Pensieri sul concetto di “riforma”

12 ottobre 2014

La parola “riforma” acquista un ruolo importante nel lessico politico europeo dell’Ottocento, quando se ne afferma l’uso per presentare – e implicitamente difendere, grazie al sottinteso riferimento religioso – provvedimenti legislativi che correggono disuguaglianze che appaiono ingiustificabili all’opinione pubblica. Esempi paradigmatici di “riforma” in questo senso sono i diversi “Reform Bill” (ovvero leggi di riforma) che nel corso del diciannovesimo secolo modificarono il sistema elettorale britannico per estendere la rappresentatività della camera bassa. A questo primo uso di “riforma” che si colloca concettualmente nello spazio ideale di contrapposizioni centrali del lessico politico, come quella tra eguaglianza e privilegio, o quella tra progresso e conservazione, se ne associa un altro, più recente, che emerge nel corso della storia del movimento operaio e socialista; in questo caso, la “riforma” è il metodo di cambiamento della società difeso da chi rifiuta la rivoluzione. Di conseguenza, “riformisti” saranno quei socialisti che credono nella possibilità di migliorare le condizioni degli svantaggiati senza ricorrere alla forza. Nel nostro Paese questo secondo senso associato all’uso della parola “riforma” ha avuto un grande rilievo nel dibattito politico a sinistra, dovuto all’ambigua natura del Partito Comunista Italiano, e alla lunga rivalità che questa formazione ebbe con i socialisti.

(Mario Ricciardi, Saper fare le riforme, “Domenica – Il Sole 24 Ore”, n. 273, 5-10-2014)

Si potrebbero distinguere tre sensi di riforma: (1) senso liberalista: dal sottinteso religioso alla promulgazione dei diritti (diritto di voto, di stampa, di parola ecc.), secondo l’opposizione Progresso VS Conservazione; (2) senso socialista: dall’estensione dei diritti alle conquiste sociali per le classi lavoratrici (diritto di pausa, sindacalizzazione, assicurazione, pensione ecc.), secondo l’opposizione Riformismo VS Rivoluzione; (3) senso tecnicista: dall’allargamento dei diritti alla trasformazione delle istituzioni secondo parametri di efficienza e di efficacia (flessibilità del lavoro, liberalizzazioni, privatizzazioni, riduzione del Welfare State ecc.) secondo l’opposizione Innovazione VS Conservazione.

Il senso (3) da un lato si riallaccia all’opposizione del senso (1), che però ha valore politico, dall’altro lato riprende dal senso (2) il valore economico. Se ne ricava la seguente sintesi:

  1. Riforma Liberalista: oggetto della riforma sono i diritti politici per i cittadini in ragione dell’opposizione Progresso (+) VS Conservazione (-) secondo il valore politico proprio del Liberalismo;
  2. Riforma Socialista: oggetto della riforma sono i diritti sociali per le classi lavoratrici in ragione dell’opposizione (interna alla sfera socialista) Riformismo (+) VS Rivoluzione (-) secondo il valore economico propria della Socialdemocrazia;
  3. Riforma Tecnicista: oggetto della riforma sono i cambiamenti delle istituzioni per lo Stato in ragione dell’opposizione Innovazione (+) VS Conservazione (-) secondo il valore economico proprio del Neoliberismo.

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Il senso tecnico della riforma, oggi, è lo stato di continuo, supposto perfezionamento al quale si sottopongono le istituzioni. Ho difficoltà a vedere il senso, l’intenzione di questo processo. Forse è solo un mio problema, forse è solo l’illusione ottica di presumere che, in passato, nelle altre due circostanze, si sapeva, almeno da una certa prospettiva, quella di coloro che si battevano per certe riforme, dove si voleva arrivare. Ora dove si vorrebbe arrivare con le riforme? Cosa desideriamo dalla loro realizzazione? Cosa vorrei, dunque, volendo le riforme? Mi si potrebbe rispondere: “Si deve rendere l’istituzione più efficiente”. Ma è come con la meritocrazia: tutto dipende da quale scala di valori si usa. E le scale di valori, per quanto possano apparire naturali, sono arbitrarie. Il rischio che si presenta è l’apoteosi dell’arbitrarietà della scala dei valori: l’arbitrarietà imposta per legge può durare finché non necessiterà di ricevere modifiche, ossia ulteriori aggiustamenti arbitrari, frutto sempre di calcoli amministrativi e tecnici. Oppure si potrebbe obiettare che l’efficienza consiste nel migliore il rapporto tra rendimento del servizio e suo costo. Così si agisce a livello dei costi; ma diminuendo i costi accade che cali anche il rendimento. Da un lato ci si potrebbe chiedere se non convenga piuttosto migliorare il rendimento per pareggiare o superare i costi; dall’altro lato ci si potrebbe chiedere se, invece, agire contro il costo non comporti, come spesso accade, la perdita di diritti o di posizioni che i meno protetti, o, si potrebbe anche dire, i più deboli (sempre più deboli) nel rapporto di potere, subiscono.

Comincerò a sospettare che le riforme le vogliano e le facciano “i padroni”? Quale giovamento trarrei dalla “cultura del sospetto”? Comincerò forse a sospettare delle “scie chimiche”? La cultura del sospetto, in questo senso, mi pare ben lontana dalla cultura del dubbio. A me non è affatto chiaro quale sia il senso della riforma continua, incessante, petulante. Non perché sia conservatore, non perché non ritenga corretti gli argomenti per “svecchiare” qualche apparato; piuttosto perché non mi è chiaro se questo movimento sia un abbaglio storico provocato dall’eccesso di comunicazione o una tendenza non ancora chiara del tempo attuale.

Per lo più si parla di “smantellamento dello Stato sociale”, di “attacco alle classi lavoratrici”, della “necessità di stare al passo coi tempi”. (Ma si veda, a tale proposito, la recente analisi di Ignazio Masulli, Chi ha cambiato il mondo?) Ogni argomento ha le sue ragioni. Ma a me sembra innanzitutto che sia lo Stato stesso, oggi come ieri, ad assumersi il compito delle riforme in quanto “Stato innovatore” (in un senso differente da quello studiato da Marianna Mazzucato). C’è fin troppo Stato in questa attività di continua riforma, come c’è troppo sovra-Stato nell’attività di controllo, suggerimento, obbligo di riforma. La riforma sembra aver assunto innanzitutto un senso tecnico e amministrativo: le riforme si susseguono, o se ne annunciano di continuo, riforma della riforma, perenne movimento per ri-formare tecnicamente e amministrativamente le istituzioni pubbliche e private; dunque non solo lo Stato o altre istituzioni pubbliche, ma anche la famiglia o gli attori umani in quanto “capitale umano”, “reddito”, “conto corrente” ecc. Forse questa lontananza dal concreto attore umano, in quanto esponente di un ruolo sociale, è tra le più considerevoli caratteristiche della tecnica della riforma. Dico l’attore umano in quanto colui che interloquisce, dialoga, con chi governa, colui al quale una riforma è destinata, che si batte e lotta perché qualcosa, nei determinati fenomeni che lo riguardano, cambi. E non è un caso se oggi la lotta appare qualcosa che sfuma tra l’attività sportiva occasionale del lancio del petardo e lo spettacolo colorato in piazza.

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“Fare le riforme” è affermazione assillante. Mi chiedo, di nuovo, se tutto questo non sia un gioco illusorio. O, bisognerebbe dire, proprio in quanto gioco illusorio, meramente comunicativo, l’affermazione non dia comunque luogo a una riforma del modo di pensare, del ragionamento politico. Il tornaconto politico, il rapporto tra costi e rendimenti elettorali di una dichiarazione, di un gesto, di un’azione sono settimanalmente oggetto di calcolo da parte di sondaggisti. Su questi castelli di sabbia si producono sragionamenti politici, discorsi nel vuoto, eccessi di retroscena. Ma la comunicazione è anche l’ambito di confronto tra chi ha il potere di parola sugli argomenti scottanti del giorno, sui continuamente ribaditi teoremi dell’opinione pubblica. Al di là dei politici, il cui mestiere è quello di parlare (e troppo spesso anche di annunciare piuttosto che di enunciare), si possono facilmente individuare tre tipi di fabulatori. Il tipo “professore XXX”, esperto o pseudo-esperto che interviene ragionando con dati precisi, presentando calcoli, tabelle e statistiche, proposte di riforma. Il tipo “ospite in trasmissione” (televisiva, radiofonica ecc.), meno propenso al discorso specialistico ma molto ben disposto a parlare di qualsiasi cosa: costui preferisce restare sul vago, ricordare vecchi e grandi modelli o problematizzare casi esistenziali, proporre soluzioni semplici o, talvolta, atti di ribellione e di nuova partecipazione, che non guardano a un nuovo modo di intendere la lotta, ma semplicemente a sbattere i pugni sul tavolo. Il tipo “opinionista”, che una volta si chiamava terzista: questi ci dice “le cose come stanno”, propone anche ragionamenti ipotetici o per assurdo per tornare alla “realtà”, al fatto che “si deve fare così”, che “non si può fare altrimenti”, nel senso che la “realtà” in cui viviamo, realtà dove ciò che è attuale è ciò che si prevede diventa una cosa sola, nel bene e nel male, conduce in un’unica direzione, verso il dover-essere.

In questi discorsi si parla sempre di riforme, e la riforma, da oggetto di discorso, diventa effetto di realtà. A loro modo, sebbene il tipo “opinionista” faccia di tutto per sembrare più realista degli altri, tutti i comunicatori parlano di “realtà”: la realtà dei dati, la realtà delle persone, la realtà in quanto tale. Questa realtà è indiscutibilmente al centro dell’attenzione. Ciascuno, è chiaro, la ritaglia a suo modo: sarà poi lo spettatore a scegliere in quale realtà esistere. Ed è in questa realtà che agisce una certa riforma: riforma basata sui calcoli, riforma basata sui bisogni o sui desideri, riforma basata sulla necessità. Tutti “sanno”, nella loro realtà, cosa, nel bene e nel male, comporterà una riforma da loro avanzata o una riforma attuata dalla parte avversa. Ci si chiede allora se, roteando i pareri e i governi, a una riforma seguirà una nuova riforma: si farà la controriforma? Si aggiusterà la precedente riforma? Ciascuno porta la sua riforma o il percorso di riforma è sempre un processo univoco, omogeneo, identico? Che cosa, dunque, cambia, in che cosa consisterebbe il cambiamento? Senza passare a sentenze à la Tancredi, come si dovrebbero leggere questi cambiamenti, come si misurano: con la statistica, con le parole della gente, con i giudizi dei mercati?

Si dice che oggi i politici non hanno più lo sguardo di ampio raggio: non guardano alle future generazioni, ma solo a tappare i buchi, a coprire le faglie create dall’attuale o dalla vecchia generazione che occupa i posti della classe dirigente. Ma anche qui potrebbe trattarsi di illusione ottica. Da un lato, il lungo corso (o il medio termine) è l’effetto di una ricostruzione da zero dopo l’ultima guerra mondiale; dall’altro lato quel che si chiede oggi, quel che si vorrebbe riformando, è “un cambiamento radicale”, “una trasformazione epocale”. Io non ho ancora ben capito quale sarebbe l’epoca in cui viviamo. A volte viene il dubbio che, se si pensa in termini di “smantellamento dello Stato sociale”, forse il Welfare State non è stato il prodotto di una riforma ma di una rivoluzione propria del suo tempo (trenta o meno anni rispetto a numerosi secoli di vita delle società umane), come forse oggi cominciano a pensare coloro che si collocano “molto” a sinistra, quelli che quarant’anni fa avrebbero disprezzato il Welfare State perché frutto di un compromesso e non di una conquista, mentre oggi ne rivendicano e intendono difenderne l’esistenza contro coloro che si collocano “abbastanza” a sinistra per impratichirsi, nelle attività politiche e in quelle di comunicazione, nella riforma, non ne dubito, “necessaria”, del Welfare State.

Stando alla proliferazione dei “post-“, si potrebbe dire (qualcuno lo avrà detto) che questa è l’epoca del “post-Welfare State”. O sarebbe forse meglio cominciare dicendo che, in effetti, da quel che si dice, o si fa, da quel che ne potrei trarre, viviamo nell’epoca, economica e politica, della tecnica delle riforme.


Contro Filippo Timi. Discorso sul ridicolo

14 dicembre 2013

Se fossi un critico teatrale con un certo potere, e vivessi in un’epoca in cui il critico teatrale potesse avere una certa influenza, spenderei buona parte del mio potere affinché Filippo Timi non calcasse più il palcoscenico con l’intento di ridicolizzare il teatro e il Don Giovanni. Ci terrei a precisare che non si tratterebbe di un tornaconto personale con Filippo Timi, bensì di ingaggiare una lotta decisiva per la salvezza della cultura: Filippo Timi rappresenterebbe soltanto un nemico da sconfiggere: ve ne sarebbero di molti altri contro i quali bisognerebbe unire le forze, per estirpare il ridicolo, questo male contagioso che sta uccidendo l’arte e il teatro.

Ammetto che sarebbe probabilmente una lotta persa in partenza. Non perché Filippo Timi o qualcun altro disponga di una milizia di critici, esercenti, attori, maschere suoi alleati, pronti a giungere in soccorso sul campo, come i prussiani nella battaglia di Waterloo. La ragione della nostra sconfitta coinciderebbe con la causa del loro successo: l’acclamazione del pubblico. “Filippo Timi incontra il gusto del pubblico”, “Filippo Timi soddisfa le richieste del pubblico”. Bisognerebbe allestire messe in scena senza pubblico, fare una severa selezione dei paganti all’ingresso! Il pubblico, codesto pubblico, è la principale causa della denigrazione e degradazione del teatro, della diffusione del morbo che uccide il palcoscenico, e che prende anche il nome di “Filippo Timi”. Il materialismo incontra non poche difficoltà nell’affrontare questo fenomeno. Sostiene che il valore estetico del pubblico dipende non da una qualche filosofia, ma da una particolarità dei sistemi di vita, del nutrimento, della digestione (Nietzsche, La gaia scienza, I.39). Ma il pubblico d’oggi gode di troppa varietà alimentare: ai tradizionalisti si oppongono i global, ma si aggiungono i biologici, i vegani, i carnivori, gli Eataly. Come giudicare materialmente la condizione squalificata di tale pubblico? Come valutarne il tono offensivo che assume nei confronti del teatro e dell’arte?

Sia ben chiaro che il pubblico non applaude il divo, il grande attore di cinema o di televisione che sottrae la scena a coloro che, invece, meriterebbero molta più cura e attenzione. Il pubblico applaude il ridicolo. Questo può chiamarsi Filippo Timi o, per esempio, Fausto Paravidino, regista e attore, qualche anno fa, di uno sconcertante Il compleanno, opera di Harold Pinter: vi si trasformava il dramma in ridicolo, nemmeno in farsa, che è genere storicamente di prestigio, scimmiottando Franco e Ciccio, senza avere il carattere e la professionalità dei due comici siciliani, con la complicità del troppo sopravvalutato Giuseppe Battiston.

Che cos’è il ridicolo? Lo si può intendere in diversi modi. Nei due casi che ho citato, ha innanzitutto il carattere della denigrazione del classico. Non si tratta di “distruzione”, genere al quale ci si è in buona parte abituati. La distruzione richiede una consapevolezza critica, la quale deriva da uno studio attento dell’opera e dalla coscienza della presenza fisica dei personaggi o degli attori sulla scena, fino alla deriva della cura maniacale, dell’ossessione della stessa opera scenica. La distruzione richiede una certa finezza, un sentimento e una forza intellettuale che vanno coltivati. La “denigrazione” sembra, invece, atto involontario, inconsapevole: e proprio per questo, assai grave. Si tratta, più in generale, di denigrazione del teatro, della messa in scena come forma d’arte. Non è solo l’inconsapevolezza dell’oggetto con il quale si ha a che fare, sia se si tratta di un testo, sia se si tratta della scena. L’incompetenza, l’incuria, talvolta l’indifferenza, sembrano derivare dall’incapacità, talvolta dall’ignoranza. Si fa un po’ quel che si vuole: questo potrebbe essere il motto dei fantocci in scena che divertono gli spettatori violentando l’arte. Professionalità e tecnica, in una parola l’arte del mestiere, che sia il mestiere del tragico, del drammatico, del comico o altro, non sussiste, o muore soffocata dalla battuta imbecille, da ciò che il regista o l’attore ha voluto “realizzare”, con il benestare di un pubblico del tutto incapace di dare valore, di giudicare, di distinguere quando ride per il piacere della denigrazione, del ridicolo nel quale, a sua volta, cade, de-riso dal manipolo in scena. Sì, perché mettere in scena il ridicolo nel quale si può trasformare un Don Giovanni, un’opera di Pinter, risolvere nodi drammatici o semplici vuoti di scena e di pensiero in modo stupido, significa ridicolizzare il pubblico stesso, prenderlo per i fondelli. Si fa quel un po’ quel che si vuole – si potrebbe aggiungere – tanto il pubblico non vede né sente: gli basta ridere.

Il ridicolo non significa trasformare il dramma in opera comica, né è ridicolo tutto ciò di cui il pubblico ride. Del comico e del riso si sono occupati autori più o meno eccellenti, filosofi, critici, scrittori, artisti. Il ridicolo è un fenomeno affatto diverso. Se ne trovano parecchi esempi negli allestimenti del teatro cantato (od opera lirica). Il Così fan tutte andato in scena al teatro Petruzzelli di Bari con la regia di David Livermore è un caso di denigrazione dell’opera, della musica, del teatro.

Personaggi sottili e raffinati ridotti a macchiette di basso cabaret, la Despina trasformata in una escort (puttana, per chi aborre questa idiota politica della sinonimia), idiozie della messa in scena (una portaerei che fluttua accanto a una nave da crociera dalla quale partirebbero Guglielmo e Ferrando?), Don Alfonso, il vecchio filosofo, uno dei più bei personaggi di tutta la storia del teatro cantato, diventato il capitano di una nave del pecoreccio; e poi ballerini che compaiono inutilmente ovunque, attori che simulano orgie, due fastidiosi bagnini dalle movenze omosessuali, stereotipo tutto italiano, che da solo basta ad accomunare questo ridicolo a un programma di Paolo Bonolis, ma con in più la presunzione di voler fare dell’Arte, ciò che evidentemente non si può imputare al popolare presentatore televisivo.

A questo Così fan tutte si potrebbero aggiungere numerose altre opere. Per esempio La Traviata con la regia di Ferzan Ozpetek. Ecco un segno di assenza di arte del mestiere. Intervistato sulla scelta di ambientare l’opera verdiana ai tempi di Proust, il regista ha risposto: “Mi è venuto di fare così”. Si fa un po’ quel che si vuole. Si potrebbe, ancora aggiungere la più recente Traviata andata in scena a Milano per la regia di Dmitri Tcherniakov, con Alfredo Germont impegnato in cucina nella preparazione del soffritto.

Pare che Piotr Beczala si sia risentito dei fischi subiti alla prima. Ma i fischi, si potrebbe immaginare, non erano solo espressioni del giudizio sulla sua prova di tenore, bensì fischi per la sua scarsa professionalità, per aver accettato di sottostare a certe ignobili scelte del regista. Non si può trasformare il discorso sul ridicolo in una filippica contro i registi. Certo, questi forse portano la più grave colpa di simili indecenze, assieme agli autori dell’opera (come nel caso di Filippo Timi), essendo loro complici, essendo entrambi gli autori (la Volontà del Regista, l’Intenzione dell’Autore). Si potrebbe ingaggiare una guerra culturale, come quella dichiarata da Glauber Rocha a Venezia nel 1980 contro i registi conservatori. Sarebbe un buon modo per riprendere lo studio delle opere, dei testi, dei classici, per ripensare il teatro, la musica, l’arte. Ma questi registi incontrano il favore del pubblico, almeno del pubblico italiano. Non certamente di tutto il pubblico, ma della maggior parte. In più, ottengono l’approvazione dell’attore, del cantante, del professionista che accetta di chinare il suo mestiere, la sua arte – sempre che ne abbia coltivata una – al cospetto del ridicolo. I direttori artistici e gli impresari li ingaggiano, credendo così di fare dell’Arte – o semplicemente assaporando il profitto del richiamo. Il regista, spesso, provoca, al solo scopo di fare di se stesso una notizia. Fregandosene dell’opera, dell’allestimento, il regista ama trasformare se stesso in una notizia.

E’ bene assegnare un nome al ridicolo, identificare il nome del nemico. Altrimenti sarebbe come combattere contro mulini a vento. Io ho scelto il nome di Filippo Timi, cercando di mostrare che questo nome non è che uno dei simboli da combattere. E’ a rischio la pur flebile sopravvivenza del teatro e dell’arte!

Ma in che cosa Filippo Timi può essere considerato simbolo del ridicolo? Se ne possono individuare tre aspetti, che non sono affatto propri soltanto di questo fenomeno. Questi caratteri sono riconoscibili in altri fenomeni del ridicolo. Nel caso del Don Giovanni di Filippo Timi, possono essere considerati come elementi per una dura stroncatura del suo aborto.

  1. Brutta scrittura. Filippo Timi non ha costruito il suo Don Giovanni muovendo da testi classici (Tirso de Molina, Molière, Da Ponte – Mozart). Né è partito dall’amputazione procurata a Don Giovanni da Carmelo Bene. Filippo Timi ha scritto il suo Don Giovanni. Fin qui, ci si aspetterebbe qualcosa di interessante, un lavoro di ricerca, una nuova prospettiva su questo mito, su questa affascinante figura. Ecco, invece, un’operaccia scritta davvero male. Le battute dei dialoghi sono spesso brutte e mediocri. Per esempio quando Donna Elvira dice: “Sì, andiamo tutti insieme a catturarlo”. Sembra una battuta pronunciata da un bambino che gioca con suoi compagni in giardino. I dialoghi non hanno affatto i tempi teatrali. Sono insufficienti, apatici, vuoti. Per esempio, quando Leporello chiede a Don Giovanni: “Siete stato voi a fare tutto questo?”, Don Giovanni risponde con un misero “Sì”, pronunciato senza alcuna particolare intonazione, e ricevendo una controreplica di Leporello dopo un secondo, non come se il suo servo fosse sorpreso, ma semplicemente perché questo brano di dialogo è schifosamente appiccicato alla scena. Certamente, il culmine del ridicolo è raggiunto dalla battuta costruita per far volgarmente ridere il pubblico. Si sprecano le battutacce contro Leporello effeminato, pronunciate da un Masetto in versione romanaccio, troppo simile a facili modelli televisivi (“Chi è Tatiana??!”). Perché, poi, il volgare debba essere sempre romanesco, questo resta un mistero dei cliché che menti bacate e superficiali reiterano, forse dai tempi del Pierino di Alvaro Vitali. Ma l’originale è superiore alle sue pallide imitazioni, anche quando queste ultime hanno la pretesa di fare del Teatro, dell’Arte. Altre battute facili per un pubblico che sa accontentarsi del vuoto sono quelle di Don Giovanni e Zerlina, tutte costruite sull’incapacità di quest’ultima a parlare bene. Zerlina è un altro personaggio televisivo facilmente riconoscibile (una vecchia imitazione di Paola Cortellesi). Don Giovanni, poi, le si rivolge sempre con un “Signora” che sa molto del “Signori” evocato dal ciarlatano di turno che si rivolge ai passanti per vendere la sua paccottiglia. Tutto il Don Giovanni di Filippo Timi è costruito su queste battutine e battutacce. La trama, evidentemente, è stata buttata nel cestino a un certo momento della scrittura del testo. Perché fare quel poco di fatica per articolare una qualche messa in scena, se è più facile sputare qualche volgarissimo modo di dire o di fare (membri maschili, scorregge, cessi sono spesso in scena: ma, a mio avviso, si tratta della parte più nobile di tutta l’operaccia), o, peggio, improvvisare qualche stupidaggine che possa divertire un pubblico, che tiene così facilmente la bocca aperta? Tutta la scrittura del Don Giovanni è cattiva scrittura. I costumi, l’allestimento e qualche personaggio non sono altro che orribile imitazione di qualcos’altro, di cui si è già visto non solo l’originale, ma perfino innumerevoli copie! Perché il ridicolo ha questa importante caratteristica: non fa altro che riprendere il già-fatto, il già-detto (che è, del resto, il meccanismo proprio del cliché), ma facendo sì che questo appaia sempre come nuovo, come originale, così da provocare la risata o l’approvazione di un pubblico sempre smemorato, sempre facile a bevere qualsiasi intruglio, e a reputare tutto ciò una “provocazione”. L’unico sentimento che può procurare il Don Giovanni di Filippo Timi a chi non casca nel tranello è un sentimento di forte irritazione, di desiderio di impugnare le armi critiche per ingaggiare una lotta furibonda contro il ridicolo, o quantomeno di richiedere la restituzione del prezzo del biglietto. (NB: cattivo allestimento può essere l’equivalente di questo punto per il teatro cantato)
  2. Spocchia intellettualoide di fare del Teatro, dell’Arte. Enorme fastidio suscita il confronto tra le filosofeggianti note di regia e la realizzazione della messa in scena. Sembrerebbe quasi che Filippo Timi si sia impegnato in questo atto di creazione! Se fosse così, la faccenda sarebbe ben più grave di una generica mediocrità, perché mostrerebbe un problema di fondo, direi nel metodo, nella capacità di comprendere, nel ragionare. Chi parla male, ragiona male – direbbe un personaggio di Sciascia. Chi scrive male, credendo di scrivere l’Opera, ragiona male – si potrebbe dire riferendosi a Filippo Timi. Si potrebbe chiamare Fra’ Peppe invece che Don Giovanni: non cambierebbe nulla. I personaggi del Don Giovanni sono denigrati, inesistenti. Sembrano esistere unicamente per far trionfare il Grande Attore che è Filippo Timi. Ma le battute sembrano essere scritte per un Jerry Calà, che di certo non avrebbe sfigurato. Che cosa diventa, per esempio, Leporello, la figura del servo, così importante in queste opere? Dov’è la riflessione sul Don Giovanni che corre inesorabilmente verso la sua distruzione, verso la morte? Si potrebbe dire: “Filippo Timi ha scritto delle note di regia su Fra’ Peppe“. Forse la cosa risulterebbe addirittura più digeribile. Invece l’attore e regista si crede un Grande Attore e un Grande Regista. Filosofeggia, fa il pensatore del teatro! Legge Artaud, Deleuze, s’ispira a Carmelo Bene! (Dov’è il Commendatore? Perché non appare “realmente” al Filippo Timi / Don Giovanni da strapazzo in scena?) Chi crede di fare del teatro nuovo, rivoluzionario, o anche classico, non facendo altro che del ridicolo; chi con spocchia intellettualoide crea siparietti da mediocre cabaret televisivo, giustificato da altisonanti note di regia, io lo considero inferiore a un Paolo Bonolis o a un Massimo Boldi, che almeno non hanno alcuna intenzione artistica, politica, rivoluzionaria. Invito a riflettere su questo fenomeno, che mette in luce un tratto importante del ridicolo: si dice che il berlusconismo abbia attecchito la facoltà cognitiva dell’italiano per via catodica, mutandone l’antropologia, obnubilandone il cervello; invece sarebbe interessante vedere come questi supposti tratti di cultura posticcia siano parte integrante del prodotto di artistoidi come Filippo Timi, quasi che costoro non riuscissero a pensare se non negli stessi termini che, più o meno inspiegabilmente, hanno attecchito anche nel pubblico diversamente televisivo – o televisivo nel medesimo senso: lasciamo le differenze di natura di pubblico a chi crede nella propria inesistente superiorità morale. Il ridicolo accomuna nel linguaggio, nel pensiero e nella scrittura certi spettacoli, indifferentemente dal loro passare in televisione, al cinema o dal loro essere in palcoscenico. Il pubblico li affronta con la stessa risata.
  3. Mancanza di professionalità. Il ridicolo della scena e la risata suscitata nel pubblico annullano il giudizio critico, permettendo di soprassedere su superficialità ed errori che accadono in scena. Il pubblico non presta attenzione perché attende la battuta successiva, pende a bocca aperta dalle labbra degli attori. Guai alla compagnia scalcinata, se in platea siede uno spettatore distaccato! Costui, infatti, volge lo sguardo dal personaggio che parla agli altri in scena, o alla scena nel suo complesso, e si accorge di macroscopici vuoti di regia e di attore. Gli attori non sanno stare in scena, non sanno che fare quando non sono direttamente coinvolti nell’azione scenica. L’attore manca di professionalità perché non è stato in grado di preoccuparsi di questo problema. Non è certo solo colpa sua, dato che il personaggio che incarna è piatto, solo costume, inesistente quando non è coinvolto nel circolo della battutina. Il principale responsabile è dunque lo scrittore, con la complicità del regista, che non è stato in grado di gestire la messa in scena. Non a caso i due ruoli convergono nella sola persona di Filippo Timi. Non mancano altri segni di questa generale mediocrità. Donna Elvira indossa un vestito enorme che la fa sembrare una sorta di ragno, ma che è chiara imitazione della Regina di Cuori di Alice nel Paese delle Meraviglie. L’attrice (della quale non mi interessa ricorda il nome: il solo attore che nella messa in scena intende emergere, compiaciuto della sua Grandezza, è Filippo Timi) non riesce a camminare con il vestito: entra in scena, si muove come se avesse un hula hoop, si agita incapace di gestire il pesante abbigliamento. Più ridicolo ancora quando l’attore non ricorda la battuta, sembra buttarne giù una, o sbaglia a pronunciarla e allora cerca di risollevarsi con una stupidaggine, che però basta per far ridere il pubblico. La mancanza di professionalità è segno che non c’è alcuna arte del mestiere. Si tratta di casi che non dovrebbero accadere così di frequente in una sola serata. Ma si fa un po’ quel che si vuole: si ride anche durante la recita delle proprie stesse battute. Lo fa Filippo Timi, quando veste i panni di Leporello, e Leporello è travestito da Don Giovanni, in una scena da Romeo e Giulietta con Donna Elvira, che non ha alcun collegamento né senso con la scena precedente e quella successiva. Pura estemporaneità, sketch imbecille che fa ridere il pubblico? Si tratta di meta-teatro o di meta-stupidaggine? In questo modo si fa un grave torto anche allo spettatore, lo si de-ride, dato che lo spettatore è incapace di accorgersi di quel che davvero accade. Allo spettatore basta ridere di qualcosa, non importa di cosa (del resto, ormai, non fa più sconcerto, durante la proiezione di un film, sentire delle risate in sala per una qualche scena drammatica o per una battuta che, se pronunciata nella realtà, risulterebbe del tutto priva di interesse). L’artistoide è subito pronto ad accontentarlo.

La guerra contro il ridicolo, la battaglia contro Filippo Timi, sarebbe una lotta in nome della dignità del teatro e dell’arte. Sarebbe una dura lotta morale e culturale. La critica dovrebbe recuperare la sua originaria funzione medica.
(Post rivisto con lievi modifiche. Ho un po’ smussato il tono. Ho chiuso i commenti per l’enorme numero di visite, che sinceramente non mi aspettavo. Non ho voglia di ricevere offese o ringraziamenti, non ho tempo di replicare a chicchessia. Spero, però, che siano parecchi i delusi, come me, o quelli che, avendo già acquistato il biglietto, andranno in teatro per fischiare sonoramente. Scusateci, ma io e il mio portafoglio vorremmo presto dimenticare questo brutto incontro.)


Contro gli specialisti: l’umanesimo?

16 ottobre 2013

Giuliano da Empoli, Contro gli specialisti

Giuliano da Empoli è uno scrittore e giornalista (wikipedia). Da giornalista, non mi pare lavori per una qualche testata. Come scrittore, ma anche come giornalista, ha pubblicato alcuni libri. Mi sembrano per lo più libri di saggistica. O bisognerebbe dire di “saggistica di attualità”. I suoi scritti sono per lo più pubblicati dall’editore Marsilio, nella collana “I grilli”. La collana risulta raccogliere della saggistica di attualità. Di quale genere, nello specifico, si tratti, è questione che qui né posso né intendo affrontare. Ma, se si tratta di saggistica di attualità, allora, come minimo, si desidererebbe partecipare, intervenire nell’attualità. Il grado di rilevanza dell’intervento o della partecipazione dipende dalla fortuna editoriale del saggio. Presente o postuma.

L’ultimo saggio di attualità di Giuliano da Empoli si intitola Contro gli specialisti. La rivincita dell’umanesimo. La saggistica dei “contro” ha una sua buona fortuna redazionale. Si pensi ai saggi Contro l’architettura di Franco La Cecla (Bollati Boringhieri) e Contro la letteratura di Davide Rondoni (Il Saggiatore). Il titolo è un modo per entrare a gamba tesa nel dibattito, chiarendo fin dall’inizio la propria posizione. Per esempio, due anni fa, Eleuthera pubblicava Contro il lavoro di Philippe Godard: un titolo che richiama una pamphlettistica che si può far cominciare almeno con Paul Lafargue. In modo diverso, Jaca Book ha pubblicato nel 2009 Contro l’arte romanica. Saggio su un passato reinventato di Xavier Barral I Altet: si tratta di un tema che si potrebbe dire di attualità storica, ovvero riguardo la nostra concezione di una certa epoca passata.

In una saggistica “contro” l’autore è tenuto almeno a rivelare il “pro” per il quale si schiera. Nel sottotitolo del saggio di Giuliano da Empoli il “pro” appare molto chiaro: La rivincita dell’umanesimo. S’impone immediatamente un problema: che tipo di opposizione è Specialisti VS Umanesimo? Bisognerebbe almeno fornire un quadro storico e una definizione del termine “specialista” e della categoria “umanesimo”.

Da un lato, lo “specialista” richiama una folla di personaggi: l’esperto, il tecnico, lo scienziato, il docente universitario, il competente, il politico, l’intellettuale. Ciascuno può dare la propria lettura storica e la propria definizione di queste qualifiche. Io ho riflettuto su alcune coordinate storiche e teoriche della figura dell’esperto – come intellettuale, come tecnico, come politico.

Dall’altro lato, l'”umanesimo” è un periodo storico più o meno preciso. Lo si può genericamente inquadrare come l’epoca che, in Italia, designa il passaggio dal Medioevo al Rinascimento, o, anche, un’estensione del Rinascimento italiano. Sull’umanesimo, Eugenio Garin ha scritto dei saggi fondamentali (per esempio L’umanesimo italiano. Filosofia e vita civile nel RinascimentoLa cultura del RinascimentoRitratti di umanisti. Sette protagonisti del RinascimentoFilosofi italiani del Quattrocento). Senza fare riferimento a quadri storici, con “umanesimo” si può facilmente designare una cultura opposta all'”abuso della funzione dell’utile” (termine provvisorio).

Non si tratta esattamente di una riproposizione dell’opposizione Cultura letteraria VS Cultura scientifica, che, nel discorso contemporaneo, risale almeno al brutto saggio di Charles P. Snow, Le due culture, del 1963, al quale Giulio Preti rispose nel 1968 con il non riuscitissimo saggio Retorica e logica. Le due culture. Mi pare che il saggio di Giuliano da Empoli si ponga lungo la stessa scia del pamphlet della filosofa Martha Nussbaum, Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica, edito in Italia per i tipi de Il Mulino nel 2011 (nel 2013 è uscita una nuova versione ampliata). L’opposizione che emerge si potrebbe esprimere come

Cultura umanistica VS Esigenze del mercato

Ciascuno può ricavare la propria interpretazione da questa opposizione. Per esempio, qualcuno potrebbe notare che essa ricalca quella, ben più semanticamente consolidata, Tradizione VS Innovazione o quella tra Conservazione VS Modernità. Ma così si moltiplicherebbero soltanto i concetti per mezzo dei quali leggere il presente, perdendo proprio ciò che stava sotto i nostri occhi, ovvero il presente.

Il mio parere è il seguente: innanzitutto bisognerebbe capire meglio che cosa è questo Ente chiamato Mercato. Una “Essenza del Mercato” oggi risulta del tutto urgente. Tuttavia, per fare davvero opera critica, bisognerebbe fare a meno di sentenze “contro il mercato” che pullulano a sinistra. Non per formulare sentenze “pro mercato”, ma, quantomeno, per cercare di avere qualche idea sul mercato.

Per avere qualche idea sul mercato, è necessario studiare un po’ di economia e di finanza. Almeno per non rimanere sorpresi quando sui media si diffondono espressioni come “spread” o “fiscal compact” e per non pendere dalle labbra del primo contestatore di qualche entità estranea (la Troika, l’Unione Europea, la Bce). Quindi bisogna diventare un pochettino specialisti. Ripeto: prima di fare della “critica dell’economia politica” occorre conoscere l'”economia politica”. Altrimenti si fa la critica del vuoto di senso. Cosa che però può rallegrare l’editoria.

In secondo luogo, occorrerebbe una formulazione più chiara di che cosa è una “cultura umanistica”. “Umanistico” rimanda al passato, dunque alla tradizione: su questo non può esserci obiezione. Del resto, il saggio d’attualità di Giuliano da Empoli è chiaro su questo punto. Né servirebbe formulare una categoria “post-umanistica”, che è di quanto peggio uno, desideroso di comprendere, si potrebbe trovare.

Io penso che per avere una qualche idea di che cosa sia la cultura umanistica, serva fare un bagno di realismo. Con “cultura umanistica” si può intendere la letteratura e le altre arti oppure gli studi umanistici (sulle arti, sulle società, sulle culture, sui comportamenti). Questa distinzione non sempre risulta così chiara. Inoltre, bisognerebbe domandarsi quali sono, oggi, le condizioni di esistenza di tale cultura. L’università? Si vada a vedere come si studia umanisticamente nell’università: dopo, ne possiamo sempre parlare. Poi, non ci si può stupire se ci si trova dinnanzi all’elogio del dilettante, con la solita lezione deleuzo-foucaultiana (il traduttore… l’intercessore), francamente venuta a noia, di Gianfranco Marrone.

E all’ora del dilettante ci andava ogni tipo di gente

e chi cantava, e chi aveva imparato ad ammaestrare il serpente.


Su alcune riflessioni del giornalista filosofo

13 settembre 2013

Non ho mai letto un libro di Eugenio Scalfari. Non per un qualche pregiudizio, ma semplicemente perché non ne ho il tempo e ho da leggere molte altre cose che ritengo più utili e importanti. Tuttavia non posso astenermi dal riflettere su alcuni suoi recenti scritti d’occasione.

Si tratta di un editoriale pubblicato su “L’Espresso” e di due editoriali pubblicati su “la Repubblica”. Sono appuntamenti consueti per il lettore del settimanale e del quotidiano.

L’editoriale bisettimanale che mi interessa s’intitola “Una scintilla per la nostra anima” e risale al 5 settembre 2013 e lo chiamerò “editoriale filosofico”.

I due editoriali domenicali sono “Le risposte che i due Papi non danno” del 7 luglio 2013 e “Le domande di un non credente al papa gesuita chiamato Francesco” del 7 agosto 2013. Riguardo a questi ultimi due, per mia comodità faccio riferimento all’intervento “La pecora smarrita” del 11 settembre 2013, nel quale si sintetizzano le domande rivolte al papa sotto forma di un rapido elenco. Prenderò in considerazione solo le domande che non mi risultano chiare. Chiamerò questo gruppo di articoli “editoriali teologico-filosofici”.

***

L’editoriale filosofico si occupa dell’anima. Secondo Scalfari

viviamo la fase finale di un’epoca – quella della modernità – dominata dalla potenza di quattro forze: la tecnologia, l’economia, la scienza, l’anima.

Quest’ultima forza è la più curiosa.

L’anima è il centro dove si incrociano le sofferenze di quanto sta accadendo, della vertigine che ci circonda, del futuro che ci attraversa, dei sogni che non si realizzano.

Ma l’anima è altresì

il pensiero creativo che ha messo in moto questa fase d’epoca

e

questa fase d’epoca è dunque il dramma dell’anima che ne è la protagonista.

Vi sarebbe un’anima personale:

la nostra essenza che chiamiamo io

e un’anima universale. La prima è crocevia di desideri, passioni, aspirazioni, sogni; si potrebbe dire: di tutto ciò che non è ragione. Ma l’io sarebbe, in questo modo, ciò che non è ragione. La seconda sarebbe propriamente la quarta forza che domina l’epilogo dell’epoca moderna. Tuttavia questa forza, secondo Scalfari, è nello stesso tempo ciò che ha messo in modo questa fase d’epoca e ciò che soccombe alla

potenza intrinseca delle forze che l’hanno espropriata.

Dunque l’anima è ciò che avrebbe messo in moto l’epilogo della modernità, la qualcosa è nello stesso tempo

il dramma dell’anima.

Forse Scalfari sostiene che l’anima ha creato l’epoca moderna, sperando nella felicità, ma perdendone poi il controllo. A meno di non pensare che l’anima, in quanto sede probabile di fenomeni non razionali, sia causa dell’epilogo della modernità. Infatti, in questo senso, ne potrebbe essere una forza. Ma l’anima risulta espropriata dalla potenza delle forze che segnano la fine dell’epoca moderna. Ma tra queste forze dovrebbe esserci la stessa anima.

In sintesi, Scalfari filosofeggia su:

  • (a) anima personale e anima universale;
  • (b) anima personale come probabile sede di fenomeni non razionali eppure “essenza che chiamiamo io”;
  • (c) anima universale come pensiero creativo che ha messo in moto “questa fase d’epoca” (della modernità o della fine della modernità) eppure ciò che soccombe alla potenza delle forze che la espropriano eppure forza a sua volta dominante nella fine dell’epoca moderna.

***

Gli editoriali teologico-filosofici condensano delle riflessioni e delle domande rivolte a papa Francesco. Ecco le domande che mi sembrano da segnalare, ciascuna seguita da un breve commento.

Domanda 1.  La modernità illuminista ha messo in discussione il tema dell'”assoluto”, a cominciare dalla verità. Esiste una sola verità o tante quante ciascuno individuo ne configura?

A ben vedere, questa domanda contiene un dissidio tra due idealismi: l’idealismo della verità assoluta (universale) e l’idealismo della verità individuale (soggettiva); l’idealismo che crede nel mondo prodotto dalla divinità e l’idealismo che crede nel mondo prodotto dalla mente umana. La formula, poi, fa pensare a una domanda retorica (vedi Domanda 7).

Domanda 3. Le altre religioni monoteiste, l’ebraica e l’Islam, prevedono un solo Dio, il mistero della Trinità gli è del tutto estraneo. Il cristianesimo è dunque un monoteismo alquanto particolare. Come si spiega per una religione che ha come radice il Dio biblico, che non ha alcun Figlio Unigenito e non può essere né nominato né tantomeno raffigurato, come del resto Allah?

Scalfari chiede al cristianesimo come interpreta il fatto che le altre religioni monoteiste non hanno le stesse particolarità (Trinità e Figlio Unigenito) del cristianesimo. Su questo problema dovrebbe forse interrogare esponenti di quei credi.

Domanda 6. Se una persona non ha fede né la cerca ma commette quello che per la Chiesa è un peccato, sarà perdonato dal Dio cristiano?

Domanda 7. Il credente crede nella verità rivelata, il non credente crede che non esista alcun “assoluto” ma una serie di verità relative e soggettive. Questo modo di pensare per la Chiesa è un errore o un peccato?

Se il non credente pecchi o erri quando contesta l’esistenza di verità assolute non dovrebbe essere problema del non credente; né dovrebbe essere l’eventuale perdono di un qualche suo peccato da parte del Dio cristiano. Pensando al “peccato”, il non credente introduce un elemento che non dovrebbe appartenere ai propri ragionamenti; ponendosi il problema se sarà o meno perdonato da Dio, si pone al cospetto di un mistero di cui non dovrebbe curarsi. Del resto, i credenti non si credono, solo perché tali, degli immacolati; né è del tutto condivisibile l’espressione “Dio cristiano”: esiste un unico Dio od ogni religione ha un proprio Dio?

L’illuminista – come si autodefinisce Scalfari – dovrebbe piuttosto preoccuparsi di rivedere la propria categoria di verità: “una serie di verità relative e soggettive” non è propriamente affermazione che trova d’accordo tutti gli illuministi, quelli antichi e quelli moderni.

Domanda 8. Il Papa ha detto durante il suo viaggio in Brasile che anche la nostra specie finirà come tutte le cose che hanno un inizio e una fine. Ma quando la nostra specie sarà scomparsa anche il pensiero sarà scomparso e nessuno penserà più Dio. Quindi, a quel punto, Dio sarà morto insieme a tutti gli uomini?

Se il “pensiero di Dio” scomparirà con la scomparsa dell’uomo è cosa, ovviamente, contestata dal credente, giacché Dio non è pensiero, ma Reale. Altrimenti non sarebbe che categoria dell’intelletto. Del resto, è una domanda del tutto priva di interesse.

***

Non contesto il discorso filosofico del giornalista solo perchè del giornalista. Non sono un filosofo di professione. Semplicemente, mi pare oscuro l’editoriale filosofico e ritengo mal poste (domande 1, 6, 7), o incoerenti (domande 6, 7), o inadeguate (domanda 3), o prive di interesse (domanda 8), le questioni di cui sopra.

Per filosofare, non è necessario avere una laurea o un master. Basterebbe un minimo di chiarezza. O, se si appartiene a correnti di pensiero inclini a espressioni oscure, che almeno si conosca l’oggetto trattato e si controlli quel che si scrive.


L’esperto come intellettuale, come scienziato e come politico

28 agosto 2013

L’esperto come intellettuale: un novello engagé?

L’intellettuale può dirsi soddisfatto quando si sente il bisogno di conoscere la sua opinione su di un qualche fenomeno. Bisognerebbe distinguere tra l’esperto e la tradizionale figura dell’engagé: il primo è, per esempio, il docente della disciplina “A” di cui si desidera conoscere il parere circa un fenomeno inscrivibile nel suo campo di studi, o sul quale ha delle pubblicazioni; il secondo può di solito identificarsi con il maitre à penser, il quale non si limita ad analizzare il fenomeno, o meglio ancora non lo analizza affatto, bensì snocciola guidizi di valore.

Questa distinzione non è esaustiva:

  • L’esperto non è solo un docente universitario. Il parere di un docente universitario non è verità oggettiva, ma dovrebbe comportare un contenuto meglio argomentato di quanto possa un non esperto. Brunetta è (era) un docente universitario, ma il suo parere sull’Imu non vede affatto concordi la gran parte degli economisti. L’esperto può essere definito “colui che ha esperienza, e pertanto è competente, in un determinato campo”. Ma, considerando Carlo Petrini un esperto di questioni riguardanti la coltivazione, ci si imbatterebbe in una nutrita contestazione scientifica (vedi il recente e ottimo Le bugie nel carrello di Dario Bressanini).
  • L’intellettuale engagé è una caratteristica storica del secondo Novecento (vedi il recente Dimenticare Pasolini. Intellettuali e impegno nell’Italia contemporanea di Pierpaolo Antonello). Questa figura va analizzata in una determinata epoca storica, di riviste e battaglie culturali, spesso con scarsa presa del reale (per esempio, molte discussioni intorno all’operaismo e alla neoavanguardia).

Dario Bressanini, Le bugie nel carrello

Quando ci si imbatte nell’intervista a X su un argomento B, o si è davanti all’articolo di X su B, bisognerebbe sempre chiedersi:

  • “perché dovrei leggere il parere di X su questo argomento?”

Basterebbe questa domanda per scartare numerosi articoli o editoriali che ogni giorno vengono pubblicati sulle gazzette o in internet. Non è dunque

  • “qual è la cornice?”

la sola domanda che converrebbe porsi, se ci si attenesse al manuale del critico-critico (per es. alla lezione di Chomsky); in effetti questa domanda non sembra aver prodotto buoni risultati: l’interrogativo sorge confrontandosi con un articolo su un quotidiano della parte politica nemica o navigando in internet? La questione della cornice rimanda a un qualche contesto quando, invece, converrebbe porsi delle domande sul testo.

  • “Cosa vuole costui?”

a me pare l’interrogativo più sensato, come quando suona il campanello o il telefonino squilla e sul display appare un numero sconosciuto. Si tratta di un interrogativo scettico, e per questo non può che fare bene. Dinnanzi a un esperto che dà la sua opinione su un argomento si può rispondere:

  • “Oh, finalmente qualcuno che può dire la sua su una questione così spinosa!”;

oppure:

  • “Grazie, non mi interessa”.

Tra stampa e web, esperti e novelli engagés dispongono di numerosi spazi per poter fabbricare opinioni. Di solito l’esperto si contraddistingue da un asterisco sul cognome che rimanda a fine articolo dove viene enunciata la sua qualifica, oppure sul titolo dell’intervento, che rimanda all’occasione della sua prima enunciazione, della sua pubblicazione, al libro dal quale sono stati estrapolati dei brani.

L’esperto è persona distinta e corretta non interviene se non quando lo ritiene strettamente necessario: per es. perché qualcuno l’ha sparata grossa, o perché ritiene di poter proporre qualcosa di pubblica utilità, o perché il dibattito è di grande importanza.

Il novello engagé, invece, desidera intervenire sempre. Per questo si traveste da giornalista, opinionista, scrittore, attore, sociologo, filosofo, pubblico cittadino. Assomiglia a quel tale che talvolta si incontra in treno o sull’autobus, con il quale capita, per sbaglio, di scambiare qualche parola, e ci si accorge ben presto che a quello importa solo parlare, non ascoltare, e che non riesce a rimanere su un argomento per più di due minuti, trasvolando con rapidità inaudita a un problema che si troverebbe dalla parte opposta in un fittizio mondo di idee logicamente concatenate. Chi non vorrebbe scendere alla fermata successiva, pur distante chilometri dalla propria, per liberarsi di questa disgrazia?

Pierpaolo Antonello, Dimenticare Pasolini

Oggi i novelli engagés si sono orribilmente moltiplicati a causa di internet e del suo abuso. Dal medico fai-da-te all’economista che possiede il metodo per uscire dalla crisi, non c’è campo (non c’è scampo!) in cui non si possa diventare dei falsi esperti in cinque minuti. I ruoli si confondono:

  • l’esperto, vedendo invaso il proprio campo, non cerca di affermare la propria egemonia facendo comprendere agli engagés che è necessario studiare prima di poter munirsi di guidizi di valore, ma a volte preferisce invadere i campi altrui, trasformarsi a sua volta in engagé;
  • in altre circostanze l’esperto sobilla l’engagé a intervenire, o assecondando una sua personale credenza (“l’intelligenza collettiva”), o nostalgico di tempi in cui si voleva combattere la guerriglia semiologica (il desiderio del ’68).

Accade che l’esperto dei fenomeni X esprima opinioni sui fenomeni Y su un quotidiano, su un sito, sul suo blog personale, pur non sapendone un accidente. Si prenda il caso dell’economia: chi è rimasto fuori dal gioco di provetti professori che impartiscono lezioni da novelli Keynes o giudicano dal loro tribunale morale il “pensiero unico” degli economisti, da buoni umanisti o marxisteggiando? Si sostiene:

  • “è necessaria la filosofia per comprendere i nostri tempi di crisi”;

ma, a parte che “crisi” è un fenomeno temporale piuttosto consueto (è facile trovare della “crisi” dappertutto), ben vengano i filosofi, purché studino l’economia.

Ecco, invece, la parola magica per poter parlare di tutto: critica. “Critica di X”, “Critica di Y”. Ma prima di fare della critica – poniamo – dell’economia politica, bisognerebbe fare dell’economia politica. Marx ha studiato sodo l’economia politica prima di fare la critica dell’economia politica. Perché nessuno vuole diventare in questo senso marxista?

È facile individuare i luoghi di produzione dei nuovi intellettuali. Prima di tutto i festival delle filosofie e delle letterature, poi i salotti televisivi, quindi la carta stampata. Nessuno avrebbe voglia di ascoltare un esperto parlare dell’analisi fenomenologica in Husserl o delle geografie letterarie delle riviste italiane nel primo XX secolo; quello stesso esperto terrà una conferenza su un tema d’attualità “scottante” come

  • “il corpo in vendita e il femminicidio”

o su un tema classico e del tutto fasullo come

  • “dove va la letteratura italiana?”

riscuotendo un successo tale da indurlo ad accettare la rubrica sul quotidiano, il blog personale sul sito di informazione culturale, poi a modificare il contenuto dei suoi insegnamenti universitari e a dedicarsi a simili pubblicazioni, grazie alle quali giungeranno proposte per convegni, nuovi appuntamenti televisivi e festivalieri. L’università sforna opinion leaders, leaders di opinioni sul nulla, che però possono in questo modo avere una fulminea carriera.

I novelli engagés meriterebbero un’attenta analisi, non del contenuto delle loro opinioni ma della loro funzione istituzionale. È interessante notare come non esistano rapporti di forze in questo quadro: il docente universitario engagé, per quanto disprezzato, attira finanziamenti e nuovi iscritti. Qualsiasi dibattito nasca sulla stampa e nel web (tra i più recenti: “New Italian Epic”, lo scrittore e il suo ruolo nella società, il “new realism”) è stucchevole caricatura letteraria. Non c’è ragione valida per cui si dovrebbe ascoltare o leggere un intellettuale opinare su un qualsiasi fenomeno. Non c’è ragione valida per cui l’ennesima raccolta di firme “per salvare l’Italia” debba riportare in prima pagina (o in home page) le adesioni di personaggi famosi. O meglio: la sola ragione valida è proprio in quel nome.

L’esperto come scienziato

Nei Saggi scettici di Bertrand Russell si trovano delle considerazioni interessanti sull’esperto. La proposta avanzata nel primo saggio, Sul valore dello scetticismo, è la seguente (p. 3):

  • “sarebbe opportuno non prestar fede a una proposizione fino a quando non vi sia un fondato motivo per supporla vera”.

Ciò presuppone che si sia in grado di ridurre un insieme di enunciazioni (argomento, proposta, protesta, lamentela ecc.) in una proposizione. In più, ci si chiede, come averne fondata ragione?

Più avanti (pp. 4-5), Russell avanza 3 suggerimenti scettici:

  • (1) quando gli esperti concordano nell’affermare una cosa, l’opinione opposta non può essere ritenuta certa;
  • (2) quando gli esperti non sono d’accordo, nessuna opinione può essere considerata certa;
  • (3) quando gli esperti affermano che non esiste motivo sufficiente per un’opinione positiva, bisogna sospenderne il giudizio nella sede che è di competenza dell’esperto.

Bertrand Russell Saggi scettici

Ecco di nuovo il problema enunciato all’inizio:

  • Questi suggerimenti presuppongono che si sia in grado di riconoscere gli esperti.

Si può definire un esperto

  • Un soggetto qualificato a prendere parola su di un certo argomento.

La qualifica proviene da un’istituzione solidamente certificata, funzionante secondo procedure le più consolidate e oggettive che l’istituzione stessa si possa dare. È il caso della comunità scientifica nelle sue effettive espressioni.

Rispetto a quel che dicono questi esperti, gli scienziati, è facile individuare i seguenti casi:

  • di (1) ne è un esempio il caso Vannoni;
  • di (2) ne è un esempio la costruzione della Tav in Val di Susa: gli esperti non concordano circa gli effettivi benefici economici e di velocizzazione dei trasporti su rotaia che recherebbe il progetto, in rapporto ai tempi e ai costi di realizzazione, e circa le conseguenze sull’impatto ambientale;
  • di (3) ne è un esempio il caso del terremoto. Di questo fenomeno, le leggi di evoluzione esistono ma non si conoscono. Pertanto un’evacuazione preventiva è ad arbitrio della pubblica sicurezza: è solo in questo ambito che la scelta di una simile procedura può essere oggetto di valutazione.

Conviene aggiungere due note a questi consigli scettici.

  • (A) Lo scetticismo che Russell intende suffragare non è una forma di pirronismo: ne consegue che l’uomo comune sa benissimo di non poter giudicare pienamente dell’affermazione dell’esperto, ovvero di non possedere gli strumenti necessari, adeguati e coerenti per una sua verifica. Non si vive quotidianamente in condizioni di sperimentazione e di controprova.
  • (B) La nota precedente ha una conseguenza: l’uomo comune non presta fiducia nell’affermazione dell’esperto: egli sa che l’esperto ha prove e ragioni per fare una certa affermazione. Non esiste la “fede nella scienza”: questa è un’espressione falsa, buona solo negli ambienti dei baciapile. Non si presta fiducia nell’esperto in quanto scienziato, bensì si può solo avere consapevolezza, acquisita per studio e personali conoscenze, che il mondo è leggibile in linguaggio matematico.

Si potrebbe interpretare questo scetticismo come una sfiducia nei confronti della conoscenza critica che una collettività può apprendere in una determinata circostanza, o come una vecchia proposta rispetto ai mezzi tecnologici che permettono a una collettività, o a un singolo individuo, di poter apprendere una simile conoscenza. Ma una “scienza fai-da-te” non è equivalente alla scienza vera, allo stesso modo in cui la divulgazione più o meno scientifica è cosa differente dall’articolo scientifico o in generale accademico. Altrimenti devo sospettare che anni da spettatore di Superquark mi hanno reso, a mia insaputa, uno scienziato.

Questa non è sfiducia nei confronti delle conoscenze che una collettività o un singolo individuo può sviluppare, semmai una doppia presa di realismo:

  • (A) queste conoscenze sono “di parte”, nel senso che le circostanze che ne determinano l’apprendimento derivano da condizioni d’interesse: si pensi a tutti i casi di cittadini o interi paesi in rivolta contro un inceneritore, una centrale energetica ecc.; ciò non significa che questa resistenza non va bene o è deleteria; ne rimarca solo il limite, ovvio, per chi, osservando gli eventi, non prende posizione a prescindere con una parte o contro l’altra parte;
  • (B) esistono casi in cui la collettività ha avuto ragione rispetto ad altri fenomeni, ma casi in cui non ha avuto ragione, o quanto meno ha procurato svantaggi, sia economici sia sociali, a se stessa. Esempio, di nuovo, la disperazione collettiva che ha permesso l’ignobile finanziamento di un qualcosa propinato da un ciarlatano pericoloso come Vannoni.

Su questo problema, si veda anche quanto scrive Gilberto Corbellini in Scienza, quindi democrazia (pp. 25-26). Corbellini argomenta contro Sheila Jasanoff, secondo la quale i rapporti tra scienza e politica inducono ad avere un atteggiamento critico nei confronti della scienza, rispetto alla quale devono prevalere i bisogni sociali. Corbellini sostiene che vi sono quattro possibili combinazioni delle coppie “Scelta politica pro società / Scelta politica contro società” e “Vantaggi sociali / Svantaggi sociali”:

  • una scelta politica che va nella direzione di accontentare o di essere in sintonia con il bisogno sociale può procurare (1) vantaggi o (2) svantaggi futuri (affermando o negando una decisione politica);
  • una scelta politica che va nella direzione di scontentare o di non essere in sintonia con il bisogno sociale può procurare (3) vantaggi o (4) svantaggi futuri (affermando o negando una decisione politica).

Soprattutto, ciò che conta, scrive Corbellini, è

  • “come fare scelte il più possibile condivise, perché sono informate e razionali, vale a dire perché sono fondate in modo trasparente sulle prove migliori disponibili circa la loro validità immediata e sul piano delle conseguenze di lungo periodo. Pronti a rivedere o modificare le decisioni, non appena vi siano prove più solide che lo consiglino”.

Si può giustamente obiettare che resettare o modificare una decisione non è cosa ovvia, se questa, per esempio, comporta la costruzione di pesanti infrastrutture sul territorio. Tuttavia l’approccio di Corbellini, con tutte le riserve che si possono avere per un naturalismo troppo radicale, è interessante per almeno due ragioni:

  • considera il politico non come uno scienziato, ma come un bricoleur che sperimenta nuove possibili forme sociali, a partire da una materia composita, e per mezzo di un insieme complesso di informazioni, dati, prove empiriche. E’ chiaro che si tratta di un’immagine ideale del politico, utile come modello di riferimento, nello stesso modo in cui la struttura grammaticale di una lingua funge da modello di questa;
  • riposiziona lo scienziato come figura di riferimento per una società liberaldemocratica ad elevato tasso di complessità. Ciò non implica la fine di ogni dibattito, come nei sogni di qualche filosofo del passato, ma la definizione di un modello di informazione come conoscenza attraverso i metodi e gli strumenti più collaudati, prima che come “spoglio di notizie”.

Gilberto Corbellini, Scienza quindi democrazia

L’esperto come politico

Bertrand Russell è interessato a delineare i limiti dell’attività dell’esperto. Questi limiti si colgono analizzando il rapporto tra il politico e l’esperto. Due premesse sono necessarie:

  • (A) qui si può sostituire a “esperto” la qualifica di “tecnico”, nel generico e inadeguato senso in cui nella comune opinione si costruisce l’opposizione tecnico VS politico;
  • (B) si evince più chiaramente che l’esperto, o tecnico, è un intellettuale.

La massima è la seguente: l’esperto, scrive il filosofo inglese (p. 130), di fronte a un problema politico riflette

  • su “ciò che sarebbe vantaggioso”, piuttosto che su “ciò che sarebbe popolare”.

Per poter svolgere queste riflessioni, deve essere dotato di una competenza, di una qualifica, di un certo corso di studi e di esperienze. Ha tuttavia dei difetti correlati (pp. 130-132):

  • (1) è portato a sopravvalutare l’importanza della sua competenza: se un uomo comune si recasse da più specialisti, avrebbe da ciascuno ottimi consigli su come mantenere una buona salute, ma, nell’arco delle giornate, gli resterebbe ben poco tempo per usare questa buona salute;
  • (2) è portato a sopravvalutare la possibilità di convincere la gente a essere ragionevole, magari procedendo prima a convincere i loro rappresentanti politici, azione che di certo gli è più congeniale, senza tuttavia rendersi chiaramente conto che i politici spesso sono indotti a prendere provvedimenti di particolare importanza senza davvero rendersi conto di cosa stiano facendo;
  • (3) se l’esperto si candida alle elezioni, è evidente la sua incapacità di comunicare con la gente e di giudicare le passioni popolari; anzi si potrebbe dire che ritiene ingenuamente che la gente parli di politica e voti con la ragione piuttosto che secondo passioni: pertanto, un volta che ha ottenuto l’approvazione di importanti provvedimenti, tali ritenuti da persone illuminate, certe persone, credendosi minacciate, agiteranno i sentimenti popolari contro quei provvedimenti;
  • (4) è portato a sottovalutare il consenso della pubblica opinione e a ignorare le difficoltà di far entrare in vigore un provvedimento impopolare.

Il ruolo dell’esperto si complica quando si relaziona al politico. Può perfino condurre a dubbi. Certi esperti economisti, per esempio, conoscono la realtà più attraverso teorie e modelli matematici che grazie a casi concreti.

La principale lezione che si può dunque ricavare dalle lezioni scettiche di Bertrand Russell penso sia quella che davvero conta in democrazia:

  • non dovrebbe contare che la ragione.

Per questo l’esperto ha un suo compito di rilievo come opinion leader, intermediario, non come uomo di comando. Anche se Russell scriveva negli anni Venti del XX secolo, penso che la qualità di questa lezione, oggi, non sia venuta meno.


Sergio Luzzatto, Partigia. Riflessione su Resistenza, microstoria, conoscenza

13 giugno 2013

Sergio Luzzatto, Partigia, Milano, Mondadori, pp. 300, € 19,50

L’oggetto principale del saggio Partigia di Sergio Luzzatto è la breve esperienza resistenziale di Primo Levi nella banda di Col de Joux dal 8 settembre al 13 dicembre 1943. Dentro e intorno, si dipana una fitta rete di ricostruzioni storiche locali, spesso intrecciate con eventi di rilievo. Non si tratta dunque di una ricostruzione statica, ma di un’indagine su luoghi, tempi, persone, testi, una ricerca d’archivio e un’attività di decifrazione e interpretazione di documenti, monumenti, luoghi, scritti vari. Rispetto alla Resistenza, si presenta come (p. 16)

una storia quasi ridicolmente piccola – ma che contiene – come un guscio di noce, una quantità sorprendente di materia

che tocca tutti i nodi principali di quegli eventi, mostrandoli (p. 17)

con uno zoom piuttosto che allontanandoli con un grandangolo,

nei dettagli, per farli apparire sotto una luce nuova.

Non so se, in effetti, questo saggio contribuisca a una nuova lettura di certi eventi. Una nuova lettura significa nuovi e ulteriori percorsi di ricerca su oggetti ancora da esplorare, o facendo emergere elementi non ancora adeguatamente visualizzati. Bisogna badare a non ingigantire il piccolo, mantenendo le dovute proporzioni. Sembra che il saggio di Luzzatto sia il primo a fornire la verità sull’epilogo dei due giovani partigiani caduti, Luciano Zabaldano e Fulvio Oppezzo, nonché sull’esistenza di Edilio Cagni, alias tenente Redi, alias “Sognatore Italico” (ma su quest’ultima anteprima ho dei dubbi). In quest’ultimo caso, procedendo oltre l’oggetto principale, Luzzatto lavora, più che da storico, da detective; tanto da sentire a un certo punto il dovere morale, per “giustezza storiografica” (p. 283), coerenza dell’oggetto di ricerca e delle informazioni raccolte e trascritte, di interrompere le ricerche d’archivio sulla biografia di Cagni.

Certo è che una luce nuova sembra potersi dare solo “a queste condizioni” (p. 18):

oggi, una storia della Resistenza ha senso civile unicamente come corpo a corpo. (…) Il corpo a corpo dello storico con loro. Per guardare non a santini né a mostri, ma a figure vere. E per cercare di compiere, insieme alle migliori fra queste, un nuovo passaggio di valori e di memoria.

Lo storico sembra dirci che sulla Resistenza non c’è nulla di nuovo da scoprire e raccontare. Il che non è del tutto corretto, se è vero che permane ancora il mistero dell’oro di Dongo (p. 281). Tuttavia nuove ricerche su tale oggetto possono compiersi solo scendendo nei dettagli, zoomando su una delle miriadi di circostanze, rintracciandovi nuovi fili, nuove linee. (p. 17)

A volte rischia addirittura di sembrare una storia striminzita, politicamente futile e moralmente inutile;

ma è proprio da qui che deve ripartire la ricerca storiografica disinteressata alle contrapposizioni che talora infiammano l’opinione pubblica, lo spazio mediatico e politico. Non che una tale ricerca sia priva di valore civile e morale. Luzzatto stesso lo ha dichiarato (“oggi, una storia della Resistenza ha senso civile…”). Ma di quale senso civile si tratta? Di un percorso che vorrebbe sottrarsi fin da subito alla lotta tra sacro e profano, tra i difensori della Sacralità della Resistenza e i profanatori revisionisti di questa. Innanzitutto di un percorso personale, come sottolineato già alle pp. 14-18: dello storico che intraprende un lavoro di ricerca, della persona che vive le passioni morali e civili di eventi che da sempre lo riguardano (la Resistenza e Primo Levi). In questo senso, un percorso di ricerca storica, oggettivo, si interseca continuamente con un percorso di ricerca (ovvero di vita), soggettivo. Il saggio storico diventa saggio morale: una simile ricerca non va intrapresa (p. 15)

per coltivare ossessioni, né per grattare piramidi, ma per approfondire conoscenze.

Proprio qui emerge una sola volta il termine microstoria, quando ci si pone la domanda:

Perché indugiare tanto su una storia che somigliava piuttosto a una microstoria, apparentemente così ristretta nel soggetto e nell’oggetto, nel tempo e nello spazio?

La risposta è la frase citata sopra.

Sergio Luzzatto

Al termine “microstoria” si collegano tutti i disvalori della storia: “storia quasi ridicolmente piccola”, “una storia striminzita, politicamente futile e moralmente inutile” (p. 16, 17). Ma la “microstoria” è innanzitutto l’atto dello zoomare che, come gli ingrandimenti di una mappa (v. le cartine a inizio e fine volume), segna paesini e percorsi che, se l’insieme fosse visto a una distanza maggiore, si ignorerebbero, e ai quali segue l’atto fisico della perlustrazione, del sopralluogo. Da uno zoom dall’alto, sullo schermo di un computer, allo zoom ravvicinato, dello storico alla ricerca di fonti, dati, testimoni o persone da intervistare.

Si ha spesso l’impressione, nella lettura, che così proceda il lavoro di ricerca di Luzzatto. La microstoria non reca un tratto negativo di per sé: è ricerca su di uno spazio o uno o più personaggi, in un determinato intervallo di tempo, fatti rivivere grazie ai documenti d’archivio. Qualcosa che si muove ai limiti del senso di una Storia, che diventa, a volte, quasi un’indagine giudiziaria, archeologica, erudita. L’orientamento che porta consiste nella ricostruzione di un insieme, non nell’indirizzamento secondo un grande vettore temporale, una macrocornice storica quale può essere un evento che “segna il tempo” o che “cambia un’epoca”.

Ciò che può infastidire della microstoria è proprio questo suo ingrandire i particolari, i dettagli, fino alla vita quotidiana, alla ricostruzione puntigliosa di vicende in archivio. In questo, tenta di far acquisire alla storia un indirizzo simile a quello archeologico. Ora, di fronte a un lavoro microstorico dentro la Storia della Resistenza, non si può che provare un certo disagio. Tuttavia solo una ricerca microstorica è in grado di ridare senso umano a vicende che la sacralizzazione quasi pone fuori del corso del tempo, tra la fine di un regime e l’inizio di una democrazia zoppa. Come nella celebre sequenza utopica di Novecento, alla fine della guerra, del tutto fuori del tempo.

Si possono a questo punto evidenziare due elementi propri di questa ricerca. Il primo è il metodo di studio, il pennarello con cui si tracciano i percorsi ingranditi sulla mappa, si visita il luogo, si pedinano le persone. Non è lo “stile” di Luzzatto, né bisogna confondere questo con una strategia narrativa. Troppo spesso si è rischiato di ridurre le prove, i dati, gli argomenti dei microstorici a pezze di una finzione. Rimango sempre insoddisfatto dinnanzi ad analisi dei “racconti storici”: non è negli artifici retorici che si cela la finzione, sebbene bisogna prestare attenzione al “presente storico”, che è il modo linguistico indispensabile; la finzione appare luminosa nell’organizzazione stessa del materiale, nel momento in cui lo storico decide di seguire gli avvenimenti “da dentro”, facendo come se ciò che è stato dopo non sia, recidendo quel futuro “passato”, che lo storico già conosce, evitando ogni movimento di presupposizione, cancellando il rapporto causa-effetto per stabilirsi nell’accaduto, nel già-stato come se sia qui-ora. È paradossalmente una finzione necessaria al metodo stesso dello storico, il solo modo per entrare e uscire del documento e compiere una vera e propria ricostruzione storica. In questo senso si può ben dire che non esiste alcuna realtà storica.

Mi pare che nel saggio di Luzzatto si proceda in due direzioni, secondo due fasi di ricerca. Queste fasi non corrispondono davvero ai tempi di studio; questa mia rilettura vuole solo essere un ripercorrere, pedinando, la struttura del saggio. In un primo tempo ci si cala nello spazio dell’azione, il territorio interessato dall’avventura partigiana di Primo Levi, dentro il quale si può effettuare una duplice ricognizione, storiografica e geografica. Questa fase copre un lasso di tempo breve, quale è la durata dell’avventura partigiana del grande scrittore. La scoperta e l’arresto dei componenti della banda conduce necessariamente a una seconda fase: disperdendosi i protagonisti, deflagra l’insieme chiuso, diventa necessario seguire i personaggi, i loro percorsi fino al punto in cui conviene, secondo “giustezza storiografica”. Non si tratta solo dei percorsi di vita, per es. la deportazione degli ebrei, ma anche di percorsi di dettaglio, come la pistola posseduta da Primo Levi, o percorsi di memoria, come il ricordo monumentale conferito ai due giovani partigiani, uccisi dai loro stessi compagni con “metodo sovietico” e, alla fine della guerra, glorificati come martiri del fascismo.

Sono numerosi i nodi della materia storica che vengono in questo modo attraversati: la differenza, all’arresto, tra essere considerato disertore e nemico o ebreo innocuo, il dettaglio di un’arma posseduta che avrebbe potuto cambiare la direzione di un percorso di vita, la documentazione facile per ottenere il riconoscimento di “partigiano”, l’amnistia generale, i monumenti al ricordo. La figura di Edilio Cagni taglia in trasversale le due fasi: è lui tra gli autori dello scompaginamento della coerenza del luogo, nonché protagonista di uno dei più interessanti e curiosi percorsi di vita che intreccia vicende da spy story – l’uscita facile dal carcere, la ricostruzione di un movimento fascista, il lavoro per i Servizi Segreti americani, un probabile ruolo nel nascondere l’oro di Dongo.

Il secondo elemento riguarda la condizione di chi si trova dalla parte dei destinatari. Una volta riannodati dei fili sparsi, più o meno conosciuti, ricostruite delle vicende secondo una coerente ricerca, sistematica e valida, si sono acquisite o approfondite nuove conoscenze ed è impossibile ignorarle. Al destinatario non si chiede di conoscere ogni dettaglio, ma di comprendere il senso dell’insieme. Questo è il punto più delicato, in cui certamente entrano in gioco la morale dell’autore, il saggio civile, l’etica della lettura.

Primo Levi

La conoscenza del nuovo o del riannodato (che non è il già-detto) deve essere posta come principio. Essa rompe fin da subito due interdetti: quella della Storia Sacra e quella della Memoria Personale, la Resistenza come mito fuori del tempo e il segreto di un grande scrittore, di un’elevata coscienza morale come Primo Levi. Ma la conoscenza deve essere posta come primo punto perché questo è lo scopo di un qualsiasi percorso di ricerca, di una ricerca storica, soprattutto di una ricerca microstorica – la quale è in grado di sconfinare nei tragitti giudiziari, nei sopralluoghi geografici, nella ricostruzione archeologica, senza però venire meno alla sua “giustezza storiografica”.

In questo senso sbaglia chi attacca Partigia in quanto opera revisionista o che fa sembrare grande qualcosa di piccolo. In questo modo non si fa altro che opporre la “storia ridicolmente piccola” alla Grande Storia della Resistenza, che andrebbe sottratta al lavoro storico e imbalsamata nel Museo della Memoria.

Ma sbaglia anche colui che colloca Partigia accanto ad altri saggi che hanno ben altri intenti di conoscere, ricercare, accostando il lavoro di Luzzatto a quelli che mostrano il dente avvelenato. Cacciandosi nel campo dello scontro assiologico tra i guardiani del sacro e i profanatori non si fa più storia, s’imbrattano di inchiostro i giornali.

E sbaglia anche chi confonde la memoria con la storia (Gad Lerner) sostenendo l’esistenza quasi di un tabù di natura pressoché religiosa, che non un appassionarsi, bensì solo un accanimento, un’ossessione, quasi una perversione, desidererebbero squarciare. Non esistono limiti della memoria che lo storico, equipaggiato di valori morali, non possa oltrepassare. La conoscenza è l’obiettivo di qualunque percorso di ricerca.

Bisogna uscire da questi steccati ideologici. Un lavoro storico serio non deve essere né ispirato da un puntiglio ideologico né appoggiarsi o schierarsi con una delle squadre che si contendono l’opinione pubblica. C’è molta presunzione e superficialità in coloro che alimentano lo scontro tra i guardiani della Resistenza e i profanatori del tempio, non molta meno idiozia degli imbrattatori di monumenti storici alla memoria. Bisogna porre come primo punto la conoscenza, la curiosità di indagare, la voglia di approfondire, di scendere sempre più nei particolari, nei dettagli, senza verità pre-ordinate, pre-acquisite, la ricerca stessa come valore di un percorso di ricerca.

Questa conoscenza, una volta trovata e dispiegata, non può più essere bandita: essa possiede un valore al di fuori degli schemi assiologici in campo perché sudata, combattuta, non senza rischi e pentimenti. Lo studio non è una facile camminata in linea retta e per giunta su di una strada asfaltata. Punti di tormento, quasi di rottura, di riflessione, di emozione, di amarezza ricorrono nel libro, nei corpo a corpo dello storico con gli eventi e i personaggi di cui racconta, in un percorso che intreccia continuamente oggettivo e soggettivo. Così il saggio morale alimenta il saggio storico e spinge a conoscere, a ricercare. Come nell’incontro con i nipoti di Luciano Zabaldano, o presso l’avvocato reduce della partigianeria con Primo Levi, o durante il sopralluogo a Col de Joux. Non si può dimenticare il valore civile di questi momenti, e come questo valore civile alimenti la ricerca storica, la indirizzi, quasi divenendo suo soggetto conduttore.

Si possono individuare numerosi difetti dell’opera: un eccesso di dettagli in certi passaggi, un approfondimento eccessivo di particolari in altri, l’uso dell’immaginazione per individuare possibili soluzioni di un qualcosa su cui i documenti tacciono. Difetti, dunque, anche microstorici. Forse, però, il difetto più grande è credere che quest’opera possa contribuire alla riflessione delle giovani generazioni, spesso indifferenti alla Resistenza, o che fanno di questa una Cosa Sacra, più a parole che meditando. Se si oltrepassa, infatti, la banale dicotomia pubblica, ci si trova dinnanzi a qualcosa di più complesso e localizzato: delle scelte di vita, delle occasioni o delle costrizioni, dei casi.

La “giustezza storiografica” andrebbe intesa in un senso critico della morale, come ciò che è giusto raccontare e, innanzitutto, ricercare. Anche quando, come nel caso di Luzzatto, sembra muovere da qualche traccia disseminata nelle opere di Primo Levi, rischiando, all’inizio e in certi altri punti, di ridurre l’impresa a una critica “verosimilista” dell’opera letteraria, cioè fondata sulla verifica del narrato con ciò che “realmente è stato, è accaduto”. Ciò che è giusto, allora, non è semplicemente un racconto, una chiave dello stile individuale. Si dovrebbe aggiungere: “ciò che è giusto nei limiti e nella condizione della ragione”; dunque ciò che è giusto conoscere, sapere. Non per farsi portabandiera di un’ideologia, magari manipolando o amplificando l’oggetto di studio, ma per un senso veramente civile e morale del percorso di ricerca – dunque, del percorso di vita.


Gli italiani e i libri: per una politica della cultura?

30 maggio 2013

Articolo di Luciano Canova e Enzo di Giulio Sei quel che leggi. E in Italia non è un granché su Lavoce.info. Tabelle sulle percentuali di lettori in Italia divisi per età. Nel 2011 il 54,7 % degli italiani, 31 milioni 483 mila, non legge nemmeno un libro all’anno; il 45,3 % legge un libro all’anno; il 45,6 % da uno a tre libri; il 40,6 % da quattro a undici libri; il 13,8 % più di dodici libri. Tra le fasce di età giovanili (6-10, 11-14, 15-17, 18-19 anni) la punta più alta è nella seconda fascia: il 60,8 % ha letto nell’anno precedente almeno un libro non scolastico. La curva delle percentuali di persone che hanno letto più di un libro all’anno decresce con gli anni. Dopo il picco (11-14 anni), si assesta poco sopra il 50 % fino ai 25-34 anni, dopo di che cala scendendo sotto il 45 % a partire dai 60-64 anni.

La percentuale di lettori di almeno un libro non scolastico all’anno in generale oscilla tra variazioni inferiori al 10 % dal 1988 e si assesta sopra il 40 % dal 2001. Tra i giovani (tutte le fasce comprese), la percentuale di lettori che legge più di un libro all’anno è cresciuta solo dell’8 %: il valore è proporzionale ai livelli della percentuale di lettori adulti.

Si aggiunga che il 5 % dei nativi non è in grado di decifrare singole cifre o lettere e il 33 % non è in grado di scrivere o capire una breve frase; percentuali maggiori non sanno decodificare un messaggio orale.

***

I dati sulla capacità di lettura degli italiani sono lo spioncino dal quale osservare la questione educativa. Si tratta di un problema strutturale e di lungo periodo, che ha le sue conseguenze sulla vita politica del Paese. Ma non può essere affrontato né con dichiarazioni d’allarme né con presunte politiche culturali. In primo luogo perché se un problema è profondo, allora va affrontato nelle radici, non potando i rami più lunghi; in secondo luogo perché non si è mai capito in cosa consisterebbero le politiche culturali o certe campagne di incentivo alla lettura promosse dal governo.

Fino a poco tempo fa circolava uno spot televisivo commissionato dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali nel tempo in cui ministro era Sandro Bondi. Vi scorrono disegni animati mentre una voce over narra di un certo Tizio che si è interessato dell’oggetto muro e, tramite ricerche in biblioteca, libri, interviste, voci di corridoio, ha scoperto diverse cose sul muro, o per meglio dire diversi muri.

Tizio che medita sul muro nello spot di governo

Non so se si pensava a Tizio muratore, in una compagine di governo particolarmente sensibile più agli abusivi edilizi che ai lavoratori del settore. Di certo nessuno potrebbe essere tanto folle da effettuare una simile ricerca in biblioteca. Potrebbe essere un “divertissement”, tanto per fare, di qualche scocciatore (ce lo si immagina un novizio che si reca in biblioteca e domanda ad alta voce “avete qualcosa sui muri?”). Ho i miei dubbi che costui possa pervenire alla stessa conclusione dello spot: “più leggi, più sai leggere la realtà”. Infatti un simile spettro semantico della parola, e non dell’oggetto “muro”, Tizio potrebbe leggerlo solo in un dizionario. Non mi pare si tratti dello strumento più efficace per leggere la realtà. Almeno qui Tizio troverebbe una spiegazione più didascalica di certi termini – “muro” nella pallavolo per catacresi – e scoprirebbe che la Muraglia sono “mura”, concettualmente diverse dal proprio muro di casa o funzionalmente diverso dal Muro di Berlino.

In fondo, al di là della mancanza di muri storici, come Porta Pia (mura) o quello celebre dei Pink Floyd, perché scegliere questo particolare oggetto per propagandare l’utilità della lettura? Forse perché si tratta di una delle cose più comuni con cui abbiamo a che fare nella vita quotidiana? Forse perché è segno di barriera, di qualcosa da abbattere, come lo spot intenderebbe fare breccia nella scarsa attitudine alla lettura da parte della popolazione? Tuttavia i muri non sono fatti per essere abbattuti. Né mi pare siano oggetto di così frequente riflessione o conversazione da parte della gente, allo stesso modo di “lampadina”. Non occupa spesso i nostri pensieri perché non lo si usa o non lo si usa di frequente.

Studiosi di muri

Facendone un esempio di realtà a noi immediata in uno spot di propaganda per la lettura, si commette un errore concettuale. Perché, allora, non usare “chiave”, “porta”, “finestra”, “bicchiere d’acqua”? Purtroppo, adoperando questi stratagemmi si è più prossimi all’immagine nozionistica del sapere: esattamente quella che allontana sia dai libri sia dai tentativi disperati di leggere la realtà.