressando ai lati riproduzioni di opere pittoriche, le passeggiate in città, le zingarelle, una delle quali viene arrestata dalla Gestapo, la visita alle nuove grandi presse automatiche dove operano le “brigate del lavoro socialista”, uomini e donne in tuta che lavorano coi guanti e bevono latte. Il dato che spicca nella narrazione è la salvezza dei libri dal macero, l’allestimento di un’enorme biblioteca contro volontà e le letture nella speranza di trovare nei libri qualcosa che cambi qualitativamente la vita.

Dalla storia racchiusa nel soggetto è facile ricavare una morale in difesa del libro e della cultura come baluardi della libertà. Tuttavia non stiamo parlando di una società segreta in un mondo distopico, ma di un sottoproletario, di un ubriacone che immaginiamo sporco, puzzolente e segnato nel fisico dalle fatiche del lavoro. Non è a livello della storia che vorrei qui riflettere, ma sul livello che immediatamente ci mette in relazione di ascolto con l’Io narrante, con l’Io del monologo, ossia sul livello della narrazione.

La narrazione in prima persona comporta una relazione diretta tra narratore e lettore. Il monologo di Hanta instaura un rapporto ancora più immediato: la scrittura cancella ogni elemento di mediazione, il lettore si ritrova coinvolto nei processi fisici e mentali del narratore protagonista. Hanta, inoltre, fa qualcosa di particolare: salva certi libri dal macero non perché conosce il valore del libro come oggetto materiale o di cultura, ma perché interessato alle frasi e alle parole che i libri contengono. Nella sesta parte, ascoltando gli operai della pressa automatica parlare del viaggio in Grecia – paese la cui storia e filosofia lui, grazie ai libri, conosce molto bene; davanti all’immagine di bambini che strappano con gioia le copertine dei libri destinati al macero, ciò che colpisce questo “istruito contro la sua volontà” è la sparizione della parola. Hanta, sottraendo i libri dal macero e leggendoli, non salva, ma libera la parola.

Per liberare la parola in un libro, per compiere questo atto di liberazione, la lettura è atto indispensabile e strettamente correlato, come il narratore stesso comprende. Hanta, uomo del sottosuolo, si circonda di parole in grado di dire meglio sia l’orrido e il basso corporeo che circonda lui e la sua pressa sia il mondo di fuori. Nella parte terza, camminando in città, Hanta nota nei palazzi e negli edifici pubblici qualcosa che riesce a esprimere solo grazie a Hegel e a Goethe, qualcosa che gli richiama la Grecia. È chiaro che la parola non si limita a rendere possibile l’espressione, ma crea la sensazione e l’idea, genera l’esperienza che poi la parola (ri)trovata nei libri permette di osservare ed esprimere. La lettura è dunque atto che già libera la testa.

Il lettore trova nel monologo di Hanta questa sorta di precondizione, una mise en abyme dell’esperienza di lettura che lui stesso compie con Una solitudine. Se è vero che senza lettura non può esserci liberazione della parola nel libro, allora è vero che senza lettore non può davvero compiersi la liberazione delle parole di Hanta, e dunque dello stesso Hanta. Questo processo ha un significato particolare per uno scrittore come Hrabal, spesso vittima della censura, nel contesto della Cecoslovacchia socialista. Si può dunque leggere Una solitudine secondo questa prospettiva, come sperimentazione di un atto di liberazione che passa dal personaggio al narratore (lo stesso Hanta, prima lettore poi autore del monologo), dal narratore all’autore (da Hanta a Hrabal), dall’autore al lettore, ovvero a colui che, solo, può realizzare l’atto.

Conviene però osservare meglio questo processo dal punto di vista del lettore. Hrabal chiede al lettore di prendersi la responsabilità di liberare la parola del libro, di compiere questo processo di liberazione. Chiede un lettore attivo in grado innanzitutto di porre a se stesso un’etica della lettura. Più precisamente, Hrabal (e Una solitudine) non chiede disquisizioni filosofiche o circoli ermeneutici su alterità e differenza, ma un’etica intesa proprio come comportamento, atto di lettura. Una solitudine si rivolge al lettore nel momento stesso in cui legge, né prima, quando il lettore ha solo dei pre-giudizi, né dopo, quando il lettore – come io che scrivo questo articolo – riflette sul libro o su ciò che ha letto – per questo mi trovo a riflettere su come ho letto Una solitudine, a compiere una riflessione a livello di meta-lettura. L’etica che Hrabal e Hanta richiedono è un’etica pragmatica, da compiersi nell’atto mentale o anche fisico, a voce, della lettura.

Il ritmo è il modo principale in cui si compie quest’etica della lettura, un ritmo non del tutto dettato dalla sintassi del testo, ma che il lettore deve essere capace di trovare. La lettura a voce può aiutare a modulare il timbro, il tono, la velocità, l’espressione fisica non solo della bocca ma anche del corpo. L’importanza del ritmo della lettura tocca, di riflesso, la scrittura, dunque anche quella sorta di ri-scrittura del testo che è la traduzione. Il traduttore non è altri che uno tra i primi lettori attivi di un testo, colui che compie l’atto di ri-scrivere ri-leggendo il testo in una lingua al testo stesso straniera. Il traduttore di Una solitudine ha l’arduo compito di liberare la parola aprendo ad altre e nuove liberazioni; costretto in qualche modo a limitare la libertà di linguaggio e di suoni, si ritrova soprattutto nel ritmo dato al testo tradotto la sua opera di scrittura-lettura. Se Una solitudine necessita di un’etica pragmatica del lettore, non può che esigere altrettanto un’etica pratica del traduttore, per moltiplicare così gli atti di liberazione della parola nella lettura, anche quelle di Hanta, in più lingue.

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