Salvatore Lupo, “La questione. Come liberare la storia del Mezzogiorno dagli stereotipi”

15 gennaio 2016

Gli studiosi della questione meridionale si possono dividere in due schieramenti: i meridionalisti e i meridianisti. I primi sono gli artefici e i custodi dell’approccio storico e teorico tradizionale, s’ispirano a Salvemini, Rossi-Doria, Sereni, Saraceno, Galasso, usano la categoria “Mezzogiorno” e l’analizzano studiando il divario tra Centro-Nord e Sud, sostengono la necessità di una politica economica pubblica mirata per il Meridione e un po’ rimpiangono il periodo d’oro (1953-1971) della Cassa per il Mezzogiorno. I secondi criticano l’approccio tradizionale e dai primi ricevono l’etichetta di “revisionisti”, si riuniscono intorno alla rivista Meridiana fondata nel 1987, rifiutano di parlare di un unico “Mezzogiorno” e studiano il Sud nelle sue realtà plurali e differenti, utilizzando strumenti di analisi diversificati, come per esempio la sociologia economica, alla quale s’ispirano sostenendo la necessità di politiche economiche regionali e locali, più mirate alle specificità dei territori, non mancando di sottolineare come la Cassa per il Mezzogiorno, che pure ha ricoperto un ruolo importantissimo, appartenga a un’epoca ormai irripetibile[1]. Tra le opere “meridionaliste” più recenti cito Le due Italie. La questione meridionale tra realtà e rappresentazione (Bari, Laterza, 2005) di Claudia Petraccone e La questione italiana. Il Nord e il Sud dal 1860 a oggi (Bari, Laterza, 2013) di Francesco Barbagallo. Tra le opere “meridianiste” più recenti: Breve storia dell’Italia meridionale. Dall’Ottocento a oggi (Roma, Donzelli, 2005) di Piero Bevilacqua e La questione. Come liberare la storia del Mezzogiorno dagli stereotipi (Roma, Donzelli, 2015) di Salvatore Lupo. Da questa breve bibliografia si ricavano ulteriori differenze: mentre i titoli “meridionalisti” richiamano la divisione in due dell’Italia, i titoli “meridianisti” si concentrano sul Mezzogiorno; le due case editrici, Laterza e Donzelli, appaiono diversamente schierate (Carmine Donzelli, calabrese e fondatore dell’omonima casa editrice, è stato primo editore e primo direttore, con Bevilacqua, di Meridiana); l’ultima differenza è nell’appartenenza territoriale e culturale: napoletana i “meridionalisti”, siculo-calabrese i “meridianisti”. In realtà, quest’ultima distinzione deriva da un sospetto un po’ maligno dei “meridianisti”. Lo ammette lo stesso Lupo nell’opera citata: «Napoli è sempre stata la roccaforte delle impostazioni dualiste per questo: perché le hanno consentito di essere nuovamente capitale di qualcosa» (p. XVI, n. 14).

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Mi è sembrato necessario fare questa premessa alla recensione del saggio (pamphlet?) di Lupo per proiettare gli argomenti affrontati nel contesto intellettuale a loro più pertinente. Il libro è breve, ma il contenuto è denso e va costantemente confrontato sul piano storiografico con la posizione “meridionalista”. Solo in questo modo è possibile delinare un quadro per affinità e divergenze e capire se davvero tra gli schieramenti “meridionalista” e “meridianista” non ci sia spiraglio di dialogo.

La questione si compone di tre capitoli corrispondenti a tre atti della storia del Mezzogiorno: il primo atto affronta i primi anni dell’Italia; il secondo atto va dagli anni Ottanta del XIX secolo alla cosiddetta “età giolittiana”; il terzo atto si concentra sul primo dopoguerra e giunge al noto scritto incompiuto di Gramsci. Lo scopo di Lupo, soprattutto nei primi due capitoli, è affrontare la storia del Mezzogiorno osservando «la diversità dei contesti locali» (p. 55), smentendo uno dei fondamenti del pensiero “meridionalista”, la dicotomia tra la “polpa” e l’“osso” dell’agricoltura meridionale formulata da Manlio Rossi-Doria nel 1958.

Viene subito da chiedersi perché La questione s’interrompa così presto, al 1926. Perché è nel periodo esaminato, sostiene Lupo, che si colloca la “invenzione” della questione meridionale – espressione che farebbe trasalire un “meridionalista”. Occorre però specificare che la scelta del periodo non riguarda la storia del Mezzogiorno, bensì la storia dei due concetti definiti nella premessa (p. XVIII): (i) la questione meridionale «come una discussione imperniata sull’idea della radicale alterità di Nord e Sud», dove “radicale” è aggettivo maliziosamente introdotto da Lupo, comunque utile a indicizzare posizioni ostili al Sud, come il discorso razzista di fine Ottocento; (ii) il meridionalismo «come uno schieramento a favore del Sud, un progetto inteso a eliminare il dualismo o ad attenuarne gli effetti negativi». A proposito di quest’ultimo termine, credo indispensabile richiamare la distinzione di Rossi-Doria, citata a p. 145 e arricchita dall’autore, tra i “politici dell’irrealtà” come Salvemini, De Viti de Marco, Fortunato, Gramsci e Dorso, contraddistinti dalla «loro capacità di guardare in avanti, di immaginare un profondo rinnovamento del paese», e gli “organici” che elaborarono programmi e azioni di governo, come Nitti, Colajanni e Amendola. Questa distinzione corrisponde grossomodo a quella tra “teoria” e “pratica”, con Salvemini e Nitti figure di riferimento. Tuttavia gli schieramenti formulati da Rossi-Doria mescolano persone e idee non concordi. Sulle numerose differenze d’opinione tra i protagonisti della questione meridionale, e su qualche atteggiamento contraddittorio in qualcuno a seconda delle circostanze, Lupo ha scritto un prezioso articolo[2], dove in particolare critica l’assimilazione tra “questione meridionale” e “meridionalismo”.

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Il primo atto di questa storia comincia per tradizione nel 1875. In questa data uscirono di Leopoldo Franchetti le Condizioni politiche e amministrative delle province napoletane, viaggio in Abruzzo, Molise, Basilicata e Calabria, e di Pasquale Villari le Lettere meridionali su camorra, brigantaggio e mafia, corrispondenze giornalistiche inviate al direttore dell’Opinione Giacomo Dina. Nel 1875 il Parlamento nominò una commissione d’inchiesta sulla Sicilia, cosa che spinse Franchetti e Sidney Sonnino a intraprendere una personale e parallela inchiesta, avviata nel gennaio del 1876 e conclusasi nel 1877 con la pubblicazione in due volumi de La Sicilia nel 1876. Lupo sottolinea tre aspetti di questi primi lavori: nessuno degli autori parla di “questione meridionale”; Sonnino, che nell’inchiesta siciliana si occupò dei contadini, scrisse, come fece anche Villari nelle lettere, di “questione sociale”; i tre autori e senatori della Destra erano molto scettici, per non dire ostili, verso le classi dirigenti locali.

Questi dati non contraddicono la riflessione “meridionalista”, con la quale Lupo condivide la cronologia. I “meridionalisti” danno più risolto all’aspetto politico dell’interesse di Franchetti, Villari e Sonnino verso il Sud: temevano rivolte popolari e il ritorno dei briganti alla luce sia di quanto accaduto dieci anni prima sia del proliferare delle idee socialiste e anarchiche; inoltre erano preoccupati dei voti che la Sinistra aveva conquistato nel Sud con le elezioni del 1874. Lupo non nega questi elementi (p. 29) ma preferisce mettere in primo piano la questione sociale.

La tesi del primo capitolo è che tra il 1861 e il 1880 circa l’economia meridionale cresceva. Buona parte dei “meridionalisti” condivide questa tesi (v. per es. Emanuele Felice, Perché il Sud è rimasto indietro). Le tariffe liberiste furono la causa principale del buon andamento delle produzioni agricole specializzate (olio, vino, agrumi ecc.). Questi settori, nei quali prevalevano la media e la grande proprietà, si distinguono dalla produzione di grano tipica del latifondo. Ma la produzione agricola soffriva di alcune debolezze. In primo luogo, Lupo si chiede se la società del tempo non fosse troppo aperta al mercato (p. 45), come si evince da alcune testimonianze dell’epoca in cui ci si lamentava un certo disordine produttivo. Con questo argomento lo storico intende smentire uno dei leit motiv sul Meridione come società immobile, rigida, primitiva. Analizzando casi di grandi proprietari terrieri, o latifondisti, che si comportarono da veri imprenditori (pp. 39-42), Lupo, rompendo la macro-categoria del “proprietario assenteista”, che pure esisteva e politicamente dominava le province meridionali, si chiede se i contratti d’affitto “miglioratari” non avessero giocato un qualche ruolo a favore della crescita. Ma l’aspetto più debole dell’agricoltura meridionale consisteva nella posizione subalterna dei propri prodotti: l’olio era desinato a uso meccanico e alla produzione di sapone; il vino, eccetto il Marsala, era utilizzato per il “taglio” del vino francese; gli agrumi facevano parte della filiera delle industrie profumiere europee. Altri elementi di debolezza strutturale erano i dissesti idrogeologici, l’eccessiva estensione della cerealicoltura, il sistema latifondistico con i suoi effetti sul piano sociale (mancanza di istruzione e sanità) ed economico (carenza di infrastrutture), il regresso degli allevamenti. Anche lo zolfo, che abbondava in Sicilia, veniva estratto con tecnologie arretrate (pp. 13-18).

Fin qui non mi sembrano esserci elementi di particolare rottura con il “meridionalismo”. Si trova, è vero, un certo “revisionismo”, in particolare a proposito dei “residui feudali” (par. 5) e del presunto “drenaggio di capitali” con la vendita delle terre demaniali (p. 55); ma è un revisionismo positivo che arricchisce il dibattito storiografico.

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Il secondo capitolo cerca di smontare uno degli assi portanti del “meridionalismo”: la tesi del patto tra industriali del Nord e latifondisti del Sud, sancito nel 1887, anno della svolta protezionista, e ancora attivo per tutta la cosiddetta “età giolittiana”. Come è facile presumere, la tesi “meridionalista” contiene una certa dose di marxismo. La trattazione di Lupo verte soprattutto su due argomenti.

Nel paragrafo 8, Lupo sostiene l’importanza dei trattati di commercio stipulati da Giolitti durante i suoi governi, e ricorda che lo stesso Giolitti, nel 1892, stipulò un trattato con Austria, Germania e Svizzera per l’esportazione di vino italiano, prodotto per la gran parte nel Meridione (p. 81). Lupo contesta l’immagine di Giolitti protezionista e soprattutto anti-meridionale. È noto che uno dei più accaniti oppositori di Giolitti fu Gaetano Salvemini, autore del celebre pamphlet Il ministro della mala vita, pubblicato nel 1910 (gli articoli erano usciti sull’Avanti! nel 1909). Il pamphlet tratta delle elezioni del 1909 a Gioia del Colle, dove il marchese De Luca Resta affrontò il deputato uscente, Vito De Bellis, fedelissimo di Giolitti e accusato da Salvemini di violenze e brogli. Lupo smonta il pamphlet (pp. 128-133) sulla base della rivisitazione storiografica di Fabio Grassi[3]. Altro celebre meridionale nemico di Giolitti fu il nobile, latifondista e radicale Antonio De Viti De Marco, economista liberista. Salvemini e De Viti De Marco ebbero un’influenza notevole sui primi “meridionalisti”, in particolare Guido Dorso e Tommaso Fiore, e, da qui, anche su certa storiografia tradizionale. La quesione, invece, ricorda che le leggi speciali promulgate durante i governi Giolitti in qualche modo precedettero l’intervento straordinario di età repubblicana. Il filo rosso è Francesco Saverio Nitti, economista e tecnico prestato alla politica, forse il più importante protagonista, con Salvemini, della storia della questione meridionale. Su quest’ultimo punto convergono i “meridionalisti”. Ma Lupo sembra voler puntare il dito contro la contraddizione di fondo dello schieramento storiografico opposto: liberisti anti-giolittiani prima, saraceniani pro-Cassa dopo?

Il secondo argomento con cui Lupo cerca di smontare la tesi dell’alleanza tra industriali settentrionali e agrari meridionali è lo studio, nei paragrafi 5 e 6, delle mobilitazioni politiche, delle cooperative e delle leghe in Sicilia e in Puglia. La critica all’ipotesi di continuità tra ultimi governi di fine Ottocento e governi giolittiani a proposito della repressione dei moti nel Sud non può tralasciare un dato di fatto: le continue e pressanti richieste, soprattutto da parte dei proprietari terrieri pugliesi, di inviare militari per sedare le agitazioni contadine.

Sul piano economico, Lupo torna sulla mobilità dell’agricoltura meridionale sostenendo la tesi di Biagio Salvemini[4]: «l’espansione e la crisi nell’agricoltura meridionale ottocentesca vanno lette come le due fasi di un unico meccanismo caratterizzato da “flessibilità estrema rispetto alla congiuntura e ai prezzi”» (p. 89 e segg.). Questo atteggiamento già sottintende il modo del tutto particolare in cui ne La questione si parla di latifondo e di protezionismo.

Alcune pagine (pp. 85-88) sono dedicate alla contro-argomentazione che giustificava il sistema del latifondo nella geografia meridionale. Si citano il Giornale degli economisti, di cui era direttore De Viti De Marco, il marchese Di Rudinì, due volte presidente del Consiglio, Ghino Valenti, uno dei fondatori dell’economia agraria, Giustino Fortunato, capisaldo della tesi dualista, e Napoleone Colajanni, nemico di De Viti De Marco e feroce critico dell’antropologia razzista del veronese Cesare Lombroso e del siciliano Alfredo Niceforo. Si tratta di una parte molto interessante anche perché raramente affrontata dalla storiografia “meridionalista”.

Al protezionismo è dedicato il paragrafo 2. Le tariffe doganali, come è noto, vennero istituite nel 1887 per proteggere le industrie settentrionali del tessile e del siderurgico, sostenute da capitali di Stato, e la produzione cerealicola per contrastare la concorrenza dei cereali americani e russi. La crisi economica investì l’Italia specie quando s’incrinarono i rapporti diplomatici con la Francia. Lupo ricorda che i principali sostenitori del dazio sul grano furono gli agricoltori padani, particolarmente colpiti dalla concorrenza (p. 78), mentre tra i meridionali non c’era unanimità di opinione (p. 79). Inoltre, mentre crollavano i prezzi del grano e di altri prodotti, il prezzo del vino aumentava alimentando, già dalla fine degli anni ’70, «una trasformazione dei seminativi in vigneti che assume[va] ritmi parossistici, in Sicilia e ancor più in Puglia» (p. 78). Per l’aumento della produzione vinicola il governo Giolitti trovò, nel 1892, la soluzione del trattato di commercio di cui si è già detto. Bisogna anche precisare che politiche protezioniste furono adottate nello stesso periodo in tutti i paesi europei, eccetto la Gran Bretagna.

Il proposito di un’analisi più pluralistica e più approfondita di casi storici e la contestualizzazione degli autori “classici” della questione meridionale, con i problemi e le contraddizioni che ne derivano, riescono nel secondo atto a scalfire e rettificare una delle tesi fondamentali del pensiero “meridionalista”: l’alleanza tra industriali del Nord e latifondisti “assenteisti” del Sud. Questo discorso affranca lo studio storico da giudizi consolidati sia sul periodo post-unitario sia su Giolitti, e illumina lo sfondo di alcune cose ben note, come i difficili rapporti tra Salvemini e il Partito Socialista e tra operai del Nord e contadini del Sud.

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Il terzo capitolo cerca di tirare le fila del discorso. Ci si potrebbe chiedere, per esempio, se le leggi speciali, o più idealmente il nittismo, ispirassero la politica dell’intervento straordinario in età repubblicana saltando il ventennio fascista. La risposta condivisa è no: durante il fascismo il terreno per i tecnici fu fertile. Nel nittismo fu allevato Alberto Beneduce, amministratore dell’Ina e tra gli artefici dell’Iri; al nittismo s’ispiravano tecnici che ricoprirono ruoli importanti nel secondo dopoguerra, come Saraceno, Giuseppe Cenzato e Francesco Giordani; al nittismo si rifaceva anche la rivista Questioni meridionali fondata a Napoli nel 1934 da intellettuali tecnici tra i quali Cenzato e Giordani. C’è dunque una linea di continuità tra Nitti e tecnocrazia nittiana che passa per il fascismo (p. 193). Ciò non toglie che il periodo socio-economico peggiore per il Mezzogiorno sia stato proprio il periodo fascista, come è ben noto agli storici.

Più provocatoria l’altra linea argomentativa. Non c’è dubbio che Salvemini abbia avuto un’enorme influenza sulle successive generazioni di militanti e politici, in particolare, nel primo dopoguerra, sui militanti dell’Associazione Nazionale Combattenti. Il movimento combattentistico dei reduci fu il primo movimento meridionalista (p. 169). La polemica anti-giolittiana e anti-sistema si trasformò, specie dopo il ritorno dal fronte, in anti-parlamentarismo. Tra i più esagitati ci furono i combattentisti e i sindacalisti rivoluzionari, per la gran parte di origine meridionale. I disordini tra il 1919 e il 1922 pareggiavano la confusione politica: Mussolini riuscì a conquistare i meridionali intransigenti al fascismo. Tra questi spiccava il napoletano Aurelio Padovani, militante intransigente, elogiato dall’antifascista Guido Dorso ne La rivoluzione meridionale (Piero Gobetti editore) e da Mussolini, dopo la precoce morte di Padovani avvenuta nel 1926. L’elogio di Mussolini si può leggere nei Taccuini mussoliniani di De Begnac, frutto di un dialogo avvenuto intorno al 1939 tra il giovane fascista francese e il Duce, in cui Mussolini fa intendere che aveva pienamente compreso l’importanza politica degli eredi del combattentismo (p. 185). Mussolini e il fascismo riuscirono prima ad attirare gli ex-combattenti e i sindacalisti rivoluzionari, in lotta contro latifondisti e notabilato, poi a placarne gli animi con un mix di legittimazioni ed esplusioni (Padovani, per esempio, fu espulso dal Pnf nel 1923, poi riammesso; le sue successive dimissioni in contrasto con la scelta di aprire il Partito agli esterni, furono respinte due volte, infine accettate), mentre il nuovo regime conquistò l’appoggio dei latifondisti e dei notabili che avevano cambiato colore politico (p. 192). Più debole, invece, mi sembra il discorso di Lupo a proposito delle simpatie di Salvemini per il Mussolini socialista rivoluzionario (p. 158).

In sintesi, mentre il nittismo si riadattò e riformò, il salveminismo si biforcò: da una parte alimentò l’intransigenza rivoluzionaria, disprezzata dallo stesso Salvemini, poi confluita nel fascismo e dal fascismo addomesticata, dall’altra parte influenzò Gobetti e Rosselli e da qui giunse poi all’azionismo.

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Ma perché nel primo dopoguerra movimento combattentistico e sindacalismo rivoluzionario apparivano tanto importanti? Probabilmente perché si vedeva nella nuova generazione, finalmente unita al fronte, una vera e propria forza rivoluzionaria in grado sia di spazzare via i poteri forti locali e nazionali, sia di dare vita a una sorta di nuovo Risorgimento. Credo che più o meno questa fosse anche la ragione dell’interesse di Gobetti per i meridionali: l’editore torinese stampò La rivoluzione meridionale di Guido Dorso e pubblicò su La rivoluzione liberale le lettere di Tommaso Fiore, poi raccolte sotto il titolo Un popolo di formiche.

Anche Gramsci affrontò la questione meridionale in un celebre scritto rimasto incompiuto. A me è sempre parso che Gramsci avesse voluto scrivere una sorta di lunga recensione e rettifica del saggio di Dorso, sapendo che il movimento gobettiano era il principale interlocutore dei comunisti a proposito di rivoluzione e Mezzogiorno. Gramsci riprese poi l’argomento nei Quaderni senza avere più a portata di mano quello scritto. Lupo divide il testo incompiuto in due parti. Ritiene che la prima parte sia notevolmente influenzata dalle analisi di Salvemini, specie nella stratificazione sociale del Mezzogiorno, sebbene la critica nei confronti dello stesso Salvemini sia, come è noto, molto dura (p. 159). Nella seconda parte, invece, Gramsci supera il salveminismo e, dando maggiore risalto alla componente culturale, come fa nei Quaderni, mostra maggiore attenzione per le differenze locali fino a rompere con lo schema dualista del Sud contro il Nord (p. 198).

Non condivido questa lettura. Lupo vi dedica solo l’ultima pagina del libro. Cerca, inoltre, di appoggiare la sua interpretazione su un presunto richiamo di Gramsci a Fortunato e Croce: di Croce, La questione non si occupa mai (non è, del resto, massimo esponente dell’intellettualità napoletana?), e lo stesso si potrebbe dire del pensiero di Giustino Fortunato, contestualizzato nel paragrafo 7 del primo capitolo nella sua attività, condivisa con il fratello, di proprietario terriero. Ma Fortunato non è forse uno dei primi sostenitori del dualismo tra Nord e Sud? Infine, come spesso si è soliti fare con Gramsci, anche Lupo cerca di tirarlo per la giacca per farne l’antesignano della propria posizione teorica. Altri potrebbero prendere gli scritti gramsciani e collocarli coerentemente nel solco del “meridionalismo”; altri ancora potrebbero ritenere Gramsci sostenitore della tesi colonialista del Nord invasore del Sud.

Tirando le somme, mi pare di capire che tra “meridionalismo” e “meridianismo” ci siano molte possibilità di dialogo. Entrambi gli schieramenti hanno posizioni storiografiche serie, al di là della preferenza per le politiche economiche. Certo, il “meridianismo” propone revisioni e rettifiche in parte condivisibili (sul liberalismo giolittiano e sulla presunta alleanza tra industriali del Nord e agrari del Sud) e in parte da chiarire e approfondire (su latifondo e protezionismo). Lasciando per il momento da parte gli scritti di Gramsci e la loro collocazione, credo che da questo dialogo la storiografia della questione meridionale possa trarre molti vantaggi.

[1] Conio il termine “meridianisti” con riferimento alla rivista Meridiana. Franco Cassano e il suo pensiero meridiano non c’entrano.

[2] S. Lupo, “Storia del Mezzogiorno, questione meridionale, meridionalismo”, in Meridiana, n. 32, 1998, pp. 17-52.

[3] V. anche E. Corvaglia, Il Mezzogiorno di Gaetano Salvemini, in G. Salvemini, Il ministro della mala vita, Bari, Palomar, 2006, pp. 5-63.

[4] B. Salvemini, Prima della Puglia. Terra di Bari ed il sistema regionale in età moderna, in L. Masella e B. Salvemini (a cura di), Storia d’Italia. La Puglia, Torino, Einaudi, 1989, pp. 3-218.

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Emanuele Felice, “Perché il Sud è rimasto indietro”

12 gennaio 2016

Perché il Sud è rimasto indietro (Bologna, Il Mulino, 2013) di Emanuele Felice è un libro di storia dell’economia che, come s’intuisce dal titolo, ruota intorno all’opposizione Nord / Sud. Il libro fa il punto sui dati e sul problema della costruzione dei dati a proposito della condizione di vita dei meridionali rispetto ai settentrionali dal 1861 a oggi[1].

Le chiavi di lettura del saggio di Felice sono due. La prima è il concetto di modernizzazione passiva introdotto da Luciano Cafagna in un articolo del 1988[2]. Riprendendo un precedente lavoro[3] e ispirandosi alla divulgazione gramsciana del termine rivoluzione passiva[4], Cafagna propone un’idea di modernità come forza rispetto alla quale un territorio o subisce una “modernizzazione passiva”, cioè vi si assoggetta senza attivare alcuna resistenza o risposta, o per via di attori politici e/o sociali articola una risposta coordinata e strategica, ovvero compie una “modernizzazione attiva”. Esempi di quest’ultima sono il Piemonte cavouriano, la monarchia prussiana, il Giappone del periodo Meiji.

Il Regno borbonico è un caso esemplare di modernizzazione passiva, come Felice documenta fin dalle prime pagine del saggio. Sul piano politico i Borboni reprimono con durezza l’esperimento costituzionale del 1848 conservando il potere assoluto e subendo l’isolamento internazionale (p. 18, 21). Sul piano infrastrutturale si sa che il primato ferroviario, la linea Napoli-Portici, appartiene al Sud; ma si tratta di un collegamento per il “passatempo degli aristocratici” dato che a Portici c’è la residenza estiva dei Borboni. Sempre sullo stesso piano, nel 1859 il Regno delle Due Sicilie conta 99 km di strada ferrata (in rapporto all’estensione del territorio: 0,9 m di linea ferroviaria per km²), contro gli 850 km di Piemonte e Liguria (25 m per km²), i 522 km di Lombardia e Veneto (10,6 m per km²), i 257 km della Toscana (11,2 m per km²), i 101 km dello Stato della Chiesa (2,6 m per km²) (p. 22). Per quanto riguarda gli istituti di credito, a differenza della tradizione secolare di Piemonte, Lombardia e Toscana, nel Regno delle Due Sicilie esistono solo due banche pubbliche: il Banco di Napoli (una sola filiale aperta a Bari nel 1857) e il Banco di Sicilia (sede a Palermo e filiale a Messina), più 1200 monti frumentari che fanno credito in natura, da confrontarsi con i 360 presenti nella sola Sardegna, più una cassa di risparmio contro le 22 nello Stato sabaudo, le 15 in Lombardia, le 9 in Veneto, le 27 in Toscana, le 51 nello Stato della Chiesa (pp. 24-25). Sul piano sociale, infine, il territorio del Regno delle Due Sicilie conta nel 1861 una popolazione per l’86% analfabeta, ovvero tutto lo strato popolare più gran parte della borghesia, a differenza del 50% circa di analfabeti in Piemonte e in Lombardia e del 35% in Liguria (pp. 25-26).

Il Regno borbonico non è per nulla uno Stato moderno. Il giudizio condivisibile di Felice sulla monarchia borbonica è netto[5]. Lo storico sembra individuare due dati decisive del regresso socio-economico, politico e culturale sotto i Borboni: il 1799, anno del fallimento della rivoluzione passiva a Napoli e della condanna a morte e dell’esilio degli illuministi (p. 59), e il 1820-1821, anni in cui la rivoluzione vittoriosa viene repressa dalle truppe straniere, i Borboni reinstallano la monarchia assoluta e si diffondono, a tutela degli interessi forti, la mafia e la camorra (pp. 195-196).

La seconda chiave di lettura è la teoria neoistituzionalista di Daron Acemoglu e James Robinson[6], i quali distinguono istitizioni economiche e politiche inclusive che attuano processi di modernizzazione attiva (tutela dei diritti di proprietà, giurisprudenza efficiente, servizi pubblici, partecipazione dei cittadini) e istituzioni economiche e politiche estrattive che assumono comportamenti adattativi ai processi di modernizzazione, ossia accettano la modernizzazione fino al punto in cui è utile all’élite e non avvantaggia le classi subalterne (pp. 97-98). Le istituzioni estrattive creano vincoli formali e informali alla partecipazione dei cittadini, estraggono reddito e ricchezza da una parte larga della società a beneficio di pochi. Per Felice la modernizzazione passiva coincide con una sorta di modernizzazione riluttante.

Nel XIX secolo la gran parte della popolazione vive in campagna e il settore produttivo più importante è l’agricoltura. Il modo di produzione agricola è il più rappresentativo terreno di confronto tra istituzioni inclusive e istituzioni estrattive. Nel Sud il sistema feudale è abolito nel 1806 (1812 in Sicilia) e la struttura prevalente è il latifondo. La proprietà della terra è concentrata in poche mani: alla fine del Settecento le famiglie possidenti sono 600, più una cinquantina di baronie ecclesiastiche, e di queste il 3% controlla 700.000 persone, quasi un quarto della popolazione, circa 5 milioni di persone (dati calcolati da Pasquale Villani, cit. a p. 53). Nel Nord la concentrazione delle proprietà terriere è mitigata da sistemi come la mezzadria, che favoriscono la meccanizzazione e, secondo studiosi come Paolo Macry, la nascita di piccole aziende e di cooperative (p. 55). Il ragionamento sulle istituzioni estrattive può essere allargato: esiste un rapporto di relazione stretta tra il latifondo, l’alto tasso di analfabetismo, l’inesistente partecipazione politica, le scarse infrastrutture e la carenza di istituti di credito e di casse di risparmio.

Perché il Sud è rimasto indietro fornisce un quadro storico-economico oggettivo del divario tra Nord e Sud e sostiene la tesi dell’inadeguata classe dirigente come causa principale del ritardo del Sud rispetto al Nord. L’espressione “classe dirigente inadeguata” è abusata e generica. Felice intende dire che l’unità nazionale non ha prodotto unità istituzionale e che nel Sud, fatta eccezione per i primi vent’anni della Cassa per il Mezzogiorno, hanno continuato ad agire istituzioni estrattive di differente tipo. Il Sud si è passivamente adattato alla modernizzazione.

Il primo capitolo affronta il divario tra Nord e Sud prima e subito dopo l’Unità. Felice non nasconde al lettore i problemi che emergono nella costruzione delle serie storiche dei dati economici. Qui vorrei soffermarmi solo su un problema. Posto che la costruzione dei dati pare più solida dal 1871, qual è la situazione economica del Sud nel primo decennio unitario? Il brigantaggio, scemato intorno al 1864 (p. 208), ha effetti negativi soprattutto su Calabria e Basilicata, mentre l’introduzione della tariffa liberista danneggia l’industria del napoletano. Tuttavia il liberoscambismo genera effetti positivi per l’esportazione di prodotti di colture specializzate (viticoltura, olivicoltura, prodotti ortofrutticoli) di Puglia, Sicilia e Vulture, di prodotti dell’industria alimentare dell’Abruzzo e della Campania, dello zolfo estratto in Sicilia (pp. 38-39). Il liberoscambismo, inoltre, avvantaggia l’arrivo nel Sud Italia di prodotti inglesi e francesi, non tanto di quelli del Nord Italia, il cui livello capitalistico non è ancora sufficientemente competitivo con Inghilterra e Francia (pp. 213-214). A tale proposito Cafagna[7] ha parlato di “indifferenza reciproca” delle economie del Nord e del Sud. Per Felice questi elementi dimostrano gli effetti positivi che l’Unità ha inizialmente avuto sull’economia meridionale.

Per avere valore di verità, quest’ultima affermazione deve collegare i dati esposti alle condizioni economiche e politiche successive al 1861, dimostrando al contempo che non sono uno strascico positivo precedente l’anno della proclamazione del Regno d’Italia. Impresa ardua, visto che non si possono costruire dati economici attendibili prima del 1871. Per valutare nel modo più oggettivo possibile le condizioni socio-economiche sotto il Regno borbonico ci si deve affidare alle stime sociali, come i tassi d’istruzione, le stime sulla statura e in parte anche i dati ricostruiti sulla distribuzione del reddito, le quali ci dicono lo stato diffuso di povertà, indigenza e ignoranza in cui vive la gran parte della popolazione del Regno delle Due Sicilie. Queste stime vanno dunque lette nell’ottica della path dependence tra disuguaglianza ed esclusione sociale che genera istituzioni estrattive e che da queste è al contempo rigenerata (p. 219).

Da qui si pone il problema storico delle politiche attuate per il Sud da parte del nuovo governo unitario. Secondo Felice non è vero che non si è fatto nulla per il Sud: la questione meridionale è subito diventata questione nazionale, e molti esponenti politici, tra i quali diversi primi ministri (per esempio Crispi, Di Rudinì, Salandra, Nitti), sono meridionali. Il problema è che il Sud è rimasto sempre assoggettato a istituzioni estrattive, cosa che, sul piano politico, si traduce in malaffare, clientelismo, trasformismo.

Il secondo capitolo si concentra sulla modernizzazione passiva e intende mostrare dove le istituzioni estrattive hanno avuto effetti negativi e dove invece non si sono sentiti i loro effetti. Gli effetti risultano negativi per sviluppo economico ed educazione, in quest’ultimo caso mitigati già nel 1911, quando la legge Daneo-Credaro prescrive il passaggio della materia scolastica dai comuni allo Stato: in termini teorici, questo aspetto della modernizzazione passiva diviene prerogativa dell’istituzione inclusiva statale (p. 123); effetti negativi, invece, si sono verificati meno per la salute (longevità, statura, alimentazione ecc.).

La parte centrale del libro mi sembra quella dedicata all’industrializzazione nel Sud (pp. 107-116) e all’industrializzazione nel Nord (pp. 100-107). Considerati i divari regionali di reddito, si possono individuare le quattro fasi storiche del divario Nord / Sud (fig. 2.1. a p. 101, pp. 102-103, pp. 107-116)[8]:

  • 1861-1913. Età post-unitaria e liberale. Si delinea il Triangolo industriale (Torino, Milano, Genova) mentre il Mezzogiorno arretra. Nel 1871 il Nord-Ovest parte da un reddito medio di 110, il Nord-Est e il Centro (d’ora in poi Nec) di 103, il Sud di 90. Nel 1913 il Nord-Ovest tocca quota 120, il Nec scende a circa 100, il Sud arriva quasi a 80. In questi anni il Sud regge grazie alle esportazioni agricole, ostacolate dalla politica protezionista del 1887, e grazie anche all’emigrazione.
  • 1913-1951. Primo dopoguerra, età fascista, e immediato secondo dopoguerra. È il periodo di massima divergenza tra Nord e Sud. Nel 1931 il reddito medio del Nord-Ovest si attesta intorno a 125, quello del Nec rimane appena sopra 100, quello del Sud scende sotto quota 80. Nel 1951 il Nord-Ovest tocca 150, il Nec sale di poco, il Sud scende quasi a 60. La guerra e le conversioni industriali dopo il conflitto favoriscono le industrie del Nord. Il Sud ha la grande occasione di un progetto di modernizzazione ideato da Francesco Saverio Nitti e dall’ingegnere Angelo Omodeo, che prevede la costruzione di grandi impianti idroelettrici. L’instabilità politica e la resistenza tenace dei poteri locali, soprattutto latifondisti, affossano il progetto. Durante il fascismo il Sud tocca la peggiore condizione socio-economica con la battaglia del grano, la crisi del 1929, l’autarchia, il trionfale annuncio della fine della questione meridionale (Raffaele Ciasca, voce “questione meridionale”, Treccani, 1935). Inoltre il fascismo, come la mafia, condivide gli interessi dei grandi proprietari terrieri.
  • 1951-1973. Dalla fondazione della Cassa per il Mezzogiorno alla crisi petrolifera. Negli anni del miracolo economico la strategia economica di sviluppo per il Sud sembra funzionare e il Sud converge rapidamente verso il Nord. Nel 1971 il reddito medio del Nord-Ovest è quasi a quota 120, quello del Nec si attesta sopra 100, quello del Sud supera quota 70. La Cassa per il Mezzogiorno dà vita alla “più imponente politica di sviluppo regionale realizzata in tutto l’Occidente” (p. 110). Riprende l’emigrazione, la manodopera si sposta dal settore agricolo a quello industriale, aumenta la produttività e migliorano anche le condizioni sociali e civili. La prima battuta d’arresto si ha nel 1973, quando scoppia la crisi petrolifera. L’epilogo può essere considerato il 1980, anno del terremoto in Irpinia e occasione di lauti introiti per la camorra. La Cassa del Mezzogiorno muore sotto i colpi del clientelismo e dei poteri locali.
  • 1973-oggi. Il lento declino. Il Nord-Ovest scende a una quota di reddito medio poco superiore a 110, il Nec converge verso il Nord-Ovest toccando quasi quota 110, il Sud si attesta sotto quota 70. In questo periodo si tentano nuove strategie. Dalla politica top-down della Cassa per il Mezzogiorno, poco flessibile, si passa a politiche bottom-up di incentivi e stimoli, con scarsi risultati.

Dal quadro economico delineato emergono due note sulle quali occorre riflettere: (i) tra il 1911 e il 1951 il Sud si è “mostrato del tutto incapace di generare un qualsiasi sviluppo industriale autonomo, senza cioè il supporto di poteri pubblici” (p. 109): non è solo la modernizzazione passiva a venire a galla, ma anche un limite specifico, benché generico, del Meridione; (ii) la Cassa per il Mezzogiorno, per quanto sia stata la più importante istituzione inclusiva per il Sud, non è riuscita a risolvere il problema endemico della disoccupazione né la mancanza di “protagonismo endogeno”, promuovendo dall’alto iniziative sui territori e perciò scontrandosi spesso con i poteri locali (pp. 111-112): la Cassa è stata, insomma, un’istituzione inclusiva a metà, comunque dentro un quadro di modernizzazione passiva. L’insufficiente protagonismo endogeno mostra che il problema strutturale è più profondo e che incentivi bottom-up senza piano strategico non possono avere successo.

Nel terzo capitolo Felice si occupa delle teorie che cercano di spiegare il ritardo del Sud. Contesta la teoria razzista (la popolazione meridionale è inferiore alla popolazione settentrionale) e la teoria colonialista (il Nord ha conquistato il Sud facendone una propria colonia); accetta con riserva la teoria etica (il Sud è storicamente arretrato in cultura e civiltà rispetto al Nord) e la teoria geografica (il Sud non si è sviluppato a causa della conformazione del proprio territorio). La riserva a quest’ultima teoria riguarda le differenze regionali, che Felice non scorda di segnalare lungo tutto il saggio, e che però risultano tali da contraddire la teoria stessa. Della teoria etica, invece, rifiuta la celebre teoria sulla tradizione civica del Nord contro il Sud di Robert Putnam, mentre accetta la teoria sul differente capitale sociale tra Nord e Sud avanzata da Edward Banfield[9], pur con molte riserve a proposito del concetto di “capitale sociale” (p. 191), e soprattutto riconducendo il differente capitale sociale al differente modo di produzione agricola (latifondista al Sud; vario al Nord ma con presenza cospicua del sistema mezzadrile). Felice azzarda delle stime quantitative, da non prendere come misure oggettive (pp. 196-197), comunque utili a ricordare che il valore del capitale sociale dipende dalle condizioni strutturali, sia politico-istituzionali che socio-economiche. Nel Sud, queste condizioni hanno subito importanti cambiamenti nel tempo, con risultati diversi nelle aree meridionali. Purtroppo non hanno smesso di generare deprecabili effetti, “l’etica particolaristica, le pratiche clientelari, il peso delle organizzazioni criminali” (p. 197), fenomeni che da un po’ di tempo riguardano non più solo il Sud, ma l’Italia intera.

È chiaro che il discorso sul presente non può limitarsi a una sola area geografica del Paese. Felice stesso afferma che l’Italia tutta fatica a trovare una via d’uscita dalla crisi e a riadattarsi rispetto al proprio passato[10]. Per questo la questione meridionale va oggi collocata all’interno della questione nazionale. L’opposizione Nord / Sud è uno strumento d’indagine analitica, non di prassi politica. E non è un dato di semplice costruzione. Dove collocare il Centro? Come dare giustificazione storica all’incasellamento della Sardegna nel Sud? La storia della Sardegna non ha nulla a che fare con la storia del Mezzogiorno prima del primo dopoguerra. Ma anche la storia della Sicilia è giustamente considerata una storia a parte. C’è poi un problema fondamentale, segnalato da Salvatore Lupo nella prefazione del suo saggio La questione. Come liberare la storia del Mezzogiorno dagli stereotipi (Roma, Donzelli, 2015): è giusto dire che la modernizzazione del Sud è passiva considerando lo Stato italiano, autore del progresso sociale (nell’istruzione e nella sanità), un’istituzione “esterna”? Non è un problema da poco. Felice ha risposto a Lupo in un articolo pubblicato il 2 novembre del 2015 su la Stampa, nel quale sottolinea che la distinzione fondamentale non è tra settentrionali e meridionali ma «fra quanti, dentro il Mezzogiorno, hanno goduto di rendite e di privilegi e quanti invece si sono ritrovati vittime di quell’assetto estrattivo, spinti a emigrare o costretti a adattarvisi». Concordo in parte. Credo infatti che il problema cronico delle istituzioni inadeguate debba ricade sui cittadini. La mancanza di civicness è storicamente correlata ai dati sociali (istruzione, sanità ecc.), senza ricorrere a ricorsi storici inesistenti, come ha fatto Putnam. Questo oggi è un problema italiano (e non solo italiano), che si presenta però sotto nuovi aspetti e per il quale, forse, il tipo di censimento concepito in età moderna per registrare i processi di sviluppo non è più adatto.

L’analisi del divario, però, resta uno strumento potente i cui risultati vanno collocati nel loro contesto storico. Lo studio approfondito di questi contesti permette di individuare quelle eccezioni che, non facendo sistema, confermano la regola. Non si tratta però di ricerche inutili. Anzi, riescono a instillare dubbi su interpretazioni consuete di periodi storici. Per esempio, tornando al libro di Felice, come interpretare l’età giolittiana? Si tratta di un periodo controverso della storia d’Italia, sul quale i giudizi degli storici non sempre convergono. Anche a proposito della questione meridionale nel primo decennio del XX secolo non c’è unanimità: è stato un periodo di declino o di miglioramenti per il Sud? È stato un periodo di apertura ai mercati grazie ai trattati commerciali o di chiusura, di protezionismo e di clientelismo? Meglio lasciare la parola agli esperti, cioè agli storici.

[1] Indispensabile cornice del lavoro di Felice è G. Vecchi, In ricchezza e in povertà. Il benessere degli italiani dall’Unità a oggi, Bologna, Il Mulino, 2011.

[2] L. Cafagna, “Modernizzazione attiva e modernizzazione passiva”, in Meridiana, n. 2, 1988, pp. 229-240.

[3] L. Cafagna, “La rivoluzione agraria in Lombardia”, in Annali dell’Istituto G.G. Feltrinelli, II, 1959, pp. 367-428.

[4] Si tratta del celebre termine tratto dal saggio di Vincenzo Cuoco. Cafagna nota comunque che il termine rientra nella modernizzazione attiva in quanto “processo di trasformazione guidato dall’alto” (p. 239).

[5] A p. 223 si legge: “Era invece essa stessa [la bassa civicness del Sud Italia] il prodotto della disuguaglianza e delle istituzioni estrattive, scaturiva da quello specifico contesto, il Mezzogiorno borbonico fra Sette e Ottocento”.

[6] D Acemoglu e J. Robinson, Perché le nazioni falliscono?, Milano, Il Saggiatore, 2013.

[7] L. Cafagna, Dualismo e sviluppo nella storia d’Italia, Venezia, Marsilio, 1989 (cit. da Felice a p. 213).

[8] I valori si riferiscono al Pil pro capite a valori assoluti, in euro 2011, per l’Italia e le macroregioni, calcolati per intervalli regolari.

[9] E. Banfield, Le basi morali di una società arretrata, Bologna, Il Mulino, 2006.

[10] Il rimando è a E. Felice, Ascesa e delcino. Storia economica d’Italia, Bologna, Il Mulino, 2015. Il saggio è un complemento necessario a Perché il Sud è rimasto indietro.


Sulla questione meridionale. Appunti dal Rapporto SVIMEZ 2015

4 settembre 2015

1 Nota introduttiva

Ogni settimana ci vengono comunicati dati statistici sul PIL, sul debito pubblico, sul lavoro, sullo spread, quasi fossero tanti bollettini della giornata finanziaria. Nulla di peggio per finire in pasto al commentario mediatico e politico, alla propaganda di governo; nulla di meglio per creare stordimento e confusione. Come se l’economia finanziaria fosse comprensibile seguendo giornalmente i dispacci di Borsa; come se ogni due tre giorni si ribaltasse lo stato socio-economico di un Paese. Così il dato statistico equivale al sondaggio. Mi pare che la situazione sia notevolmente peggiorata negli ultimi tempi, e ne è segno la diatriba tra Ministero del Lavoro e Istat, e ne sono complici gli opinionisti, titolati e no, che scrivono editoriali, commentano in radio, sul web o in collegamento televisivo.

Nel mese di luglio lo SVIMEZ, che è un’associazione seria e nata con idee serie e obiettivi seri, ha reso pubblico l’annuale rapporto sul Mezzogiorno. Sono dati molto importanti, dati raccolti su serie storiche di medio-lungo periodo, non negli ordini trimestrale o mensile che tanto piacciono alla (dis)informazione. Il rapporto ha suscitato un breve dibattito, che subito ha preso la piega di dibattito intorno all’ennesima ca…ata del nostro Presidente del Consiglio. Così il dibattito si è spaccato in due tronchi: un dibattito morale, intorno allo sfacelo del Sud, di sapore apocalittico e narrativo, e un dibattito da perdigiorno, intorno a dichiarazioni che sottolineano la scarsissima serietà di questo governo, di chi ci governa – e non solo di costoro. E con ciò, per l’ennesima volta, la faccenda politica, la questione meridionale come questione nazionale, come diceva chi sapeva vederla molto lunga, è degenerata.

Dopo aver scorto il rapporto, la persona saggia, supportata nel ragionamento, afferma: “Si può dire che s’investono e s’investiranno molti soldi per il Sud, ma così le cose non cambieranno di una virgola, anzi peggioreranno, perché ciò che manca è un’amministrazione che sappia gestire questi soldi e disegnare dei programmi validi di medio periodo. E’ una questione politica, non finanziaria”. Il ministro dichiara: “Investiremo tot e tot in questo e tot in infrastruttura e tot all’ILVA e… tot e tot nel Sud. Ci vogliono le riforme. Il Sud deve svegliarsi”. Non sembra nemmeno buona propaganda, eppure rimbalza sempre di media in media.

2 Appunti

  • PIL: periodo 2008-2014: Sud -13,0%; Centro-Nord -7,4% (Nord-Ovest -6,5%; Nord-Est -6,0%; Centro -10,4%); Italia -8,7%; la flessione dell’attività produttiva al Sud è più profonda e più estesa che nel resto dell’Italia, ha effetti negativi che appaiono strutturali e non transitori; PIL 2014: Sud 16.976; Centro-Nord 31.586 (Nord-Ovest 33.184; Nord-Est 32.086; Centro 28.968); Italia 26.585; in particolare: (i) la flessione nel resto d’Italia sembra culminare nel 2012 con valori meno negativi nel 2013 e leggera ripresa nel 2014; (ii) la flessione nel Sud non s’interrompe nel 2014 sebbene con valori meno negativi; (iii) la crisi colpisce il Sud strutturalmente, in quanto già provato socio-economicamente da situazione in declino; (iv) è bene sottolineare che il declino socio-economico, pur in un biennio di lieve ripresa, riguarda l’intera Italia, eccettuando alcune variabili socio-economiche (livelli di ricchezza famigliare, livelli di occupazione), con il Centro-Nord che flette un po’ più della media europea e un po’ più della Spagna (i cui livelli occupazionali sono tuttavia peggiori di quelli dell’Italia) e un Sud che vive nel periodo di crisi (2008-2014) in una situazione socio-economica peggiore di quella della Grecia.
  • Produttività: 2008-2014: caduta occupazione: Sud -20%; Centro-Nord -13,4%; caduta attività produttiva: Sud -35%; Centro-Nord -14%; caduta produttività: Sud -18,2%; Centro-Nord -0,3%.
  • Nota sugli investimenti: sulla caduta degli investimenti nel Sud pesa la drastica riduzione del contributo pubblico al sistema produttivo: 2008-2014: Sud -76,3% (da 5,5 a 1,3 miliardi di euro); Centro-Nord -16,9% (da 3,2 a 2,6 miliardi di euro): senza un’adeguata politica di investimenti pubblici, senza una politica industriale ed economica per il Sud, un piano per il Mezzogiorno che almeno faccia intendere la strategia politica, il Sud non può strutturalmente riemergere.
  • Investimenti nell’industria: periodo 2008-2014: Sud -59,3%; Centro-Nord: -17,1%; l’erosione degli investimenti dimostra una riduzione nel Sud del potenziale di crescita e di benessere.
  • Investimenti in agricoltura: periodo 2008-2014: Sud -38,1%; Centro-Nord -10,8%.
  • Investimenti nel terziario: 2008-2014: Sud -33,1%; Centro-Nord -31,0%.
  • Industria manifatturiera: periodo 2008-2014: Sud -33,1%; Centro-Nord -14,4%; in particolare, l’erosione produttiva nel Sud appare profonda e strutturale intaccando anche imprese sane ma non attrezzate a superare la crisi.
  • Attività produttiva manifatturiero: 2001-2014: Sud -28%; Centro-Nord -8,5%.
  • Esportazioni: 2014: Sud -4,8%; Centro-Nord +3%; 2008-2014: Sud -2,4%; Centro-Nord +11,1%; il che dimostra che le politiche di “austerity espansiva” infieriscono ancora di più contro il Sud.
  • Attività produttiva industria: 2008-2014: Sud -38,7%; Centro-Nord -28,9%.
  • Attività produttiva agricoltura: 2008-2014: Sud -16,0%; Centro-Nord +0,3%.
  • Attività produttiva terziario: 2001-2014: Sud -2,1%; Centro-Nord +7,1% – per tendenza anticiclica del terziario: l’economia meridionale declina molto più dell’economia settentrionale a causa del peso del terziario (attività commerciali, turistiche ecc.), che pesa per il 40% nella crisi dell’economia meridionale e per il 27% nella crisi dell’economia settentrionale, dove invece il peso maggiore è dell’industria (50% della crisi dell’economia settentrionale).
  • Dati occupazionali: 2008-2014: Sud -9%; Centro-Nord -1,4%. Incidenza della politica di investimenti pubblici (amministrazioni pubbliche, istruzione, sanità): 2008-2014: Sud -9% (-147.000); Centro-Nord +2,7% (82.000). 2014: occupati nel Sud: 5,8 milioni = punto più basso dal 1977 (primo anno rilevazioni ISTAT). In particolare: la disoccupazione al Sud cresce più che al Centro-Nord tra i giovani (Sud -31,9%; Centro-Nord -26%), in un quadro nazionale che resta del tutto sfavorevole all’occupazione giovanile, in particolare ai giovani con livelli di studio medio-bassi, ma più di recente anche ai giovani con livelli di studio medio-alti, tra i quali cresce il periodo di attesa e di ricerca di lavoro; cresce di più tra le classi di età centrali (Sud -8,5%; Centro-Nord -2,1%); aumenta in modo più contenuto il tasso di occupazione tra chi ha più di 50 anni (Sud +17,5%; Centro-Nord +31,3%); in maggiore calo gli occupati italiani (Sud -11,3%; Centro-Nord -4,7%), in maggiore aumento gli occupati stranieri (Sud +67%; Centro-Nord +31,7%); in calo l’occupazione femminile a differenza del Centro-Nord (Sud -3,2%; Centro-Nord +1,9%). Per quanto riguarda l’occupazione, i dati nazionali risultano più negativi dei dati degli altri Paesi europei e della media europea a causa dell’incidenza dei dati negativi del Sud, senza i quali il Centro-Nord avrebbe parametri occupazionali simili a quelli della Spagna.
  • Ricchezza familiare: al Sud 1 famiglia su 3 è a rischio povertà, con punte di quasi 1 su 2 per la Sicilia e livelli elevati per la Campania. I dati sulla distribuzione della ricchezza dimostra che nel Centro-Nord il 28,5% degli abitanti si colloca nei due quinti di reddito familiare più povero; nel Sud è il 61,7%, con punte del 72% in Sicilia, del 69,8% in Molise, del 65,9% in Campania.
  • Migrazione: la migrazione interna dal Sud al Centro-Nord si rivela fenomeno ancora importante (1.667.000 emigrati a fronte di 923.000 rientrati) e che può pesare strutturalmente sulla demografia meridionale, oltre che sulla ricchezza della regione. Il saldo della migrazione mostra che cresce la percentuale dei giovani (70,7%) e, tra questi, risulta più pesante che in passato la percentuale dei laureati (27,6%), sebbene si tratti ancora di percentuali non elevatissime, ma che danno l’idea della perdita socio-economica che nel Sud è ormai fattore costante. La demografia meridionale mostra dei livelli di natalità più bassi, con il numero di mortalità che supera il numero di natalità. La situazione demografica del Sud è prossima a quella del 1860.

3 Nota di chiusura

Nel Sud si assiste a un processo di desertificazione socio-economica e demografica. Tale processo non è affatto transitorio, ma strutturale. La condizione socio-economica del Sud è peggiore della condizione della Grecia. È evidente che le politiche riformistiche, la riduzione dell’intervento economico dello Stato e la “contrazione espansiva” uccidono qualsiasi possibilità di sviluppo, che date le condizioni attuali, e considerate tali condizioni lungo le serie storiche, non possono che fare parte che di una politica di sviluppo, di una politica industriale. Senza intervento pubblico, sia per l’emergenza sociale e criminale, sia per lo stato economico e sociale, il Sud muore. E non muore ufficialmente solo perché non è uno Stato a sé. La questione meridionale è la più urgente questione nazionale. Ne va del Nord stesso e delle possibilità di creare una virtuosa economia interna.

È tuttavia interessante che il crollo del Sud si possa contestualizzare in un periodo politico che, sebbene veda l’affermarsi di un movimento territoriale del Nord, risulta comunque caratterizzato dal diffondersi di uno stato di meridionalizzazione dal Sud al Centro-Nord, con casi di infiltrazioni mafiose fino alla Lombardia e al Piemonte, nonché con una stagione politica che vede l’affermazione di ceti politici e dirigenti del Sud, in ambito politico e in quello istituzionale, in quanto affermazione personale o territoriale (forza clientelare). I ceti politici e dirigenti del Sud sono per lo più forze clientelari, incapaci, insufficienti, o costruite su un potere personale e carismatico. Senza ceti politici e dirigenti adeguati, non è possibile alcuna seria politica di intervento pubblico.

Ai commentatori che richiamano Gramsci e le sue riflessioni sulla questione meridionale, si potrebbe rispondere dicendo che più dell’alleanza operai del Nord e contadini del Sud, il Mezzogiorno avrebbe bisogno di una classe dirigente decente e valida. Faccenda problematica, considerata la classe dirigente nazionale. Insieme a Gramsci, comunque, conviene rileggere Salvemini.


Competizione e cooperazione

25 aprile 2011

0. La natura della competizione

Il saggio I paradossi della società competitiva di Alessandro Casiccia è uno studio sui principali aspetti della competizione. “L’imperativo della competizione – scrive Casiccia – pervade ogni relazione sociale” (p. 13). Prevale, sostiene il sociologo, l’accezione più forte di competizione: “confronto”, “rivalità”, “conflitto”, “antagonismo” (pp. 27-28). La competizione è macrovalore della struttura socio-economica. Nel saggio di Casiccia manca una rigorosa considerazione di questo tipo: ne vedremo le conseguenze nel punto 2.

Si dà il caso che potrebbero esistere forme di competizione più miti e meno bellicose di quella che si è imposta nella vita sociale. Lo sottolinea Luciano Gallino nella prefazione (p. 8). Questo sembra dipendere dal tipo di rapporto che si instaura tra i macrovalori della competizione e della cooperazione. Di questo si discute nei punti 3 e 4.

1. La cultura della competizione

A p. 18 Casiccia auspica che gli studi linguistici prendano in esame le espressioni usate dagli economisti: alcune di queste, infatti, risuonano nel discorso comune, nei media, li si ritrova nella comunicazione politica. Per esempio “competitività” viene integrata con “produttività” ed “efficienza”, formando un triangolo terminologico della buona prestazione di un’impresa.

Il triangolo terminologico non è solo descrittivo: non si limita a valutare a posteriori l’andamento di un’impresa. È soprattutto normativo: designa a priori i valori che devono guidare l’agire dell’impresa. Qualsiasi cosa vogliano dire “competitività”, “produttività”, “efficienza”, si tratta di norme, regole per il buon comportamento dell’impresa, cardini della sua intenzionalità. Di conseguenza, lo studio linguistico deve avere orientamento culturale: essere studio della tipologia della cultura.

Il saggio Le nouvel esprit du capitalisme di Luc Boltanski ed Eve Chiapello è passaggio obbligatorio (v. Per l’analisi del mercato del lavoro. Nota 2). I due sociologi hanno analizzato un corpus di testi presi dalla letteratura del management degli anni Sessanta e Novanta e studiato le differenze paradigmatiche dello “spirito del capitalismo”. In questo modo hanno messo in luce le trasformazioni profonde occorse nella cultura manageriale nell’arco degli ultimi trent’anni. In opposizione alla cultura manageriale burocratica della pianificazione, dell’autorità formale, della tutela del posto fisso, della carriera lineare nella stessa organizzazione, emerge una cultura manageriale dinamica della flessibilità e della mobilità, dell’adattabilità al cambiamento, dell’auto-imprenditorialità. La stessa opposizione è incarnata nelle biografie di Enrico e Rico (nomi fittizi) all’inizio de L’uomo flessibile di Richard Sennett.

Il saggio di Boltanski e Chiapello è fondamentale per l’analisi della tipologia della cultura dominante della struttura socio-economica attuale. L’universo immanente di valori affermati e consolidati dalla letteratura manageriale è il nucleo di tale cultura: la letteratura manageriale è la sede a più elevata strutturalità di tale sistema culturale. Lo studio dei due sociologi delinea il quadro dei valori attualizzati, la configurazione ideologica dell’agire socio-economico: in tale configurazione rientra il triangolo terminologico “competitività”, “produttività”, “efficienza”, norme del comportamento dell’impresa e di qualsiasi organizzazione o attore economico inquadrato in tale ordine di valori. Utilizzando i concetti di Kuhn (La struttura delle rivoluzioni scientifiche), la letteratura manageriale opera nella fase del “consolidamento del paradigma”: si tratta della fase di circolazione di una letteratura minore, secondaria, per la stabilizzazione, il consolidamento del quadro dei valori, per la loro penetrazione ideologica nel tessuto delle relazioni sociali.

2. Paradossi della società competitiva?

Nella rete dei valori che costituisce “lo spirito del capitalismo”, consideriamo il macrovalore della competizione uno degli assi centrali. Questo coordina gli altri valori (flessibilità, mobilità, adattabilità, ecc.), acquista valore aggiunto dagli altri valori.

Il modello base della concorrenza perfetta è un modello formale: si situa a livello metalinguistico rispetto al livello socio-economico, funge da modello logico. Nello stesso tempo, esso sembrerebbe punto ottimale delle politiche economiche e dell’agire degli attori economici. Si ritroverebbe qui il legame tra descrittivo e normativo.

Ma, in quanto norma, sostiene Casiccia, il modello della concorrenza perfetta è contraddetto da tendenze riscontrabili nella struttura socio-economica. L’attore economico segue nella realtà una logica differente da quella del modello formale ufficiale. Tale logica differente ne detta i comportamenti.

Ne derivano ciò che Casiccia chiama i paradossi della società competitiva. I due principali sono i paradossi della concorrenza monopolistica e della concorrenza cooperativa.

La concorrenza monopolistica contraddice uno degli assunti fondamentali della concorrenza perfetta: esistono più attori che competono tra loro. Grazie all’acquisizione di “vantaggi competitivi”, alcuni attori economici tendono a soppiantare o a fagocitare gli altri concorrenti, al fine di ridurre il numero dei competitors. Di conseguenza, in un certo settore di mercato, si può avere una posizione di monopolio di un’impresa o di oligopolio tra poche imprese, che si accordano fra di loro per chiudere l’ingresso a nuovi possibili competitors.

Si tratta di un quadro ampiamente conosciuto e descritto dagli economisti, consultabile nella manualistica. Casiccia, tuttavia, intende sottolineare che monopolio o oligopolio non sono distorsioni del mercato: considerando il comportamento degli attori economici, costituiscono “l’obiettivo ultimo di qualsiasi operatore economico” (p. 31). Ciò contraddice un altro assunto fondamentale della concorrenza perfetta: si ignora l’esito che la competizione può avere. Secondo Casiccia l’esito è tutt’altro che oscuro: consiste nell’eliminazione (sopprimendo o inglobando) degli avversari, specie di quelli più deboli. Ecco un aspetto rilevante della società competitiva, traducibile dal quadro macrosociale (mercato di settore) al quadro microsociale (relazione intersoggettiva).

Tutto questo è abbastanza condivisibile, ma non sembra descrivere alcuna condizione paradossale. Il modello della concorrenza perfetta non è sufficiente come modello normativo ma nemmeno come modello descrittivo: è, in un certo senso, la base di partenza per ogni ragionamento socio-economico, soprattutto per l’individuazione delle eccezioni. La funzione principale di un modello consiste nel permettere di delineare con più chiarezza il profilo delle eccezioni. Allo stesso modo, non esiste grammatica perfetta senza anomalie e senza la possibilità di dare vita a nuove combinazioni.

In secondo luogo la critica del modello della concorrenza perfetta subisce spesso l’illusione di credere di avere a che fare con un modello reale e non con un modello formale. Subisce la tentazione di credere nella realtà ontologica di tale modello. Ciò accade quando si chiamano paradossi i comportamenti economici che non seguono il modello della concorrenza perfetta. Simili descrizioni non conducono ad alcun paradosso. Né ad alcuna contraddizione, la quale non è la stessa cosa del paradosso. Si riscontrano piuttosto delle tendenze, ovvero delle possibilità attualizzabili o non attualizzabili. Nel saggio di Casiccia, invece, queste sono rappresentate a torto come caratteri reali e autocontraddittori della società competitiva. Essi non sono reali prima di essere virtuali, né paradossi perché la concorrenza perfetta non è il loro modello virtuale, né autocontradditori perché il modello della concorrenza perfetta non è normativo.

Per questo il saggio di Casiccia non è una fenomenologia sociale della competizione (uno studio delle tendenze come possibilità) né una genealogia culturale della competizione (uno studio della tipologia della cultura del capitalismo ponendo al centro il valore della competizione). Si limita a una descrizione di alcuni caratteri, i più rigidi ed estremi, della competizione, senza ricondurre questi alla costruzione di un ipotetico modello assiologico di valori, senza analizzare i processi ideologici di attualizzazione di tali valori.

3. Competizione e cooperazione

L’operazione della Fiat a Pomigliano d’Arco e a Mirafiori è un caso di competizione cooperativa. Casiccia (p. 61) non evidenzia questo punto: nota soltanto l’aspra competizione che l’operazione genera tra lavoratori italiani e stranieri. Ma la Fiat ha sottoposto a referendum e ha messo in gioco l’appartenenza dei lavoratori all’azienda, sottolineando la necessità di una cooperazione, dei lavoratori tra di loro e per l’azienda, subordinata alla competizione, alla relazione costitutiva del mercato.

Col diffondersi della crisi, numerose aziende hanno sfruttato il rapporto di subordinazione della cooperazione rispetto alla competizione, per esempio stipulando contratti di solidarietà tra lavoratori. La salvaguardia del posto di lavoro, che è ciò che si prefigge il contratto di solidarietà, è correlata alla capacità dell’azienda di mantenere buoni rendimenti, livelli accettabili di “competitività”, “produttività”, “efficienza”. Il lavoro è parte dell’azienda, dipende dall’andamento dell’azienda. Il lavoratore stesso, soprattutto in quanto formatosi con l’azienda, è parte dell’azienda. Ciò è più evidente in un’organizzazione, soprattutto di dimensioni medio-piccole, che impiega lavoratori della conoscenza che in una grande fabbrica come uno stabilimento della Fiat, dove è necessario procedere con la forza, quasi raggiungere lo scontro.

Per questa ragione si solleva la voce leale: essa rivendica la natura cooperativa in quanto leva indispensabile per la competizione. Dichiara il rapporto fiduciario che costituisce l’articolazione di base dell’organizzazione. Non mette in discussione la subordinazione della cooperazione alla competizione.

4. Cooperazione e competizione

Cooperazione e competizione non si escludono a vicenda. L’intrecciarsi dei due macrovalori è costitutiva della struttura socio-economica come rete (cfr. a tale proposito il saggio di Boltanski e Chiapello). La competizione subordina la cooperazione: questo è l’andamento prevalente della “messa in rete”. Si pensi a una “rete” non metaforica quale internet.

Un’analisi più attenta di questo incrocio permetterebbe di comprendere meglio il raggio di azione delle politiche economiche e dell’agire delle organizzazioni. Di conseguenza, renderebbe più chiaro il quadro socio-economico contrario: la relazione di subordinazione della competizione rispetto alla cooperazione.

Si delineano qui due profili differenti di economia sociale di mercato: l’uno orientato all’impresa e al mercato, l’altro orientato alla società e ai rapporti cooperativi interni costitutivi dell’organizzazione. Qui economia sociale va intesa come “modo di fare economia tout court, che tiene in conto e valorizza la dimensione relazionale ed equitativa dell’attività lavorativa”: Vera Zamagni, nell’articolo Le tendenze dell’economia sociale in Italia negli ultimi anni (nella rivista “Italianieuropei”, n. 3, 2011, p. 40), oppone tale accezione larga a quella stretta di economia sociale, che contempla le sole attività economiche a esclusiva utilità sociale.

Un profilo di economia sociale di mercato orientato al macrovalore della cooperazione, e dei suoi due valori componenti, comune e coesione, è orizzonte di ricerca per una nuova politica economica.

Esso poggia, dal lato della coesione, sul concetto di bene relazionale quale bene la cui utilità dipende “dalle modalità di fruizione con altri soggetti” e dove relazionale sta per “bene che può essere prodotto e fruito soltanto assieme da coloro i quali ne sono, appunto, gli stessi produttori e fruitori mediante le relazioni che li coinvolgono” (Stefano Zamagni, Economia civile e nuovo welfare, p. 28). Ma richiede anche una rivalutazione della nozione di sussidiarietà, già contemplata nella Costituzione (articoli 43 e 118), in direzione affatto opposta al senso dato a tale nozione dalla piega federalista dominante, avanzata dall’attuale governo, dal modello dell’economia sociale di mercato in cui è la competizione a subordinare la cooperazione. Dal lato del comune, invece, è necessario un dialogo con i discorsi militanti: il discorso giuridico in campo economico, infatti, non è solo operazione critica, ma si prefigge la costruzione di un nuovo sapere e di un nuovo potere.

È possibile una convergenza di questi punti, pensando allo Stato come garante sia delle condizioni in cui si può dare e fare il comune, sia della costruzione di una rete socio-economica fondata sulla coesione. L’elaborazione di questi presupposti è importante, se non indispensabile, per pensare una nuova politica economica: soprattutto nuove modalità e nuove forme di welfare, più legate alla contemporaneità, articolate sulla base dei flussi demografici, attuate secondo una logica distributiva che non toglie agli uni per dare agli altri, sostitutive e integrative del welfare state.

(Vedi articolo Sui beni comuni)


Discorso sul lavoro contemporaneo e General Intellect

24 luglio 2010

 

Premessa

In questo articolo prenderemo in considerazione interpretazioni e usi del concetto di General Intellect. Organizziamo i discorsi sul lavoro contemporaneo in due orientamenti che si richiamano a Marx e al passo dei Grundrisse di Marx. Non intendiamo patteggiare per l’uno o per l’altro. Ognuno potrà aderire al discorso che ritiene più corretto, riflettere su limiti, punti importanti o da sviluppare. Alla fine assegneremo i nomi ai due discorsi.

Das Cyberkapitalismus 1

Articolo di Enzo Modugno, pubblicato su il manifesto il 15 luglio 2010.

Modugno sottolinea l’importanza dell’opera di Marx per capire la recente crisi economica, in particolare alla luce della “privatizzazione del sapere” e della trasformazione delle università in “agenzie di formazione dei lavoratori della conoscenza”. In opposizione a coloro che ritengono le nuove pratiche di lavoro immuni da rischi di alienazione, l’autore si schiera con coloro che leggono le relazioni tra capitale e lavoro ancora schiacciate sotto il peso dell’alienazione e della sussunzione reale. Posta tale premessa, come poter analizzare criticamente il modo di produzione del capitalismo cognitivo?

Modugno punta sulla lunga durata di eventi considerati nella loro continuità. Tornando a Lukacs, in cui legge la prima critica dell’economia della conoscenza, afferma che un’analisi critica del capitalismo cognitivo deve procedere con un’analisi critica del pensiero scientifico. Cita una frase da Storia e coscienza di classe: “La scienza è un istituto del mondo borghese”: con Lukacs emerge una critica della scienza non basata sul pensiero irrazionale e spiritualistico. Secondo Modugno è necessario ripartire da qui, dalla critica del pensiero scientifico, per dimostrare come il pensiero scientifico si sia matematizzato, ovvero reificato in processo automatico, e come, da questa prospettiva, le tecnologie realizzate nella Silicon Valley non siano l’inizio di una nuova era, ma il punto d’arrivo dello sviluppo della scienza e della tecnica.

La reificazione del pensiero scientifico trasforma processi meccanici in processi automatici: il lavoratore mentale è ridotto a una condizione di minorità,

trova un sapere già formato, il suo contenuto è sottratto alla sua esperienza.

Modugno parla di organizzazione cibernetico-tecnica della scienza:

Con l’«organizzazione cibernetico-tecnica della scienza» infatti il sapere è diventato un algoritmo, si è reificato, si è autonomizzato, si è separato dall’«uomo che pensa», gli si è contrapposto come «ratio estraniata», come mezzo di produzione e prodotto di un nuovo capitale che lo ha ridotto a lavoro mentale salariato. (…)

Un cybercapitale che è passato dalla «macchina per filare senza dita» alla macchina per pensare senza cervello, che dunque possiede la macchina dalla quale ha preso l’avvio la produzione capitalistica di conoscenze, che sono diventate la nuova ricchezza sociale, la nuova comunità che i knowledge workers cercano di far propria e dalla quale invece «vengono ingoiati»,

e per questo si può parlare di sussunzione reale. Il capitale delle grandi corporation ha prodotto

la gran massa dei lavoratori mentali addetti alle macchine informatiche che «ri-producono» infinite volte conoscenze di cui non sanno e non debbono sapere nulla, ne rovinerebbero l’operatività, sarebbero un «fattore di disturbo nel calcolo cibernetico». (…)

Un cybercapitale dunque che oggettiva nelle macchine ogni competenza dei lavoratori mentali, che ne assorbe ogni virtuosità con un processo ininterrotto e con una rapidità senza precedenti, riducendoli alla precarietà, alla delocalizzazione, alla concorrenza mondiale tra lavoratori.

Modugno conclude:

Questo sapere insomma è «un istituto del mondo borghese» e riprodurrebbe, come è già successo, «coazione e gerarchia». Proprio questo però potrebbe essere un indizio per il superamento dell’attuale forma dei rapporti di produzione, un’indicazione per il «che fare».

Das Cyberkapitalismus 2

L’autore sottolinea le differenze di questa posizione da due correnti marxiste: (i) coloro che considerano la produzione di conoscenza un’attività parassitaria dei paesi imperialisti; (ii) coloro che ritengono i lavoratori della conoscenza dotati di qualità e competenze non oggettivabili nelle macchine e non misurabili col tempo di lavoro. Questi ultimi

considerano il cervello umano, cioè la facoltà di pensare e di parlare, come la vera macchina che produce conoscenze, segni.

In particolare: sottolineano il carattere di eccedenza delle capacità umane di cooperare rispetto ai sistemi e processi di disciplina e di controllo del capitale; affermano, riprendendo proprio il passo marxiano sul General Intellect, la fine della legge del valore sulla quale si reggeva il capitalismo industriale. Ritengono pertanto che il capitale

sia ridotto a puro dominio, un parassita che sopravvive con la sopraffazione e la violenza.

Introdotti i due orientamenti, vediamo alcune differenze fondamentali intorno ad alcuni concetti chiave: (i) capitalismo cognitivo, (ii) lavoro, (iii) governo del capitale sul lavoro, (iv) fabbrica, (v) macchina.

Capitalismo cognitivo

Le differenze fra i due modi di pensare e analizzare il modo di produzione del capitalismo cognitivo possono essere elaborate ragionando innanzitutto intorno al modo di rappresentare la conoscenza, e quindi l’aspetto “cognitivo” del capitalismo.

Quando si parla di capitalismo cognitivo si intende sottolineare la componente politica nell’economia. Le funzioni del capitale prese in considerazione sono quelle di comando, governo, ma anche di controllo, disciplina. Sono funzioni del capitale che agiscono sul lavoro. Il tratto politico dell’economia consiste in ciò: rapporto tra capitale e lavoro.

I due discorsi sul lavoro contemporaneo pongono questo problema in modi differenti.

Il primo discorso parla di sussunzione reale, di gerarchia, di sapere automatizzato e di lavoratori della conoscenza ridotti alla condizione di operai massa (la gran massa dei lavoratori mentali addetti alle macchine informatiche… di cui non sanno e non debbono sapere nulla).

Il secondo discorso afferma la fine della legge del valore e il ruolo parassitario che il capitale ricopre nei confronti del lavoro: considera dunque il controllo del capitale sul lavoro non solo a livello di sussunzione reale ma anche di sussunzione formale – parlando a volte di sussunzione totale a volte di sussunzione biopolitica (v. Fumagalli 2007), di saperi condivisi che il capitale cerca di risucchiare, di riprodurre, sul quale afferma di possedere diritti e ne rivendica la proprietà (v. Roggero 2009).

Riguardo al concetto di eccedenza bisogna distinguere fra due prospettive, le quali non devono essere necessariamente considerate opposte fra loro.

La prospettiva dello storicismo considera le eccedenze il prodotto scolastico e universitario del sistema di welfare dell’era fordista. Il processo di scolarizzazione di massa ha condotto alla rovina il sistema che lo ha realizzato. Il sapere diffuso che va sotto il nome di General Intellect è il risultato contemporaneo di questo processo: può avere il suo posto nella storia, dopo l’epoca dell’operaio di professione e quella dell’operaio massa (v. Vercellone 2006).

La prospettiva del naturalismo considera le eccedenze il risultato paradossale della “profezia di Marx”: il General Intellect non ha condotto al comunismo, ma ha creato una sorta di comunismo dentro il nuovo modo di produzione del capitalismo cognitivo. In questo quadro si parla di facoltà naturali dell’uomo messe a lavoro: linguaggio, comunicazione, pensiero, creatività, cooperazione sono qualità naturali dell’uomo, che tutti posseggono e sulle quali cerca di mettere le mani il parassita-capitale. Questa prospettiva non solo concorda circa la fine della legge del valore: in ragione del proprio naturalismo, reclama l’abolizione del lavoro salariato e il reddito garantito per tutti (v. Virno 2001).

Lavoro

Dal capitale al lavoro. Nel rapporto politico, il capitale è il polo maggioritario del governo e del controllo, il lavoro è il polo minoritario della forza-lavoro e della potenza (dynamis). Maggioritario e minoritario sono concetti di Deleuze: non sono la stessa cosa di “maggioranza” e “minoranza”. Si tratta di due concetti qualitativi e non quantitativi. I lavoratori sono certamente una maggioranza rispetto all’élite del “grande capitale”, ma sono minoritari in quanto, nell’ambito dei rapporti di forze, risultano più deboli e in posizione di svantaggio (ma su questi concetti cfr. Deleuze e Guattari 1980).

Come i due discorsi rappresentano il lavoro contemporaneo?

Il primo sembra rimandare alla figura dell’operaio massa, e quindi al concetto di forza-lavoro in Marx.

Il secondo, sia nella prospettiva storicista sia nella prospettiva naturalista, considera le eccedenze per le loro qualità, per le loro potenze, in quanto le qualità sono potenziabili sia per formazione e auto-formazione, sia per processi di condivisione dei saperi e di cooperazione. È proprio questo carattere a rendere non misurabile il lavoro cognitivo. La prospettiva naturalista ritiene non misurabili in alcun modo le facoltà naturali; la prospettiva storicista vede nei tentativi ergonomici e sperimentali un fallimento: è possibile misurare e calcolare le prestazioni “fisiche” al computer, ma non le prestazioni “mentali”, la creazione e trasmissione di conoscenze. Per sottolineare questo punto, si cita spesso il concetto di conoscenza tacita di Polanyi. Più diffusamente, si parla non più di forza-lavoro, ma di lavoro vivo o sapere vivo (v. Negri 2008b; Roggero 2009).

I due modi di rappresentare il lavoro possono essere facilmente visualizzati con le immagini dell’informatico e di internet.

Il primo discorso considera illusoria l’idea del lavoratore della Silicon Valley come giovane creativo, libero e indipendente, sottolineando la riduzione a massacrante lavoro salariato – anche peggio del lavoro operaio – dei dipendenti delle grandi corporation.

Il secondo discorso accetta questa tesi perché smonta la menzogna del lavoro creativo; prosegue riflettendo sui processi di interazione in rete. Qui, infatti, trova la realtà più aderente alla rappresentazione del capitale come parassita: non solo nelle battaglie contro il copyright, ma in particolare nei meccanismi dei social network, del peer-to-peer e del free software. Da un lato si può parlare di una cooperazione che il capitale può catturare costringendo nelle proprie maglie o sfruttando gli elementi che emergono da una discussione in rete; dall’altro lato, come accade nel free software, la cooperazione del lavoro creativo procede per condivisione dei saperi, elaborando oggetti che entrano in competizione con i prodotti del capitale, che “danno fastidio” al capitale (v. Rossiter 2006).

Governo del capitale sul lavoro

I rapporti politici tra capitale e lavoro possono essere sintetizzati nell’immagine del capitale che governa, o cerca di governare, che controlla, o cerca di controllare, il lavoro. Di un capitale che fagocita il lavoro alienandolo; di un capitale-parassita che rincorre e di un lavoro che fugge. Queste due rappresentazioni possono essere messe in relazione a due modelli “in sintesi” della governamentalità di Foucault: modello disciplinare e modello della sovranità.

Il modello disciplinare è proprio della grande fabbrica dell’industria pesante, topos del fordismo. Questo modello è ripreso dal primo discorso, il quale parla di sussunzione reale, di alienazione del lavoro mentale, di grandi corporation. La precarizzazione dei lavoratori della conoscenza e la reificazione del pensiero scientifico nei processi automatici dell’organizzazione cibernetico-tecnica della scienza sono considerati due processi di sviluppo, razionalizzazione, pianificazione del capitale. Il capitale usa i modelli disciplinari anche per articolare il modo di produzione del capitalismo cognitivo.

Il secondo discorso usa termini presi dagli studi di Foucault quali biopotere e biopolitica – quest’ultimo re-interpretato quasi come opposto del primo (v. Hardt e Negri 2002; Negri 2008b). Tuttavia non punta all’analisi dei sistemi e dei processi di regolazione del lavoro, quanto all’elaborazione teorica del discorso sulle eccedenze (v. De Giorgi 2002). Il mercato del lavoro è “già” il prodotto autoritario e repressivo del capitale-parassita. Il discorso muove, soprattutto sul piano teorico, in tutt’altra direzione. Non verso l’ipotesi di un processo razionale, disciplinare del capitale, capace di riformulare la struttura gerarchica nel nuovo modo di produzione (primo discorso), ma verso l’ipotesi di un capitale che a sua volta è sempre più costretto all’emergenza, all’eccezione. Lo “stato di eccezione” non sarebbe tanto quello dello Stato-nazione, quanto quello del capitale, anche in virtù dei rischi che ha auto-generato a livello finanziario.

La finanza è una delle nuove e più temibili armi di comando del capitale. Ma non è affatto un’arma facile da usare – come si è potuto constatare con l’esplosione dell’attuale crisi. In questo senso non si tratta di disciplinare il comportamento e le pratiche dei lavoratori della conoscenza, né di regolare il loro spazio di azione, ma di produrre nello stesso tempo “libertà” (la libertà per es. dal posto fisso) e comando (assoggettare le pensioni e anche i redditi alle fluttuazioni della finanza). La sovranità del capitale è in innumerevoli centri di potere – della finanza e del mercato – ma deve allo stesso tempo fare i conti con le eccedenze che sfuggono alle maglie del suo controllo.

Fabbrica

In quale luogo è possibile osservare i rapporti politici tra capitale e lavoro?

Ricollegandoci al punto precedente, si è parlato della traduzione del modello disciplinare e della riconfigurazione della struttura gerarchica come operazioni razionali nel nuovo modo di produzione del capitalismo cognitivo. Il primo discorso privilegia come luogo di analisi la fabbrica: non solo le nuove tecniche di organizzazione del lavoro nelle fabbriche, in particolare il modello Toyota, ma la società intera in quanto spazio dove si estende la fabbrica, fabbrica sociale. Tutta la società diventa fabbrica – soprattutto la società in rete. L’università, per esempio, è un’agenzia di formazione dei lavoratori della conoscenza; ma è anche una fabbrica, organizzata secondo principi simili al taylorismo, producendo saperi “alienanti”. Il primo discorso parla di “studente massa”, di modello taylorista-fordista dell’università. In generale riprende il pensiero dell’operaismo per l’analisi del capitalismo cognitivo (v. in particolare Negri 2009).

Il secondo discorso considera la fabbrica parte di un tessuto più complesso, in cui non c’è più un centro determinato – come poteva accadere nell’era fordista – ma solo centri d’indeterminazione. Questo tessuto complesso e diffuso è la metropoli (v. Negri 2008a). Non si tratta solo di considerare i grandi agglomerati urbani: il modello della rete e delle connessioni permette di analizzare i collegamenti che sussistono tra una cittadina di provincia in Italia e un centro d’affari in Cina. Nella metropoli tutto è connesso. Le principali reti di connessione sono quelle finanziarie: una diminuzione di valore di azioni ad alto rischio in California sarà percepita più in Giappone che nel Texas. La fabbrica è dentro questa rete, non è più il centro. La metropoli si muove, sposta incessantemente i suoi confini (v. Mezzadra 2008). Il metodo dei confini pone il problema dell’università, delle connessioni in cui le università sono inserite, in modo nuovo: non si può pensare a questa rifacendosi semplicemente al modello della fabbrica. Nel secondo discorso vi è, se non un superamento, almeno una problematizzazione della riflessione operaista sulla società.

Macchina

Il rapporto tra processi capitalistici e processi tecnico-scientifici può essere considerato osservando l’articolazione tra rapporti di potere (capitale e lavoro) e rapporti di sapere (scienza e tecnica). Entrambi i discorsi adoperano l’espressione ideologia nel senso comune di “menzogna verbale che ricopre la realtà dei fatti non-verbale”. Per attenerci al modo in cui parlano di ciò che abbiamo chiamato “rapporti di sapere” conviene descrivere questi a livello dei rapporti politici, come una freccia che muove dal capitale verso il lavoro (primo discorso) e come una freccia bi-direzionale (secondo discorso). In questo modo i “rapporti di sapere” possono essere valutati nel luogo dell’organizzazione disciplinare del lavoro e della tensione tra sovranità ed eccedenze. Rappresentiamo entrambi i processi per mezzo delle macchine.

Secondo il primo discorso, l’organizzazione cibernetico-tecnica della scienza asservisce l’uomo alla macchina. Si tratta del tratto “repressivo” del modello disciplinare proprio della fabbrica. La macchina, sia le macchine cibernetiche con il loro algoritmi, sia la macchina del capitale, fagocita l’uomo: non solo la forza-lavoro che lavora nelle fabbriche, ma anche quella impiegata nelle nuove mansioni.

Per il secondo discorso le nuove tecnologie informatiche sono il prodotto di una tensione tra sviluppo militare e linee di fuga di eccedenze cognitive, passate per le pratiche di resistenza. La macchina non asservisce l’uomo perché non è completamente sotto il controllo del capitale. Vi sono forme di assoggettamento in lavoro morto – come quelle degli informatici impiegati nelle grandi corporation – e forme di soggettivazione del lavoro vivo – come quelle delle soggettività cooperanti e che condividono i saperi, per esempio per lo sviluppo del free software.

I nomi dei due discorsi

I due discorsi sono totalmente distinti o vi è qualche punto d’intersezione? Ne abbiamo riscontrato uno analizzando la rappresentazione del lavoro informatico. Ma si tratta di una concordanza nell’argomento critico verso un discorso esterno, il discorso sul lavoro creativo. Sembrerebbe dunque che tra i due discorsi ci siano delle differenze che non si possono annullare sul piano empirico – modo di osservare i rapporti tra capitale e lavoro, definizione del luogo privilegiato d’osservazione, definizione dell’oggetto d’analisi, ecc. – e sul piano teorico – modo di rappresentare e descrivere questi rapporti.

Ma i due discorsi hanno due punti in comune. Il primo lo troviamo sul piano epistemologico ed è quello da cui siamo partiti: Marx, la rilettura di Marx per analizzare il modo di produzione del capitalismo cognitivo. Si potrebbe al più, forse, trovare una differenza: il primo discorso predilige Il Capitale, il secondo discorso i Grundrisse.

Il secondo punto in comune lo troviamo considerando il problema operativo della costruzione del discorso. Come organizzare le conoscenze, come collegare letture marxiste e nuovi problemi sociali, economici, politici? Come elaborare il problema della conoscenza dei nuovi processi capitalistici che agiscono sulle conoscenze? A quali figure, a quali modi di rappresentazione si può attingere per costruire il discorso sul lavoro contemporaneo? Si tratta infatti di un discorso che deve saper analizzare il lavoro contemporaneo per capire i possibili eventi futuri, in particolare al fine di organizzare la resistenza politica (il “che fare”, come scrive Modugno).

Credo che questo punto in comune sia la letteratura cyberpunk. Non si tratta solo di citazioni di passi di romanzi o di racconti, dell’antologia politica di inizi anni Novanta a cura di Scelsi, nemmeno di un immaginario in comune. La letteratura cyberpunk penetra il discorso sul lavoro contemporaneo ora in modo più vistoso (cfr. descrizione di Berardi Bifo su psicofarmaci e millenium bug in Berardi 2004) ora in modo convenzionale (per esempio, la letteratura sull’hacker), ora in modo silenzioso.

Quest’ultima forse è la modalità più interessante. Il cyberpunk, infatti, non è solo evoluzione della fantascienza, fantapolitica, nuova letteratura psichedelica, immaginario post-organico del cyborg; da un’altra prospettiva, il cyberpunk è la risposta in campo letterario al nuovo paradigma cognitivo della scienza. Si potrebbe prendere il campo letterario del cyberpunk, analizzare i differenti e molteplici modi di “vedere il mondo”, valutare il ruolo che giocano il cervello e il rapporto mente-corpo (mind-body problem) in tali rappresentazioni immaginifiche e futuristiche. Cervello, mente-corpo, neuroni, sistema nervoso, vari termini specialistici, anche quelli che indicano le psico-droghe, sono parole chiave di questi romanzi.

Allo stesso modo, il discorso sul lavoro contemporaneo deve affrontare il problema del paradigma cognitivo nel nuovo modo di produzione capitalistico. La letteratura cyberpunk non offre solo quadri immaginari di battaglie nello spazio virtuale e pratiche di resistenza, ma innanzitutto un nuovo modo di pensare e costruire il discorso sul lavoro.

Quest’ultima riflessione ci permette di assegnare i nomi ai due discorsi, nomi che esprimono le differenze teoriche ed empiriche e il punto in comune e differenziale sul piano operativo.

Il primo discorso è il discorso sul Grande Cervello. Il Grande Cervello è la macchina che fagocita l’uomo, cervello artificiale che elabora conoscenze senza bisogno del pensiero dei “fallibili” cervelli umani; il capitale che procede alla razionalizzazione, attraverso l’alienazione, la sussunzione reale, la riduzione dei lavoratori della conoscenza a precari (“lavoratore della conoscenza” è espressione simile a “operaio metallurgico”); il sistema disciplinare centrale che organizza lo spazio di produzione, la fabbrica reale e la fabbrica sociale, riproducendo le sistemazioni funzionali e gerarchiche.

Il secondo discorso è il discorso sui cervelli comunicanti o sciame di intelletti. Le eccedenze producono conoscenze, condividono saperi che il capitale-parassita cerca, come un pidocchio, di succhiare. Ma le conoscenze sono di chi le produce e le riproduce attraverso processi di cooperazione. Il capitale non è un Grande Cervello perché non esiste un centro: lo spazio in cui si vive è la metropoli, disseminazione di centri di potere che hanno volti e vesti diversi. Sono come degli avatar che possono cambiare di continuo, possono essere anche loro dei cervelli ma con i pidocchi. Rincorrono i cervelli in fuga, si appropriano o riproducono impropriamente i saperi vivi, creano spazi di libertà per le stesse attività del lavoro vivo. Il capitale opera lontano, come avviene nei processi finanziari, o è dappertutto, come nello spazio virtuale. Del resto è questa disseminazione dei centri di potere e delle forze di controllo che contraddistingue l’attuale società del controllo (v. De Giorgi 2002).

Il primo discorso legge ancora 1984 di George Orwell, esempio di modello disciplinare. Ma rimanda a più recenti opere letterarie, come il racconto Occhi di serpente di Tom Maddox.

Il secondo discorso è fedele a William Gibson, il racconto La notte che bruciammo Chrome e il celebre Neuromante.

Il primo discorso sembra rimandare a un paradigma cognitivo legato a Chomsky, agli studi sull’Intelligenza Artificiale intrecciati con la cibernetica e la macchina di Turing, a un certo funzionalismo.

Il secondo discorso muove verso la neurofenomenologia, a partire dal concetto di enazione, in base al quale si complica il problema dell’“essere nel mondo” e si introduce la fortunata categoria di embodiment (“azione incarnata”), ma in riferimento anche agli studi delle neuroscienze sui neuroni (v. Hardt e Negri 2004).

(vedi i due orientamenti del discorso sul lavoro)

(vedi sul rifiuto del lavoro)

(vedi sulla protesta dei precari come voce leale)

(vedi sullo sciopero generale e sullo sciopero precario)

(vedi Introduzione alla griglia di analisi della forma-fabbrica: 1. Spazializzazione, 2. Temporalizzazione, 3. Attorializzazione)

(vedi Dalla fabbrica al mercato del lavoro: parte 1, parte 2, parte 3, parte 4)

(vedi Per l’analisi del mercato del lavoro: parte 1, parte 2)

(vedi Introduzione alla griglia di analisi del mercato del lavoro: 1. Spazializzazione, 2. Temporalizzazione, 3. Attorializzazione)

(vedi Appunti critici su Comune di Hardt e Negri)

(vedi Sui beni comuni)

Testi citati

Berardi, F., 2004, Il sapiente, il mercante, il guerriero. Dal rifiuto del lavoro all’emergere del cognitariato, Roma, Derive Approdi

De Giorgi, A., 2002, Il governo dell’eccedenza. Postfordismo e controllo della moltitudine, Verona, Ombre Corte

Deleuze, G., Guattari, F., 1980, Mille plateaux. Capitalisme et schizophrénie, Paris, Les Editions de Minuit, trad. it. Mille piani. Capitalismo e schizophrenia, Roma, Castelvecchi, 2003

Fumagalli, A., 2007, Bioeconomia e capitalismo e cognitivo, Roma, Carocci

Hardt, M., Negri, A., 2002, Impero, Milano, Rizzoli

Hardt, M., Negri, A., 2004, Moltitudine, Milano, Rizzoli

Mezzadra, S., 2008, La condizione postcoloniale, Verona, Ombre Corte

Negri, A., 2008a, Dalla fabbrica alla metropoli, Roma, Datanews

Negri, A., 2008b, La fabbrica di porcellana, Milano, Feltrinelli

Negri, A., 2009, Dall’operaio massa all’operaio sociale, Verona, Ombre corte

Roggero, G., 2009, La produzione del sapere vivo, Verona, Ombre corte

Rossiter, N., 2006, Organized networks. Media theory, creative labour, new institutions, Rotterdam, NA, trad. it. Reti organizzate. Teoria dei media, lavoro creativo e nuove istituzioni, Roma, Manifestolibri, 2009

Vercellone, C., 2006, Elementi per una lettura marxiana dell’ipotesi del capitalismo cognitivo, in C. Vercellone (a cura di), Il capitalismo cognitivo, Roma, Manifesto libri, 2006, pp. 39-58

Virno, P., 2001, Grammatica della moltitudine, Roma, Derive Approdi


Discorso sul lavoro contemporaneo. Due orientamenti: emancipazione del lavoro, mercificazione del lavoro

8 luglio 2010

Esaminando la letteratura sui lavoratori della conoscenza e sui precari possiamo individuare due orientamenti generali del discorso sul lavoro. Si tratta di orientamenti che cercano di rendere conto di alcune regolarità che vengono pertanto messe in risalto. I punti intorno ai quali si muovono seguendo direzioni opposte i due orientamenti possono essere così sintetizzati: una diversa lettura delle trasformazioni storiche riguardanti il mondo del lavoro, l’interpretazione di conseguenza elaborata a partire da differenti regolarità sul piano economico, sociale e politico.

Ma da un altro punto di vista, si può dire che entrambi gli orientamenti, movendo dalle stesse condizioni di possibilità, da certi tratti distintivi del mercato del lavoro, leggendo questi in serie di rapporti del tutto differenti, tessono regolarità nell’ambito di fenomeni che presenziano il mondo del lavoro, analizzano le tendenze che si possono tracciare a partire da queste regolarità lungo il piano economico, il piano sociale e il piano politico, costruiscono campi di oggetti differenti, ma in modo tale che lo sguardo dell’uno orientamento possa saltare nel campo di oggetti intorno all’altro orientamento e lo prenda in considerazione come vedendolo in una sorta di prospettiva rovesciata. Ciò accade perché vi è una certa tensione che corre tra i due orientamenti, per cui l’uno non può essere preso in considerazione senza pensare all’altro. Il che è più evidente nel caso dell’orientamento sulla precarizzazione del lavoro, il quale assume spesso questa posizione dall’interno del proprio discorso, volendo così misurare le distanze di prospettiva nella costruzione del proprio campo di oggetti sulla base di un certo piano.

Esaltazione dei lavoratori della conoscenza e precarizzazione del lavoro rappresentano due orientamenti opposti del discorso sul lavoro.

Il primo è un movimento ascendente, che si rileva a partire dalla riqualificazione del lavoro – passaggio dal braccio alla mente – e quindi può giungere a sostituire il termine lavoro con una nuova accezione[1]; il secondo è un movimento discendente, orientato a osservare e registrare la degradazione del lavoro e delle condizioni di lavoro[2]. Il nuovo nome assegnato al lavoro rimanda al nuovo paradigma economico, essendo superato definitivamente il periodo della società industriale: Enzo Rullani, per esempio, osserva la generazione del valore economico nella “fabbrica dell’immaterialità” – laboratori di ricerca o anche produzione di dati e di informazione nei servizi di trasporti o nella logistica[3]; la precarizzazione diffusa convive con le nuove tipologie di contratto, la diminuzione generale dei salari, e soprattutto con lo smantellamento dello Stato sociale, quindi di ogni garanzia e sicurezza per il lavoratore[4].

Bisogna quindi applicare una lettura storica del movimento opposto dei due orientamenti: il movimento discendente ripropone il linguaggio dello sfruttamento del lavoro, interpreta il momento storico seguente la provincializzazione del fordismo paragonandolo al periodo della prima rivoluzione industriale – prevalenza dei rapporti individuali di lavoro, nuove forme di lavoro come il lavoro in appalto o il lavoro su commessa, crescita del lavoro autonomo, pratica del subcontratto, ecc.[5]; il movimento ascendente parla di successo della maturazione del lavoro, passaggio dunque dal lavoro manuale, prevalente nell’era fordista, al lavoro intellettuale, che caratterizza i nuovi rapporti di lavoro: questo quadro sembra rappresentare un primo stadio intermedio tra la crisi del vecchio sistema sociale e la comparsa di nuovi processi sociali[6].

Sul piano economico, il movimento discendente si preoccupa di sottolineare l’irresponsabilità delle imprese e i larghi profitti che queste fanno grazie agli investimenti finanziari, o le perdite conseguenti ai giochi di Borsa che vengono distribuite sulla pelle dei lavoratori, di denunciare la deregolazione dei rapporti di lavoro come meccanismo che rende le persone incapaci di gestire l’incertezza e le fa vivere in una condizione di “insicurezza esistenziale”[7]; il movimento ascendente, al contrario, mette in risalto le nuove opportunità che l’adattamento alla mobilità e alla flessibilità garantiscono in termini di esperienze da maturare e che fanno maturare la persona, di autonomia, professionalità e creatività, di libera e continua formazione in relazione con altre persone[8].

Sul piano sociale, il movimento discendente contestualizza la precarietà dei lavoratori come “isolamento autistico” nella società del rischio, e a questo dato psichico collega l’esplosione delle paure collettive, ma soprattutto ripropone la tesi dell’egemonia dell’economico sul sociale, ovvero dell’irruzione della logica economica, dell’agire strumentale e dei codici funzionali della sfera economica, nello spazio sociale[9]; il movimento ascendente pensa a un’economia in cui quelle che Pareto definiva azioni non-logiche non sono più facilmente distinguibili dalle azioni logiche e diventano parte integrante dello spazio economico (su questo punto il movimento ascendente incontra la riforma della teoria classica del comportamento economico), per cui è la società che viene incontro all’economia, processo con il quale si spiegano casi come quelli di un’economia legata al territorio da un rapporto mutualistico, è la persona con le sue narrazioni ed emozioni ad animare l’economia: si giunge così alla costruzione di un nuovo soggetto sociale, come la “creative class” o la neo-borghesia degli auto-imprenditori[10].

Sul piano politico, il movimento discendente parla dell’esperienza sociale della vulnerabilità come condizione di esistenza nel nuovo modello di produzione post-industriale in cui le resistenze sociali sono marginalizzate per ottimizzare i tempi e l’operato delle imprese: si ha un deficit di democrazia, sia a livello di contrattazione con l’attacco contro le parti sociali, sia a causa della mancanza di una rappresentanza politica che faccia da portavoce dei lavoratori precari[11]; il movimento ascendente individua la novità politica nell’investitura del leader carismatico, il quale passa indifferentemente dalla politica all’azienda, ma vede anche nella società della conoscenza e nell’importanza che assumono i creativi gli ingredienti per una nuova democrazia tollerante, aperta e partecipata[12].

Si può quindi chiamare il movimento discendente discorso sulla mercificazione del lavoro, e il movimento ascendente discorso sulla emancipazione del lavoro.

Il discorso sull’emancipazione del lavoro definisce il lavoro con termini come “lavoro cognitivo”, “lavoro immateriale”, “lavoro creativo”, “lavoro affettivo”. In quest’ultimo movimento si fanno rientrare casi come l’assegnazione di un nome nuovo al lavoro, il discorso sulla persona, sulle sue storie e le relazioni umane, in quanto tratti distintivi e segni delle forze del nuovo capitalismo.

Il discorso sulla mercificazione del lavoro è critico ma non per questo si occupa solo di operai e precari dei call-center; il discorso sulla emancipazione del lavoro parla molto di autonomia professionale e auto-imprenditorialità ma non per questo si traduce in un elogio dei nostri tempi[13].

Si tratta di due discorsi opposti nella visione economica, sociale e politica, entrambi mettono in luce eventi nuovi che emergono con il venire meno dell’immagine dominante della fabbrica, ma in modo differente: il discorso sulla mercificazione del lavoro contraddice i buoni auspici dell’avvento di una società in cui si lavorerà di meno senza guadagnare di meno[14], il discorso sulla emancipazione del lavoro da un lato registra l’aumento del numero di laureati o degli occupati in settori quali quello dello spettacolo o della pubblicità, dall’altro lato racconta storie di invenzioni di lavoro o di costruzione di imprese “fai-da-te”, oppure espone un nuovo modello organizzativo, valido soprattutto per le piccole aziende e i piccoli gruppi, in cui il lavoro cambia completamente aspetto rispetto ai modelli classici (modello fordista-taylorista o modello toyota).

Si potrebbe pertanto sostenere che il primo è un discorso dei governati e il secondo  un discorso dei governanti: ma ciò sembrerebbe solo un effetto di superficie rispetto a un passaggio più profondo. I due orientamenti hanno un punto in comune, la crisi della rappresentazione della classe operaia, ovvero il venire meno dell’immagine dominante della fabbrica.

Da qui la necessità di nominare l’epoca (attuale) successiva al fordismo non più soltanto come post-fordismo, quindi di dotarla di una nuova immagine del lavoro dominante. È ciò che si preoccupano di fare entrambi gli orientamenti: Richard Florida, per esempio, elegge la “classe creativa” a immagine del lavoro dominante – un’iconografia dell’emancipazione del lavoro[15]. Allo stesso modo, si può elaborare un’iconografia della mercificazione del lavoro facendo dell’immagine del precario l’immagine del lavoro dominante.

Se è chiaro perché il discorso politico militante sul lavoro critica l’orientamento dell’emancipazione del lavoro, meno evidente possono essere i motivi della critica al secondo orientamento.

Ciò che lo sguardo critico rimprovera al discorso sulla mercificazione del lavoro non è tanto il tentativo di costruire l’immagine del precario, quanto quella di istituirla a immagine dominante. Il che comporterebbe l’imposizione di un confronto con la vecchia immagine dominante dell’operaio, e quindi il rischio da un lato di rimpiangere i vecchi sistemi sociali come più sicuri e garantiti, dall’altro lato di voler installare sull’immagine del precario tutti gli apparati politici centralizzati di cui l’immagine dell’operaio portava l’impronta.

(vedi discorso sul lavoro e General Intellect)

(vedi sul rifiuto del lavoro)

(vedi sulla protesta dei precari come voce leale)

(vedi sullo sciopero generale e sullo sciopero precario)

(vedi Introduzione alla griglia di analisi della forma-fabbrica: 1. Spazializzazione, 2. Temporalizzazione, 3. Attorializzazione)

(vedi Dalla fabbrica al mercato del lavoro: parte 1, parte 2, parte 3, parte 4)

(vedi Per l’analisi del mercato del lavoro: parte 1, parte 2)

(vedi Introduzione alla griglia di analisi del mercato del lavoro: 1. Spazializzazione, 2. Temporalizzazione, 3. Attorializzazione)

(vedi Appunti critici su Comune di Hardt e Negri)

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[1]“Oggi che la mente umana diventa, almeno in potenza, la risorsa produttiva primaria, è l’accesso alla facoltà della mente – l’immaginare, il desiderare, il progettare, il riconoscersi – a consentire la generazione di valore economico e di vantaggi competitivi” (Rullani 2004a, p. 42).

[2] Cfr. l’analisi nella realtà brasiliana di Ricardo Antunes. Questi definisce la “classe lavoratrice” come “classe che vive di lavoro”, ovvero i lavoratori produttivi salariati (Antunes 2000, pp. 129-130). Si veda anche l’analisi di Ulrick Beck sull’incertezza del lavoro in Brasile – da cui la definizione del processo di “brasilianizzazione” dell’Occidente (Beck 1999, pp. 100-131).

[3] Rullani 2004b.

[4] Si vedano in particolare le analisi di Luciano Gallino (Gallino 1998, 2006, 2007), che si concentrano soprattutto sulla critica dell’immagine del lavoro che si ha dalle “fotografie” delle statistiche. Cfr. anche le riflessioni di Ralf Dahrendorf, il quale, dopo aver fatto autocritica per aver sostenuto l’ipotesi della fine del lavoro negli anni Novanta, discute la tesi del passaggio dalla società industriale alla società del sapere, quindi prosegue considerando le differenze di classe che si creano nelle nuove condizioni economiche e politiche, senza dimenticare che il lavoro è uno strumento di controllo sociale nelle mani di chi esercita la sovranità politica (Dahrendorf 2003, pp. 45-68, in particolare p. 63).

[5] È questa la tesi del saggio Della Rocca e Fortunato 2006, p. VI.

[6] Aldo Bonomi ha analizzato in numerosi saggi queste trasformazioni nella società italiana (si veda per esempio Bonomi 1997).

[7] Sull’impresa irresponsabile e sulla finanziarizzazione dell’economia: Gallino 2005 e 2009. Di “insicurezza esistenziale parla Federico Chicchi: “incertezza dovuta all’incapacità di progettare liberamente la propria “carriera” di vita, una sorta di sensazione di inadeguatezza a definire costantemente la propria autonomia sociale” (Chicchi 2002, p. 81).

[8] Su questi aspetti cfr. Deiana 2007, soprattutto pp. 87-90.

[9] Rimando al saggio di Chicchi 2005, pp. 149-188.

[10] Sulla società che viene incontro all’economia, si rinvia all’analisi dei distretti industriali nella realtà italiana di Becattini 1998. Riguardo all’importanza della persona, in particolare Bonomi e Rullani, 2005, dove il neoborghese è definito come “colui che, in possesso di un capitale umano di un certo rilievo, è in grado di sviluppare creatività e spirito di iniziativa, di esercitare come attività ordinaria le proprie competenze comunicative ricavandone autostima e consapevolezza di sé sufficiente a consentirgli di misurare le proprie utilità non sul breve ma sul lungo periodo, con i suoi rischi e le sue incertezze, ma anche con tutte le opportunità che può offrire la costruzione di relazioni fiduciarie” (p. 231). Per la “classe creativa” si veda il classico Florida 2002.

[11] Si veda l’inchiesta svolta da Chicchi in uno stabilimento emiliano (Chicchi 2003). Sul deficit di democrazia rimando nuovamente a Gallino 2007, mentre il problema dell’auto-rappresentanza è vivacemente esposto in Berardi 2001 e 2004 (ma cfr. anche Bologna 2007). Una posizione politica sul lavoro precario è contenuta nel manifesto del gruppo KRISIS (che può essere utile anche come riassunto dei punti trattati circa il movimento discendente del discorso sul lavoro): in particolare la differenza tra “critica comportamentale” e “critica categoriale”, per cui solo la seconda permette di fare a meno di termini vuoti come “classe” o “partito” e di porre in modo nuovo il problema dell’autorappresentanza (AA.VV. 2003, pp. 98-122). Si vedano anche le importanti riflessioni raccolte in Virno 2002.

[12] Sul leader carismatico: oltre a Bonomi e Rullani 2005, p. 160 e a Deiana 2007 – in cui si parla di “imprenditori, manager (tutti soggetti molto più istruiti dei lavoratori tradizionalmente intesi)” (p. 87), cfr. in particolare l’introduzione di De Masi a De Masi 2005, dove si rimanda alle categorie politiche di Max Weber (p. 16). Si veda anche la critica all’imprenditore politico, in particolare dell’immagine di Berlusconi, condotta da Maurizio Lazzarato e Antonio Negri in Lazzarato 1997. Sennett 2005, p. 99 si chiede se, con l’ordine sociale della produzione, non cambi anche la politica – una nuova politica: il marketing come cardine della politica, la scelta del candidato come un prodotto al supermercato. Considerare solo il piano della comunicazione non mi sembra sia il modo migliore per porre questo problema.

[13] Anzi, è spesso critico rispetto alla chiusura della politica nei confronti delle nuove culture: Richard Florida, per esempio, ha considerato gli effetti socio-economici negativi delle prese di posizione dell’amministrazione Bush nei confronti dei gay e delle lesbiche.

[14] Si consideri a tal proposito le posizioni di André Gorz. In Gorz 1988 si concentra sui processi di automazione nella fabbrica e rientra nella fiduciosa prospettiva di una riduzione dei tempi di lavoro senza perdita di potere monetario; in Gorz 2003, pur utilizzando il concetto di “lavoro immateriale”, parla di meccanismi di “estrazione” del valore economico dai processi di riproduzione della forza-lavoro (p. 19). Due critiche si possono muovere a queste tesi: in primo luogo il non riuscire ad andare oltre la constatazione della non-misurabilità del lavoro immateriale (p. 59); in secondo luogo il mantenimento di una prospettiva d’analisi all’interno della sfera funzionale economica, e pertanto la definizione delle competenze cognitive in quanto competenze d’uso (saper-fare), senza con ciò riuscire a porre adeguatamente il problema del rapporto tra sfera economica e sfera sociale (cfr. pp. 24-57).

[15] Florida 2002, p. 3.


Sul comportamento economico

26 ottobre 2009

Ne L’impresa irresponsabile, Luciano Gallino inserisce in nota una piccola storia interessante.

In Social theory and social structure, Merton narra un episodio fittizio, ma assai realistico se riferito agli anni Trenta: una banca in buone condizioni fallisce a causa della diffusa credenza fra i suoi clienti, credenza infondata, di una situazione di crisi. I clienti si precipitano per ritirare tutti i loro depositi mandando al collasso l’istituto.

Di questo episodio fittizio esistono (per così dire) due versioni cinematografiche.

In un film di Frank Capra del 1932, Follia della metropoli (American madness), il direttore di una banca, Thomas Dikcson, affronta gravi difficoltà a causa del crollo di Wall Street del 1929. Il cda della banca lo invita a cedere l’istituto a un Trust per evitare il fallimento e poter conservare il ruolo di direttore. Dickson rifiuta, ma una notte vengono rubati dal deposito centomila dollari. Alcuni clienti della banca si recano agli sportelli per delle commissioni: la mancanza di contanti scatena il panico, una folla di persone si precipita per ritirare i propri depositi, la banca è sull’orlo del fallimento. Ma quando viene individuato il colpevole, alcuni amici del direttore Dickson, uomini dell’alta finanza, si recano agli sportelli per depositare somme ingenti. L’evento provoca un effetto esattamente opposto al panico, una sorta di “euforia irrazionale” che fa impennare la domanda di depositi.

Una seconda versione, molto più lucida della precedente, è la celebre scena dei due penny in Mary Poppins (1964). Michael ha due penny che vorrebbe dare alla vecchietta che dà da magiare ai piccioni. Il padre, George Banks, considera del tutto irragionevole il proposito del figlio e gli consiglia di depositare i due penny nell’illustre banca di cui è impiegato. Anche il decrepito direttore partecipa al lungo tentativo di esortazione musicale: è lui che, alla fine, prende dalla mano di Michael i due penny (ricordo le celebri frasi: “se la Banca d’Inghilterra sta in piedi, l’Inghilterra sta in piedi”; “se la Banca d’Inghilterra crolla, l’Inghilterra intera crolla”); ma con ciò provoca la reazione del bambino che gli si lancia contro per riprendersi il soldo. Le urla del bambino – “ridammi il mio denaro!” – giungono fino alla sala centrale, dove vengono udite da due signore allo sportello, che chiedono prontamente la restituzione dei loro depositi. Un signore, poco più in là, fa la stessa richiesta, e in poco tempo la banca è presa d’assalto da gentiluomini inglesi.

Queste storie fanno riferimento a una questione molto interessante, quella del mimetismo del comportamento economico. Si prenda il caso di un attore economico che agisce in una condizione d’incertezza e che dispone di informazioni incomplete sulla situazione interessata, o che non sappia come gestire le informazioni a sua disposizione; probabilmente imiterà i comportamenti altrui, specialmente di quelli che lui crede (o sa?) ne sappiano più di quanto ne sappia lui. Già Keynes aveva parlato del problema del mimetismo. Il mimetismo non è per forza determinato dalla complessità di un oggetto, ma dipende per lo più dalle valorizzazioni operate dai soggetti. Poiché di solito si ritiene molto importante il risparmio depositato in banca, allora una persona esprimerà una forte domanda di sicurezza per il proprio deposito e manifesterà un sentimento di grande tensione per ogni evento che possa minacciare il proprio risparmio. Poiché si tratta di tratti comuni del comportamento economico, ecco come può esplodere il panico in una situazione che l’attore collettivo interpreta come rischiosa per il proprio fondo.

Ma il mimetismo del comportamento economico non è qualcosa che appare solo quando crollano banche. Il mimetismo degli attori economici può generare comportamenti razionali. Ma la folla che ha assalito i negozi il primo giorno di vendita dell’I-phone a New York è una folla razionale o irrazionale? La stessa domanda si può porre, per esempio, per le prime uscite di best-sellers come Harry Potter, i libri di Dan Brown, ecc.

Nell’episodio e nelle due versioni cinematografiche, il mimetismo genera comportamenti emotivi. Purtroppo, gli economisti neoclassici non hanno mai apprezzato questi comportamenti. Anzi, il più delle volte li considerano idioti. Tuttavia non si può certo dire che il mimetismo di comportamento sia un fenomeno casuale e sporadico: al contrario, è organizzato e fortemente modalizzato. Una folla, per esempio, è un attante collettivo in cui ogni attore agisce nello stesso modo in cui agiscono gli altri. Una folla non è affatto un cumulo di soggetti passivi o oggetto di somministrazione ideologica da parte di “persuasori occulti”: una folla è un attante estremamente attivo. Basti pensare alle folle che linciano o incitano al linciaggio. E cosa sarebbe accaduto a Mussolini se un bel giorno, durante una delle sue adunate oceaniche, la folla, invece di acclamarlo, lo avesse ignorato? Uno studio attento sulle folla, uno studio semiotico e psicosociale, è qualcosa che sembra oggi poter avere una grande importanza; grande anche per gli economisti. Per un economista neoclassico, un fan di Madonna è completamente idiota dato che per acquistare il biglietto è disposto a recarsi alla biglietteria anche la notte precedente la sua prima apertura.

Perché questa pigrizia degli economisti verso il comportamento? La risposta si può trovare nel modello economico neoclassico: l’attore razionale bada alla sua utilità, agisce massimizzando i benefici e minimizzando i costi, possiede tutte le informazioni pertinenti al suo agire. Questo modello è del tutto astratto, ma per l’economista neoclassico è il punto marginale del modo di funzionamento di una società economicamente perfetta. Pertanto il modello deve fungere da momento sanzionatorio, cioè valorizzante, di ogni operazione economica e di ogni scelta politica su fattori economici, e, nello stesso tempo, da metro di costruzione del fatto economico – per es. di una riforma del lavoro o di una privatizzazione.

Tutto ciò, per rovesciare il giudizio che l’economista dà sul comportamento economico che non si commisura al modello neoclassico, è del tutto idiota. Una folla è di certo molto più intelligente di un’economista: non è la folla che non segue l’economista, è l’economista che non segue la folla.

Di recente, in seguito alla crisi finanziaria-economica, è cresciuto un dibattito tra economisti sul problema del metodo economico e dell’insegnamento dell’economia. Ed è soprattutto emerso un punto molto importante all’interno di questo dibattito: l’economia deve occuparsi di più del problema dell’attore economico e del comportamento economico. Questo percorso metodologico è seguito da una vasta area che comprende economia cognitiva, economia sperimentale, finanza comportamentale, neuroeconomia. Momento illustre per queste scienze economiche è stato il premio Nobel assegnato nel 2003 a Vernon Smith e Daniel Kahneman, entrambi critici dei modelli neoclassici e degli approcci econometrici tradizionali, proprio per aver introdotto la psicologia cognitiva nelle discipline economiche (inoltre Kahneman è di formazione uno psicologo cognitivo). Si possono sintetizzare questi contributi alla critica del modello neoclassico (senza con ciò voler sintetizzare gli approcci, le discipline, gli studi) con un’asserzione: “il comportamento degli attori economici non è razionale, ma è molto più complicato. Per saperne di più dobbiamo studiare la mente umana e l’interazione tra attori pensanti. Se ne evince che il modello neoclassico non appartiene al ragionamento”.

Questo insieme di studi muove da una base comune, la convergenza di studi economici con la psicologia cognitiva e le neuroscienze. Probabilmente seguiranno ulteriori appunti su questi campi di studio. Ma una domanda può già essere posta “a bruciapelo”: non è che questo modello non solo non è presente nella mente umana, ma non lo è nemmeno nelle relazioni sociali? Vi è questo risvolto del comportamento economico che andrebbe tenuto in stretta considerazione. La conseguenza non è la sparizione del modello neoclassico, ma la sua collocazione nell’ambito della cultura economica. È questo un terreno molto importante, che però è stato affrontato solo sul piano dello studio dell’ideologia o dello studio normativo. Entrambe le operazioni hanno dei forti limiti: lo studio dell’ideologia procede per sintesi e non per analisi, e dunque rischia di dimenticare di osservare quel che accade, e quel che strutturalmente accade, a livello empirico, generalizzando certi elementi e perdendone altri che tuttavia potrebbero essere interessanti se ripiegati in altri concatenamenti, o, quando estremamente politicizzati, costruiscono culture economche viziate da visualizzazioni disforizzate di comportamenti economici che non si confanno ai propri (dell’osservatore) desideri; lo studio normativo, invece, tende ad affermare il “dover-essere” e il “dover-fare” degli attori socio-economici. Ma non è vero che il primo filone è studio critico e il secondo è studio da “alleato”: per es., certi studi critici, che sono anche studi dell’ideologia, possono essere molto più normativi di uno studio da “alleato” o consulente di industria ferroviaria, anche quando affermano il “dover-essere” in modi di dialettica negativa. Ciò che andrebbe articolato è uno studio descrittivo delle tipologie di cultura economica a partire dall’analisi a livello empirico dei comportamenti economici in interazione.

Procederemo lungo questo percorso in modo parallelo ad altre due strade che abbiamo già cominciato a percorrere o che abbiamo da poco preso a indagare: il primo è la prossima chiusura della critica dei cognitivisti – non quelli di cui ho detto poco fa, ma della corrente che proviene dall’operaismo – vedi qui –; l’altra è la necessità di studiare insieme le interazioni strategiche e di potere nel campo economico e nel campo politico – filone che prende spunto da qui – e la retorica del discorso politico e del discorso economico – che prende spunto da qui. Tutto ciò per problematizzare le questioni economiche, spesso banalizzate o eccessivamente formalizzate, e per ribadire che l’economia è luogo in cui praticare, discutere e anche criticare un’operare analitico materialista, a partire da un interessante paradosso che potrebbe interessare il materialista: ma non è che le trasformazioni economiche diventano concrete quando cambiano i rapporti interni ed esterni di cultura economica? E come costruirsi (storicamente e semioticamente) una cultura economica?