Salvatore Lupo, “La questione. Come liberare la storia del Mezzogiorno dagli stereotipi”

Gli studiosi della questione meridionale si possono dividere in due schieramenti: i meridionalisti e i meridianisti. I primi sono gli artefici e i custodi dell’approccio storico e teorico tradizionale, s’ispirano a Salvemini, Rossi-Doria, Sereni, Saraceno, Galasso, usano la categoria “Mezzogiorno” e l’analizzano studiando il divario tra Centro-Nord e Sud, sostengono la necessità di una politica economica pubblica mirata per il Meridione e un po’ rimpiangono il periodo d’oro (1953-1971) della Cassa per il Mezzogiorno. I secondi criticano l’approccio tradizionale e dai primi ricevono l’etichetta di “revisionisti”, si riuniscono intorno alla rivista Meridiana fondata nel 1987, rifiutano di parlare di un unico “Mezzogiorno” e studiano il Sud nelle sue realtà plurali e differenti, utilizzando strumenti di analisi diversificati, come per esempio la sociologia economica, alla quale s’ispirano sostenendo la necessità di politiche economiche regionali e locali, più mirate alle specificità dei territori, non mancando di sottolineare come la Cassa per il Mezzogiorno, che pure ha ricoperto un ruolo importantissimo, appartenga a un’epoca ormai irripetibile[1]. Tra le opere “meridionaliste” più recenti cito Le due Italie. La questione meridionale tra realtà e rappresentazione (Bari, Laterza, 2005) di Claudia Petraccone e La questione italiana. Il Nord e il Sud dal 1860 a oggi (Bari, Laterza, 2013) di Francesco Barbagallo. Tra le opere “meridianiste” più recenti: Breve storia dell’Italia meridionale. Dall’Ottocento a oggi (Roma, Donzelli, 2005) di Piero Bevilacqua e La questione. Come liberare la storia del Mezzogiorno dagli stereotipi (Roma, Donzelli, 2015) di Salvatore Lupo. Da questa breve bibliografia si ricavano ulteriori differenze: mentre i titoli “meridionalisti” richiamano la divisione in due dell’Italia, i titoli “meridianisti” si concentrano sul Mezzogiorno; le due case editrici, Laterza e Donzelli, appaiono diversamente schierate (Carmine Donzelli, calabrese e fondatore dell’omonima casa editrice, è stato primo editore e primo direttore, con Bevilacqua, di Meridiana); l’ultima differenza è nell’appartenenza territoriale e culturale: napoletana i “meridionalisti”, siculo-calabrese i “meridianisti”. In realtà, quest’ultima distinzione deriva da un sospetto un po’ maligno dei “meridianisti”. Lo ammette lo stesso Lupo nell’opera citata: «Napoli è sempre stata la roccaforte delle impostazioni dualiste per questo: perché le hanno consentito di essere nuovamente capitale di qualcosa» (p. XVI, n. 14).

***

Mi è sembrato necessario fare questa premessa alla recensione del saggio (pamphlet?) di Lupo per proiettare gli argomenti affrontati nel contesto intellettuale a loro più pertinente. Il libro è breve, ma il contenuto è denso e va costantemente confrontato sul piano storiografico con la posizione “meridionalista”. Solo in questo modo è possibile delinare un quadro per affinità e divergenze e capire se davvero tra gli schieramenti “meridionalista” e “meridianista” non ci sia spiraglio di dialogo.

La questione si compone di tre capitoli corrispondenti a tre atti della storia del Mezzogiorno: il primo atto affronta i primi anni dell’Italia; il secondo atto va dagli anni Ottanta del XIX secolo alla cosiddetta “età giolittiana”; il terzo atto si concentra sul primo dopoguerra e giunge al noto scritto incompiuto di Gramsci. Lo scopo di Lupo, soprattutto nei primi due capitoli, è affrontare la storia del Mezzogiorno osservando «la diversità dei contesti locali» (p. 55), smentendo uno dei fondamenti del pensiero “meridionalista”, la dicotomia tra la “polpa” e l’“osso” dell’agricoltura meridionale formulata da Manlio Rossi-Doria nel 1958.

Viene subito da chiedersi perché La questione s’interrompa così presto, al 1926. Perché è nel periodo esaminato, sostiene Lupo, che si colloca la “invenzione” della questione meridionale – espressione che farebbe trasalire un “meridionalista”. Occorre però specificare che la scelta del periodo non riguarda la storia del Mezzogiorno, bensì la storia dei due concetti definiti nella premessa (p. XVIII): (i) la questione meridionale «come una discussione imperniata sull’idea della radicale alterità di Nord e Sud», dove “radicale” è aggettivo maliziosamente introdotto da Lupo, comunque utile a indicizzare posizioni ostili al Sud, come il discorso razzista di fine Ottocento; (ii) il meridionalismo «come uno schieramento a favore del Sud, un progetto inteso a eliminare il dualismo o ad attenuarne gli effetti negativi». A proposito di quest’ultimo termine, credo indispensabile richiamare la distinzione di Rossi-Doria, citata a p. 145 e arricchita dall’autore, tra i “politici dell’irrealtà” come Salvemini, De Viti de Marco, Fortunato, Gramsci e Dorso, contraddistinti dalla «loro capacità di guardare in avanti, di immaginare un profondo rinnovamento del paese», e gli “organici” che elaborarono programmi e azioni di governo, come Nitti, Colajanni e Amendola. Questa distinzione corrisponde grossomodo a quella tra “teoria” e “pratica”, con Salvemini e Nitti figure di riferimento. Tuttavia gli schieramenti formulati da Rossi-Doria mescolano persone e idee non concordi. Sulle numerose differenze d’opinione tra i protagonisti della questione meridionale, e su qualche atteggiamento contraddittorio in qualcuno a seconda delle circostanze, Lupo ha scritto un prezioso articolo[2], dove in particolare critica l’assimilazione tra “questione meridionale” e “meridionalismo”.

***

Il primo atto di questa storia comincia per tradizione nel 1875. In questa data uscirono di Leopoldo Franchetti le Condizioni politiche e amministrative delle province napoletane, viaggio in Abruzzo, Molise, Basilicata e Calabria, e di Pasquale Villari le Lettere meridionali su camorra, brigantaggio e mafia, corrispondenze giornalistiche inviate al direttore dell’Opinione Giacomo Dina. Nel 1875 il Parlamento nominò una commissione d’inchiesta sulla Sicilia, cosa che spinse Franchetti e Sidney Sonnino a intraprendere una personale e parallela inchiesta, avviata nel gennaio del 1876 e conclusasi nel 1877 con la pubblicazione in due volumi de La Sicilia nel 1876. Lupo sottolinea tre aspetti di questi primi lavori: nessuno degli autori parla di “questione meridionale”; Sonnino, che nell’inchiesta siciliana si occupò dei contadini, scrisse, come fece anche Villari nelle lettere, di “questione sociale”; i tre autori e senatori della Destra erano molto scettici, per non dire ostili, verso le classi dirigenti locali.

Questi dati non contraddicono la riflessione “meridionalista”, con la quale Lupo condivide la cronologia. I “meridionalisti” danno più risolto all’aspetto politico dell’interesse di Franchetti, Villari e Sonnino verso il Sud: temevano rivolte popolari e il ritorno dei briganti alla luce sia di quanto accaduto dieci anni prima sia del proliferare delle idee socialiste e anarchiche; inoltre erano preoccupati dei voti che la Sinistra aveva conquistato nel Sud con le elezioni del 1874. Lupo non nega questi elementi (p. 29) ma preferisce mettere in primo piano la questione sociale.

La tesi del primo capitolo è che tra il 1861 e il 1880 circa l’economia meridionale cresceva. Buona parte dei “meridionalisti” condivide questa tesi (v. per es. Emanuele Felice, Perché il Sud è rimasto indietro). Le tariffe liberiste furono la causa principale del buon andamento delle produzioni agricole specializzate (olio, vino, agrumi ecc.). Questi settori, nei quali prevalevano la media e la grande proprietà, si distinguono dalla produzione di grano tipica del latifondo. Ma la produzione agricola soffriva di alcune debolezze. In primo luogo, Lupo si chiede se la società del tempo non fosse troppo aperta al mercato (p. 45), come si evince da alcune testimonianze dell’epoca in cui ci si lamentava un certo disordine produttivo. Con questo argomento lo storico intende smentire uno dei leit motiv sul Meridione come società immobile, rigida, primitiva. Analizzando casi di grandi proprietari terrieri, o latifondisti, che si comportarono da veri imprenditori (pp. 39-42), Lupo, rompendo la macro-categoria del “proprietario assenteista”, che pure esisteva e politicamente dominava le province meridionali, si chiede se i contratti d’affitto “miglioratari” non avessero giocato un qualche ruolo a favore della crescita. Ma l’aspetto più debole dell’agricoltura meridionale consisteva nella posizione subalterna dei propri prodotti: l’olio era desinato a uso meccanico e alla produzione di sapone; il vino, eccetto il Marsala, era utilizzato per il “taglio” del vino francese; gli agrumi facevano parte della filiera delle industrie profumiere europee. Altri elementi di debolezza strutturale erano i dissesti idrogeologici, l’eccessiva estensione della cerealicoltura, il sistema latifondistico con i suoi effetti sul piano sociale (mancanza di istruzione e sanità) ed economico (carenza di infrastrutture), il regresso degli allevamenti. Anche lo zolfo, che abbondava in Sicilia, veniva estratto con tecnologie arretrate (pp. 13-18).

Fin qui non mi sembrano esserci elementi di particolare rottura con il “meridionalismo”. Si trova, è vero, un certo “revisionismo”, in particolare a proposito dei “residui feudali” (par. 5) e del presunto “drenaggio di capitali” con la vendita delle terre demaniali (p. 55); ma è un revisionismo positivo che arricchisce il dibattito storiografico.

***

Il secondo capitolo cerca di smontare uno degli assi portanti del “meridionalismo”: la tesi del patto tra industriali del Nord e latifondisti del Sud, sancito nel 1887, anno della svolta protezionista, e ancora attivo per tutta la cosiddetta “età giolittiana”. Come è facile presumere, la tesi “meridionalista” contiene una certa dose di marxismo. La trattazione di Lupo verte soprattutto su due argomenti.

Nel paragrafo 8, Lupo sostiene l’importanza dei trattati di commercio stipulati da Giolitti durante i suoi governi, e ricorda che lo stesso Giolitti, nel 1892, stipulò un trattato con Austria, Germania e Svizzera per l’esportazione di vino italiano, prodotto per la gran parte nel Meridione (p. 81). Lupo contesta l’immagine di Giolitti protezionista e soprattutto anti-meridionale. È noto che uno dei più accaniti oppositori di Giolitti fu Gaetano Salvemini, autore del celebre pamphlet Il ministro della mala vita, pubblicato nel 1910 (gli articoli erano usciti sull’Avanti! nel 1909). Il pamphlet tratta delle elezioni del 1909 a Gioia del Colle, dove il marchese De Luca Resta affrontò il deputato uscente, Vito De Bellis, fedelissimo di Giolitti e accusato da Salvemini di violenze e brogli. Lupo smonta il pamphlet (pp. 128-133) sulla base della rivisitazione storiografica di Fabio Grassi[3]. Altro celebre meridionale nemico di Giolitti fu il nobile, latifondista e radicale Antonio De Viti De Marco, economista liberista. Salvemini e De Viti De Marco ebbero un’influenza notevole sui primi “meridionalisti”, in particolare Guido Dorso e Tommaso Fiore, e, da qui, anche su certa storiografia tradizionale. La quesione, invece, ricorda che le leggi speciali promulgate durante i governi Giolitti in qualche modo precedettero l’intervento straordinario di età repubblicana. Il filo rosso è Francesco Saverio Nitti, economista e tecnico prestato alla politica, forse il più importante protagonista, con Salvemini, della storia della questione meridionale. Su quest’ultimo punto convergono i “meridionalisti”. Ma Lupo sembra voler puntare il dito contro la contraddizione di fondo dello schieramento storiografico opposto: liberisti anti-giolittiani prima, saraceniani pro-Cassa dopo?

Il secondo argomento con cui Lupo cerca di smontare la tesi dell’alleanza tra industriali settentrionali e agrari meridionali è lo studio, nei paragrafi 5 e 6, delle mobilitazioni politiche, delle cooperative e delle leghe in Sicilia e in Puglia. La critica all’ipotesi di continuità tra ultimi governi di fine Ottocento e governi giolittiani a proposito della repressione dei moti nel Sud non può tralasciare un dato di fatto: le continue e pressanti richieste, soprattutto da parte dei proprietari terrieri pugliesi, di inviare militari per sedare le agitazioni contadine.

Sul piano economico, Lupo torna sulla mobilità dell’agricoltura meridionale sostenendo la tesi di Biagio Salvemini[4]: «l’espansione e la crisi nell’agricoltura meridionale ottocentesca vanno lette come le due fasi di un unico meccanismo caratterizzato da “flessibilità estrema rispetto alla congiuntura e ai prezzi”» (p. 89 e segg.). Questo atteggiamento già sottintende il modo del tutto particolare in cui ne La questione si parla di latifondo e di protezionismo.

Alcune pagine (pp. 85-88) sono dedicate alla contro-argomentazione che giustificava il sistema del latifondo nella geografia meridionale. Si citano il Giornale degli economisti, di cui era direttore De Viti De Marco, il marchese Di Rudinì, due volte presidente del Consiglio, Ghino Valenti, uno dei fondatori dell’economia agraria, Giustino Fortunato, capisaldo della tesi dualista, e Napoleone Colajanni, nemico di De Viti De Marco e feroce critico dell’antropologia razzista del veronese Cesare Lombroso e del siciliano Alfredo Niceforo. Si tratta di una parte molto interessante anche perché raramente affrontata dalla storiografia “meridionalista”.

Al protezionismo è dedicato il paragrafo 2. Le tariffe doganali, come è noto, vennero istituite nel 1887 per proteggere le industrie settentrionali del tessile e del siderurgico, sostenute da capitali di Stato, e la produzione cerealicola per contrastare la concorrenza dei cereali americani e russi. La crisi economica investì l’Italia specie quando s’incrinarono i rapporti diplomatici con la Francia. Lupo ricorda che i principali sostenitori del dazio sul grano furono gli agricoltori padani, particolarmente colpiti dalla concorrenza (p. 78), mentre tra i meridionali non c’era unanimità di opinione (p. 79). Inoltre, mentre crollavano i prezzi del grano e di altri prodotti, il prezzo del vino aumentava alimentando, già dalla fine degli anni ’70, «una trasformazione dei seminativi in vigneti che assume[va] ritmi parossistici, in Sicilia e ancor più in Puglia» (p. 78). Per l’aumento della produzione vinicola il governo Giolitti trovò, nel 1892, la soluzione del trattato di commercio di cui si è già detto. Bisogna anche precisare che politiche protezioniste furono adottate nello stesso periodo in tutti i paesi europei, eccetto la Gran Bretagna.

Il proposito di un’analisi più pluralistica e più approfondita di casi storici e la contestualizzazione degli autori “classici” della questione meridionale, con i problemi e le contraddizioni che ne derivano, riescono nel secondo atto a scalfire e rettificare una delle tesi fondamentali del pensiero “meridionalista”: l’alleanza tra industriali del Nord e latifondisti “assenteisti” del Sud. Questo discorso affranca lo studio storico da giudizi consolidati sia sul periodo post-unitario sia su Giolitti, e illumina lo sfondo di alcune cose ben note, come i difficili rapporti tra Salvemini e il Partito Socialista e tra operai del Nord e contadini del Sud.

***

Il terzo capitolo cerca di tirare le fila del discorso. Ci si potrebbe chiedere, per esempio, se le leggi speciali, o più idealmente il nittismo, ispirassero la politica dell’intervento straordinario in età repubblicana saltando il ventennio fascista. La risposta condivisa è no: durante il fascismo il terreno per i tecnici fu fertile. Nel nittismo fu allevato Alberto Beneduce, amministratore dell’Ina e tra gli artefici dell’Iri; al nittismo s’ispiravano tecnici che ricoprirono ruoli importanti nel secondo dopoguerra, come Saraceno, Giuseppe Cenzato e Francesco Giordani; al nittismo si rifaceva anche la rivista Questioni meridionali fondata a Napoli nel 1934 da intellettuali tecnici tra i quali Cenzato e Giordani. C’è dunque una linea di continuità tra Nitti e tecnocrazia nittiana che passa per il fascismo (p. 193). Ciò non toglie che il periodo socio-economico peggiore per il Mezzogiorno sia stato proprio il periodo fascista, come è ben noto agli storici.

Più provocatoria l’altra linea argomentativa. Non c’è dubbio che Salvemini abbia avuto un’enorme influenza sulle successive generazioni di militanti e politici, in particolare, nel primo dopoguerra, sui militanti dell’Associazione Nazionale Combattenti. Il movimento combattentistico dei reduci fu il primo movimento meridionalista (p. 169). La polemica anti-giolittiana e anti-sistema si trasformò, specie dopo il ritorno dal fronte, in anti-parlamentarismo. Tra i più esagitati ci furono i combattentisti e i sindacalisti rivoluzionari, per la gran parte di origine meridionale. I disordini tra il 1919 e il 1922 pareggiavano la confusione politica: Mussolini riuscì a conquistare i meridionali intransigenti al fascismo. Tra questi spiccava il napoletano Aurelio Padovani, militante intransigente, elogiato dall’antifascista Guido Dorso ne La rivoluzione meridionale (Piero Gobetti editore) e da Mussolini, dopo la precoce morte di Padovani avvenuta nel 1926. L’elogio di Mussolini si può leggere nei Taccuini mussoliniani di De Begnac, frutto di un dialogo avvenuto intorno al 1939 tra il giovane fascista francese e il Duce, in cui Mussolini fa intendere che aveva pienamente compreso l’importanza politica degli eredi del combattentismo (p. 185). Mussolini e il fascismo riuscirono prima ad attirare gli ex-combattenti e i sindacalisti rivoluzionari, in lotta contro latifondisti e notabilato, poi a placarne gli animi con un mix di legittimazioni ed esplusioni (Padovani, per esempio, fu espulso dal Pnf nel 1923, poi riammesso; le sue successive dimissioni in contrasto con la scelta di aprire il Partito agli esterni, furono respinte due volte, infine accettate), mentre il nuovo regime conquistò l’appoggio dei latifondisti e dei notabili che avevano cambiato colore politico (p. 192). Più debole, invece, mi sembra il discorso di Lupo a proposito delle simpatie di Salvemini per il Mussolini socialista rivoluzionario (p. 158).

In sintesi, mentre il nittismo si riadattò e riformò, il salveminismo si biforcò: da una parte alimentò l’intransigenza rivoluzionaria, disprezzata dallo stesso Salvemini, poi confluita nel fascismo e dal fascismo addomesticata, dall’altra parte influenzò Gobetti e Rosselli e da qui giunse poi all’azionismo.

***

Ma perché nel primo dopoguerra movimento combattentistico e sindacalismo rivoluzionario apparivano tanto importanti? Probabilmente perché si vedeva nella nuova generazione, finalmente unita al fronte, una vera e propria forza rivoluzionaria in grado sia di spazzare via i poteri forti locali e nazionali, sia di dare vita a una sorta di nuovo Risorgimento. Credo che più o meno questa fosse anche la ragione dell’interesse di Gobetti per i meridionali: l’editore torinese stampò La rivoluzione meridionale di Guido Dorso e pubblicò su La rivoluzione liberale le lettere di Tommaso Fiore, poi raccolte sotto il titolo Un popolo di formiche.

Anche Gramsci affrontò la questione meridionale in un celebre scritto rimasto incompiuto. A me è sempre parso che Gramsci avesse voluto scrivere una sorta di lunga recensione e rettifica del saggio di Dorso, sapendo che il movimento gobettiano era il principale interlocutore dei comunisti a proposito di rivoluzione e Mezzogiorno. Gramsci riprese poi l’argomento nei Quaderni senza avere più a portata di mano quello scritto. Lupo divide il testo incompiuto in due parti. Ritiene che la prima parte sia notevolmente influenzata dalle analisi di Salvemini, specie nella stratificazione sociale del Mezzogiorno, sebbene la critica nei confronti dello stesso Salvemini sia, come è noto, molto dura (p. 159). Nella seconda parte, invece, Gramsci supera il salveminismo e, dando maggiore risalto alla componente culturale, come fa nei Quaderni, mostra maggiore attenzione per le differenze locali fino a rompere con lo schema dualista del Sud contro il Nord (p. 198).

Non condivido questa lettura. Lupo vi dedica solo l’ultima pagina del libro. Cerca, inoltre, di appoggiare la sua interpretazione su un presunto richiamo di Gramsci a Fortunato e Croce: di Croce, La questione non si occupa mai (non è, del resto, massimo esponente dell’intellettualità napoletana?), e lo stesso si potrebbe dire del pensiero di Giustino Fortunato, contestualizzato nel paragrafo 7 del primo capitolo nella sua attività, condivisa con il fratello, di proprietario terriero. Ma Fortunato non è forse uno dei primi sostenitori del dualismo tra Nord e Sud? Infine, come spesso si è soliti fare con Gramsci, anche Lupo cerca di tirarlo per la giacca per farne l’antesignano della propria posizione teorica. Altri potrebbero prendere gli scritti gramsciani e collocarli coerentemente nel solco del “meridionalismo”; altri ancora potrebbero ritenere Gramsci sostenitore della tesi colonialista del Nord invasore del Sud.

Tirando le somme, mi pare di capire che tra “meridionalismo” e “meridianismo” ci siano molte possibilità di dialogo. Entrambi gli schieramenti hanno posizioni storiografiche serie, al di là della preferenza per le politiche economiche. Certo, il “meridianismo” propone revisioni e rettifiche in parte condivisibili (sul liberalismo giolittiano e sulla presunta alleanza tra industriali del Nord e agrari del Sud) e in parte da chiarire e approfondire (su latifondo e protezionismo). Lasciando per il momento da parte gli scritti di Gramsci e la loro collocazione, credo che da questo dialogo la storiografia della questione meridionale possa trarre molti vantaggi.

[1] Conio il termine “meridianisti” con riferimento alla rivista Meridiana. Franco Cassano e il suo pensiero meridiano non c’entrano.

[2] S. Lupo, “Storia del Mezzogiorno, questione meridionale, meridionalismo”, in Meridiana, n. 32, 1998, pp. 17-52.

[3] V. anche E. Corvaglia, Il Mezzogiorno di Gaetano Salvemini, in G. Salvemini, Il ministro della mala vita, Bari, Palomar, 2006, pp. 5-63.

[4] B. Salvemini, Prima della Puglia. Terra di Bari ed il sistema regionale in età moderna, in L. Masella e B. Salvemini (a cura di), Storia d’Italia. La Puglia, Torino, Einaudi, 1989, pp. 3-218.

Annunci

One Response to Salvatore Lupo, “La questione. Come liberare la storia del Mezzogiorno dagli stereotipi”

  1. […] C’è poi un problema fondamentale, segnalato da Salvatore Lupo nella prefazione del suo saggio La questione. Come liberare la storia del Mezzogiorno dagli stereotipi (Roma, Donzelli, 2015): è giusto dire che la modernizzazione del Sud è passiva considerando lo […]

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: