Luigi Comencini, “La tratta delle bianche”, 1952

La sequenza di apertura, ambientata nel molo genovese, sembra appartenere a un film di Jacques Becker. I titoli di testa scorrono su una partita di pelota, sport alquanto anomalo in Italia. È la messa in scena di gare per scommesse. Perché non la corsa di cavalli? Non tanto per la via di fuga dei rapinatori abbastanza improvvisati, ma per l’epilogo alla M – Il mostro di Dusseldorf – pur senza l’ambiguità tipica delle inquadrature langhiane. La pelota, dunque, nel palazzetto dove sono girate molte scene. E, dopo i titoli di testa, un carrello laterale ci mostra Vittorio Gassman accanto a Enrico Maria Salerno con ciuffo anni Cinquanta, nella sua prima prova di attore. Gassman e Salerno alle scommesse di una partita di pelota. Il capo delle scommesse è Marc Lawrence, attore esiliato da Hollywood perché dichiaratosi iscritto al Partito Comunista davanti alla Commissione per le attività antiamericane. Vedremo Lawrence, nel film il cattivissimo deus-ex-machina, schiaffeggiare l’energumeno Gassman che piagnucolerà come un lattante.

È uno dei primi film di Comencini, ma la mano comenciniana non si vede. Ci si appella ai cinema noir americano e francese, c’è un ambientazione sottoproletaria che in realtà interessa poco. L’anno dopo Comencini girerà due film davvero suoi La valigia dei sogni e Pane amore e fantasia. Dietro La tratta delle bianche c’è invece, tra gli sceneggiatori, Antonio Pietrangeli, uno dei più grandi registi degli anni Cinquanta, scomparso troppo presto e autore di grandi capolavori, a cominciare dal suo primo film, anche questo, come gli altri due di Comencini, del 1953, Il sole negli occhi. La tratta delle bianche può essere quasi considerato un banco di prova: racconto immerso nella realtà quotidiana per seguire le linee narrative dei diversi personaggi, purtroppo qui costrette da un contesto generale della trama che alla fine si rivelerà instabile, e soprattutto molta cura dei personaggi femminili, Eleonora Rossi Drago, Silvana Pampanini, e una giovanissima Sofia Loren, qui accreditata come Sofia Lazzaro.

In una lunga scena convergono quasi tutte le linee narrative: una maratona di ballo per poveri, come quelle che si tenevano negli Stati Uniti durante la Grande Depressione. Molti elementi nel film si ritrovano nel bellissimo Non si uccidono così anche i cavalli? di Pollack, probabilmente perché la matrice è la stessa: qualcuno tra gli sceneggiatori deve aver letto in inglese il racconto di Horace McCoy, che fa da soggetto del film di Pollack. Si ha così l’interessante caso di un déja-vu – per chi ha già visto il film di Pollack – al contrario (la maratona, i registi e produttori del cinema, i momenti di ballo più sfrenato, la donna incinta, l’amore tra due ballerini, la ballerina che cade stremata a terra, la concorrente che riposa in riva al mare), forse addirittura più didascalico ne La tratta delle bianche (la traduzione italiana del racconto di McCoy, per Einaudi, è del 1956). È anche affascinante vedere un film italiano in cui, per la prima volta, il pubblico italiano poteva vedere qualcosa di cui di forse non era a conoscenza e che accadeva negli Stati Uniti più di un decennio prima (le maratone di ballo furono poi proibite negli Stati Uniti).

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