L’Europa tra le guerre

15 febbraio 2015

Noi viviamo nell’Europa unita, un territorio non molto vasto ma densamente popolato che si è forzatamente dato un vincolo di pace dopo la Seconda Guerra Mondiale. Storicamente, infatti, l’Europa è stata terra di lunghe, vaste e sanguinose guerre fino a settant’anni fa, con la sola pausa gelida del cosiddetto periodo della Belle Époque, o età degli imperi, quando la guerra gli Stati europei la combattevano altrove, nei continenti dove prendersi le colonie. Purtroppo, quando si parla di memoria storica ci si dimentica di ricordarsi che l’Europa ha avuto una storia, che esiste una storia dell’Europa.

Noi non ce ne accorgiamo perché viviamo in Europa, ma l’Europa è circondata da guerre. In realtà, quasi del tutto circondata da guerre, ma solo perché sul lato occidentale c’è l’oceano. A sud dell’Europa, oltre il Mediterraneo, c’è la Libia, ormai, per quello che se ne può capire stando seduti al computer, una sorta di Somalia, e, più sotto, altre guerre, senza dimenticarsi delle cosiddette “primavere arabe”, represse nel sangue o dal voto elettorale, né dei Saharawi. A est, al confine con Polonia, Slovacchia, Ungheria, Romania, Moldavia ecc., c’è l’Ucraina, spaccata in due da una guerra che non si è mai fermata. Più a sud, oltre la Turchia, il Medio-Oriente, polveriera di battaglie e guerre mai sopite, oggi rinfocolate dai guerriglieri islamici. Gli stessi che, pare, abbiano affiliati in Libia e in altri Stati africani.

A ben vedere, non si tratta solo di guerre. Quello che è in corso, sottolineato da molti commentatori, è l’inesistenza evidente di un ordine mondiale, un ordine come quello bipolare, fondato più sulla dicotomia ideale Capitalismo / Socialismo che sulla realtà geopolitica (non era, infatti, solo bipolare: non c’erano solo Stati Uniti e Unione Sovietica), o un ordine come quello unipolare, sognato da Bush padre e figlio, magari a suon di interventi militari. Non so se si tratti di caos, come alcuni si affrettano a parlare. Certo, all’ordine si oppone il disordine. Ma non si deve dimenticare che l’idea di un ordine mondiale bi- o uni- polare è un’imposizione occidentale, non un dato storico. Parlare di caos significa non avere ancora fatto i conti con l’epilogo dell’Occidente, con la crisi di civiltà che tuttora viviamo.

Quale ruolo geopolitico, infatti, gioca l’Occidente? Gli Stati Uniti preferiscono l’isolamento, favoriti dalla loro posizione geografica. Non s’imbarcano più in spedizioni militari, forse l’hanno fatta finita con il mito di John Wayne che passeggia sulle spiagge della Normandia nel 1944. Ma il mito, teniamolo sempre presente, è ben duro a morire. Tuttavia, oggi, gli Stati Uniti, pur riconoscendo a parole il pericolo rappresentato dall’Islam fondamentalista, scelgono di giocare con pedine diverse: non inviano più truppe, ma droni o missili che possono essere telecomandati da grandi distanze. Il punto è mantenere una soglia di sicurezza, cioè conservare lo stato di guerra, senza più perdite di proprie vite umane. Ma gli Stati Uniti non si limitano a telecomandare droni o missili come in un videogioco ormai reale. Inviano armi “sofisticate”, armano gruppi di guerriglieri, in Ucraina come in Siria o in Iraq. Al più, si limitano all’addestramento di truppe. Il rapporto di guerra è ormai ridotto a questo: un gioco di simulazione da un lato, una relazione economica dall’altro, ossia una relazione di potere: vendere armi, infatti, significa che, in futuro, i compratori saranno in debito con chi li ha equipaggiati. Non sto dando giudizi morali, non sto chiedendomi se questo sia sbagliato o giusto. Vorrei solo pormi delle domande.

Ma la domanda più importante me la pongo pensando all’Europa. L’Europa, mi chiedo, cosa fa l’Europa? Cosa fa l’Unione Europea? Dal punto di vista geopolitico, agli occhi di un esterno, l’Unione Europea non vale niente. Non ha un ministro degli esteri, un dicastero economico né un presidente riconoscibile all’estero. Non ha alcuna intenzione di gestire la tragedia umanitaria che si consuma quasi ogni notte nelle acque del Mediterraneo. L’Unione Europea non esiste fuori del suo territorio, qualcosa di altrettanto difficile da definire (quali sono gli Stati che fanno parte dell’UE e in quale misura? Domanda a cui pochissimi sanno rispondere senza sbagliare).

Ci si faccia caso, una buona volta: tutti i ruoli di potere dell’Unione Europea, nella loro intrinseca e strutturale debolezza, sono rivolti all’interno del territorio. Solo qui, al loro interno, avvengono davvero i rapporti di forza. L’Europa è circondata da guerre, tentativi di riconfigurare e di riposizionarsi nell’ordine mondiale (l’ISIS, si rammenti, è una forza che si pone in un quadro geopolitico internazionale). Questi processi passano accanto e attraversano il continente (basti solo considerare i volontari che diventano guerriglieri islamici), ferendolo mortalmente l’Europa in ciò che questa crede di avere di più importante, la libertà di espressione. Ma l’Europa non conta nulla. È solo una somma aritmeticamente sbagliata di Stati singoli, che cerca di negoziare con Putin non come Unione Europea, ma come Merkel e Hollande (e Renzi? E la terza forza europea?). L’Europa non conta nulla e, men che meno, fuori dell’Europa e in Europa, conta l’Italia.

Bisogna comprendere meglio la questione europea: cosa vuol dire che i rapporti di potere sono tutti rivolti all’interno del suo territorio? Vuol dire che chi ha costruito i meccanismi istituzionali e chi li occupa ha la forza non militare, di soffocare e distruggere, ma la forza economica di dire la verità. Mai si era vista tanta verità circolare univoca nel territorio europeo. Certo, verità ne sono circolate, ma sempre in dissidio, dalle guerre di religione alle guerre di indipendenza. Oggi, invece, riforma strutturale, abbattimento del debito pubblico, liberalizzazioni, sono verità indiscutibili. L’Europa si guarda il proprio ombelico nel tentativo di ristrutturarlo. Tuttavia, dopo le elezioni in Grecia, con la vittoria di Syriza, una nuova guerra potrebbe attraversare l’Europa. Una guerra economico-politica, non combattuta con le armi ma con tabelle e diagrammi, da un lato di chi pretende di detenere la verità, dall’altro lato di chi deve rispondere alle promesse fatte per arginare una situazione socio-economica molto grave. La Grecia ha chiaramente dichiarato guerra alla Troika. Appare, ora, nel suo piccolo, la vera forza di resistenza in Europa. Eppure, effettivamente, sappiamo che sono solo promesse. Che fare? Attaccarci alla corda della speranza dell’Uomo Nuovo greco, come fanno già quei ridicoli brandelli delle sinistre italiane? Credere in una nuova verità, che è poi, al contrario della verità ufficiale, un’altra presunta ricetta pronta per uscire dalla crisi?

La Germania, il paese più forte dell’Unione, il paese che dovrebbe dettare la linea, ha risposto alla Grecia compattando le truppe molto più di quanto abbia fatto la Troika. La vera battaglia è politica, la gioca la Germania. Ma che ruolo gioca la Germania? Secondo alcuni di “padrone” dell’Europa (per cui la Germania detiene il potere e la forza di verità), secondo altri di Stato più forte che ancora non vuole prendersi le responsabilità di una vera e propria egemonia in Europa, e che, per questo, preferisce giocare al gioco pericoloso dell’austerity (per cui è la forza di verità che ha in suo potere la Germania). Ma non conta solo la Germania: contano anche tutti gli altri Stati membri dell’Europa. Da che parte si schiereranno? Assisteremo al compattarsi di fazioni nemiche? O si riuscirà, per il momento, a evitare la guerra negoziando, contrattando una via d’uscita, stipulando un armistizio che, almeno, possa congelare il rischio di un conflitto?

Come sappiamo e immaginiamo, le guerre sono distruttive. La guerra economico-politica che può scoppiare in Europa rischia di dissolvere l’Unione Europea. Ma può avere altre due conseguenze, di cui ancora non si riescono a vedere gli effetti: compattare e rinforzare il fronte della verità o mobilitare forze resistenti ovunque contro chi ha dalla sua, ora, i rapporti di forza. Alcuni commentatori si affrettano a ritenere pericolose le conseguenze di un cedimento alle richieste greche: si alzerebbe, secondo costoro, il livello dello scontro, si rinforzerebbero partiti e movimenti anti-europeisti. Questi commenti hanno chiaramente il segno dell’ideologia: svolgono il loro ragionamento considerando solo un corno del problema, sopprimendo l’altro corno. Io chiedo: quali sarebbero le conseguenze di un ricompattarsi delle forze della verità contro la Grecia, a rischio anche di un’uscita della Grecia dall’euro, o di lasciare il paese in balia di speculazioni finanziarie? Cosa direbbero i partiti e i movimenti anti-europeisti? Direbbero: “non facciamo più niente, diventiamo europei, ci hanno spaventati”? O direbbero: “questi sono capaci di mandare in rovina un intero popolo pur di avere sempre ragione?”. Cosa direbbe Marine Le Pen? Cosa accadrebbe in Spagna? È evidente, dunque, il dilemma: sia se vincono le forze della verità sia se vince la Grecia la situazione potrebbe peggiorare.

La conclusione di tutto questo ragionamento è chiaramente pessimista. Tutte le questioni che ho superficialmente trattato sono collegate. Questa è la globalizzazione. L’Europa è al centro, suo malgrado, di questi fenomeni: circondata da guerre in corso, impotente nell’attuale mondo geopolitico, con il rischio che scoppi una guerra intestina, un conflitto non militare, bensì economico-politico. Si può, si deve negoziare per fermare il rischio di una guerra intestina, che sfalderebbe l’Unione Europea. I negoziati, tuttavia, non arginano per sempre il rischio di una guerra. Come per le dighe, i patti vanno controllati, occorrono verifiche periodiche. L’armistizio economico-politico potrebbe solo rinviare il conflitto.

Attualmente, mi sembra, siamo a questo punto in Europa: non abbiamo coscienza storica europea, non sappiamo nulla della storia d’Europa; ma non abbiamo nemmeno adeguatamente compreso il rischio dello sfaldamento, di derive contestatrici, anti-europeiste, neo-nazionaliste: attualmente, noi non sappiamo effettivamente che cos’è l’Europa e come si fa ad essere europei.

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“épater le capital”. La politica dell’antimateria

20 settembre 2014

Intervista di Gigi Roggero a Christian Marazzi (dialogo tra amici-concetti “negrieri”, di aria Toni Negri, con vaghe pretese di imbonire il lettore ingenuo) pubblicata il 16 settembre. Ecco un estratto che oserei dire sorprendente:

Come dici tu la questione è enorme. C’è un discorso classico della sinistra contro l’evasione fiscale; oggi però dobbiamo chiederci cosa la fiscalità e le tasse significhino per le nuove figure del lavoro e per i soggetti colpiti dalla crisi, per i lavoratori autonomi di seconda ma anche di prima generazione, per i ceti medi impoveriti, per chi cerca di sbarcare un lunario con qualche attività più o meno improbabile, fino ad arrivare alle imposte comunali che costituiscono un prelievo forzoso sui servizi alla collettività, sul cosiddetto “diritto alla città”. Il rifiuto delle tasse può in questo senso essere agito e diventare uno dei terreni di lotta post-salariale?

“Già qualche tempo fa, come dicevi, abbiamo parlato della natura di questi movimenti, che è molto difficile definire in un senso o nell’altro. Mi ricordo per esempio una serie di analisi fatte sulla composizione sociale del movimento dei ‘forconi’. Rientra in quanto dicevamo prima: in che misura riusciamo effettivamente a dare corpo a questa moltitudine, in quanto soggetti plurali che non si lasciano comprimere o ridurre alla sintesi, che restano tanti in quanto tanti e che però sono accomunati dalla possibilità stessa di sopravvivere. Ciò attraversa una serie di ambiti, si pensi alla speculazione immobiliare che espelle gente dai quartieri per svuotarli e lasciare spazio alle iniziative dei privati. Oppure si pensi al ruolo delle tasse che sono delle forme di rendita dello Stato.”

Anche perché dobbiamo porci il problema di non lasciare le lotte contro le tasse, in quanto rendita dello Stato appunto, alla destra o nel caso italiano alla Lega, per farne un terreno di conflitto comune dei soggetti della crisi…

“Concordo. È delicato, però credo sia giusto cominciare a porre oggi la questione dell’organizzazione: non per fare chissà quali salti in avanti, ma è un modo per affrontare tutte queste istanze nei termini di un agire politico che renda conto della deflagrazione sociale. È un passaggio obbligato dei prossimi anni. Dobbiamo iniziare a pensare all’organizzazione militante e politica da una parte in termini di condivisione, dall’altra come costruzione paziente di terreni di alleanze e anche di linguaggi che ci permettano di capire e interloquire con questi soggetti della crisi, non necessariamente nuovi. È la questione che ci sta davanti.”

Gli amici-concetti vecchi e nuovi: “Diritto alla città”, “dare corpo alla moltitudine”, “soggetti plurali che non si lasciano ridurre alla sintesi”, “le tasse forme di rendita dello Stato”, “la questione dell’organizzazione come passaggio obbligato” (l’organizzazione! Sia mai che i sinistri radicali, e anche i negrieri, non pensino alla organizzazione: deve essere gente molto ordinata), “agire politico”, “costruzione paziente di terreni di alleanze ma anche di linguaggi”. Io non ci ho capito punto. O forse l’intervista vuole sorprendere il lettore, annoiato dalle solite interviste ai politici e agli esperti di turno. Almeno qui si legge che “le tasse sono la forma della rendita dello Stato”. Bello, sorprendente. Oppure leggi che “la speculazione immobiliare caccia la gente dai quartieri per lasciare spazio alle iniziative dei privati”. Stupefacente immaginare una “speculazione immobiliare”, un soggetto destinante mostruoso ma fantasmatico, cacciare la gente dalle loro case per lasciar fare i privati. Sempre la solita solfa del capitale (con la “c” minuscola”) vampiro. Che comunque mantiene l’atteggiamento di costruttore di piani (Capitale con la “c” maiuscola), nel tentativo di sostituire la geopolitica all’interlocuzione locale (?):

La centralità odierna della geopolitica riflette l’affannata ricerca di interlocutori su un piano globale e non locale; questo però non basta, perché se tutti i paesi sono in crisi o non riescono a trovare delle modalità di crescita, ciò non fa che acuire le tensioni e le contraddizioni geopolitiche. (…) Siamo di fronte al problema di definire una lotta di classe post-salariale. (…) Forse molti esperimenti (tra cui le monete parallele, o quelli di cui parla il libro di Rifkin sulla società della condivisione) sono materia per poter cominciare a elaborare delle strategie. Da questo punto di vista, quella che chiamiamo organizzazione politica è allo stesso tempo un’organizzazione che produce questo terreno dell’aggregazione e della condivisione, senza un prima e senza un dopo, ma in una dimensione di contemporaneità tra lotta politica e lotta per la costruzione di tessuti e spazi condivisi.

Forse le parti che ho tagliato del discorso mi permetterebbero di comprendere il ragionamento. Forse è colpa del mio montaggio. Chiederei numi, ma per il momento preferisco farmi affascinare dalla “lotta di classe post-salariale” e dall’esperimento delle “monete parallele”: sono monete che non si incontrano mai? O lo spazio costruito dai post-politici sarti (o post-sarti), sempre intenti a “costruire tessuti”, anche per ragioni di economia a km zero, è uno spazio non-euclideo?

Forse ho capito. Si tratta di épater le capital. Affascinati dalle ricerche in fisica, i materialisti non sono diventati post-materialisti, bensì cultori dell’antimateria. Dall’antimateria verrà l’antirivoluzione..


“Interesse” e “impegno” in politica dei “giovani”

14 settembre 2014

Da un po’ di tempo non si leggono più sondaggi e lamentele sullo scarso interesse e impegno in politica da parte dei giovani. Qualcosa è cambiato? Bisognerebbe innanzitutto chiedersi chi sono questi “giovani” e cosa vuol dire “interessarsi” e “impegnarsi”. In generale, si chiama “giovane” la popolazione compresa tra i 14 e i 25 anni. Quindi si tratta della generazione in età scolastica e universitaria. Più difficile è capire cosa s’intende con “interesse” e “impegno”.

Poniamo che con “interesse” si intenda una partecipazione intellettuale in forma personale: ascoltare, leggere e scrivere in forma personale su blog, pagina personale su Facebook, siti internet. La scrittura porrebbe dei problemi di contenuto: sarebbe la stessa cosa scrivere un proprio commento alle ultime dichiarazioni di un qualche politico o denunciare un disservizio del proprio Comune, personalmente documentato e non riguardante solo la propria persona? Non è quest’ultima, a suo modo, una forma di attività che trova stretta la categoria di “interesse”? Si potrebbe arricchire il lessico aggiungendo espressioni come “sensibilizzazione” o attribuendo la qualifica di “civile” a “interessi” o ad “attività”. Da ciò non sembra venirne alcun vantaggio: si moltiplicherebbero le espressioni abusate come pseudo-concetti e si rischierebbe di appoggiare i propri costrutti linguistici su argomenti poco seri: esisterebbe forse un concettualizzabile “interesse incivile”? Meglio lasciar perdere tutto questo e tornare alla questione dell’“interesse”.

Come si fa a valutare questo “interesse”? Quante volte ci si dovrebbe “interessare” per poter costruire un giudizio di valore sull’“interesse dei giovani verso la politica”? Tre volte a settimana? Una volta al giorno? La cosa non è molto chiara. E non è affatto chiaro se una determinata frequenza debba essere parametro di “interesse”. Quando si sente dire “i giovani di oggi non sono interessati alla politica”, io faccio fatica a capire cosa questo significhi, e ancora meno comprendo, quando un qualche sondaggio “rivela” (?) che una determinata percentuale di giovani non ascolta telegiornali, non legge giornali, non posta commenti su argomenti politici sulla propria pagina Facebook, perché questo dovrebbe riguardare “i giovani” tout court. Certo, è tipica fallacia del ragionamento comune costruire simili premesse maggiori. Ma io mi chiedo se questo debba per forza “interessarmi”, ossia se è necessario generare o avere a tale proposito un giudizio di valore. Sinceramente non credo, come non credo che questi sondaggi siano interessanti od oggettivi. Mi pare che da questi dati non si ricavi alcunché sui giovani, sul mondo o sul proprio Paese, sulla politica.

Convergere su un senso comune di “impegno” sembra più facile. Basta includervi qualsiasi attività in una qualche associazione, movimento, partito. L’“impegno” introduce dunque la categoria di “militante” o “partecipante”, che suona meno disciplinare e più politically correct. È chiaro che l’“impegno” viene dopo l’“interesse”, ossia che chi è “impegnato” fa tutto ciò che fa chi è “interessato”. Nessuno mi vieta di pensare che questa attività possa essere anche solo intellettuale, per quanto l’attività intellettuale goda di poco prestigio. Ma allora cosa distinguerebbe questa attività intellettuale, sia se condotta da un “partecipante / militante solo intellettuale” sia se condotta da un “partecipante / militante anche intellettuale”, dall’attività intellettuale di chi proverebbe solo dell’“interesse”? Forse l’iscrizione a una qualche associazione? O anche solo la frequentazione di un’associazione? E che cos’è un’“associazione”: un gruppo istituito, regolarmente riconosciuto, o anche un gruppo informale di “giovani” che amano ritrovarsi in un qualche luogo, magari solo anche su internet, per svolgere un qualche “impegno”? Non mi sembra insensato escludere dei gruppi informali. Allora diventa difficile documentare la partecipazione a una qualche “associazione”: bisognerebbe stabilire un numero minimo di partecipanti, per esempio cinque, o una frequenza minima di raduno, per esempio due volte a settimana? Se poi conta solo l’attività in qualche modo partecipe, allora riemerge il dubbio di colui o colei che documenta un disservizio comunale che non riguarda unicamente la propria persona, ma che interessa in qualche modo anche altri cittadini, ossia un determinato servizio offerto dal Comune in questione. Si tratta di “impegno” o di “interesse”? Con quanta frequenza bisognerebbe presentare simili esposti per conseguire il titolo di “impegnato” e non solo di “interessato”? O bisogna costituire o fare parte di un’associazione? Senza dimenticare di supporre che esisterà almeno un “partecipante / militante” che non svolge attività intellettuale che possa essere oggetto di verifica (dunque si limita a discorrere di articoli letti, telegiornali visti ecc.), e senza a questo punto convocare la questione dell’attività “cosciente”, della “presa di coscienza”, faccenda alquanto oscura.

Non ho chiaro cosa sia “impegno”, se questo debba generare degli effetti visibili o misurabili, o se basti parlare genericamente di “attività partecipante / militante”. Mi sembra che “impegno” rischi a volte di confondersi con “interesse”, termine che risulta forse ancora meno chiaro, e che tutto ciò produca una confusione espressa in ragionamenti costruiti con idee errate e argomenti vuoti, in apparenza espressi limpidamente in affermazioni come “i giovani non si interessano di politica”, “i giovani non s’impegnano in politica”, “grazie al web i giovani tornano a interessarsi di politica”, “c’è un ritorno di impegno dei giovani in politica”, “la gerontocrazia soffoca l’impegno dei giovani in politica” (espressione che non concerne l’età media dei dipendenti e dei dirigenti nell’amministrazione pubblica), eccetera.


Riflessioni politiche sull’Italia a partire dalla questione della legge elettorale

28 febbraio 2014

La questione della legge elettorale non è solo un tecnicismo, come spesso sembra a causa dei modi del dibattito italiano, ma un punto importante per ragionare su che tipo di governo, di architettura costituzionale e di Repubblica si voglia costruire. Specie di questi tempi, della terza maggioranza non eletta, del terzo governo fatto a tavolino, e forse dell’ultimo politico sul quale si concentrano le speranze di molti, non tanto per le capacità presunte di tale politico, quanto perché è forse l’ultimo che ci è rimasto da provare, prima di finire di nuovo nelle braccia di Berlusconi o nelle grinfie della terribile coppia Casaleggio & Grillo.

Proporzionale o maggioritario?

Giuristi e studiosi della Costituzione come Stefano Rodotà e Lorenza Carlassare (nel recente saggio Nel segno della Costituzione, Milano, Feltrinelli, 2012) sostengono che il sistema proporzionale è quello al quale pensavano i costituenti redigendo la Carta: dunque il proporzionale sarebbe il sistema elettorale più coerente con i valori e i principi costituzionali. La ragione è nell’equilibrio dei poteri: il capo del governo non è eletto direttamente ma nominato dal Presidente della Repubblica sentite le parti e sulla base delle quote di rappresentanza che ciascuna parte ha conseguito. L’esecutivo è sottoposto a una doppia azione di vigilanza da parte del Presidente della Repubblica, che ratifica i provvedimenti, e del Parlamento, che discute e approva le proposte di legge. L’azione di vigilanza, come mostrerò più avanti, non è prerogativa dell’immagine del Parlamento secondo il sistema proporzionale.

Ne L’officina della Costituzione italiana 1943-1948 (Milano, Feltrinelli, prima edizione, 2000), Domenico Novacco ricorda che Piero Calamandrei, come anche Giuseppe Dossetti, sosteneva il sistema presidenziale: riteneva, a ragione, che la frammentazione parlamentare avesse indebolito lo Stato e spianato la strada al fascismo (p. 106, 123). E’ allora bene precisare che nella Costituzione non c’è alcun avallo a una legge elettorale di tipo proporzionale, a meno di non voler risalire alle intenzioni originarie di alcuni costituenti, per altro non condivise da tutti (pp. 135-136). Per questo non ritengo valide le argomentazioni di Rodotà e Carlassare. Aggiungo che il sistema parlamentare ha raggiunto il bicameralismo perfetto solo a partire dal 1953, e che non è mai stato adeguatamente bilanciato da regole e statuti dei partiti. La repubblica parlamentare è sempre stata una repubblica dei partiti.

Il punto dirimente è quale funzione si intende debba ricoprire il Parlamento. E’ evidente che da qualche anno questa funzione è cambiata. Il governo Letta utilizzava il Parlamento come macchina di approvazione di leggi stabilite in Consiglio dei Ministri (Primo Di Nicola, Parlamento molto lavoro per nulla, “L’espresso”, ottobre 2013) Il governo Monti procedeva a colpi di fiducia per far approvare i propri provvedimenti a causa dell’urgenza di questi e per il poco tempo a disposizione prima di nuove elezioni, ma anche a causa dell’eterogenea maggioranza che lo sosteneva. Questo stratagemma è stato spesso utilizzato dall’ultimo governo Berlusconi e dal precedente governo Prodi, in entrambi i casi per la stessa ragione: zittire pezzi non allineati della maggioranza ed evitare il rischio di perdere voti determinanti.

Tuttavia è sbagliato credere che simili comportamenti siano propri della recente politica – e magari effetto di una legge elettorale semi-maggioritaria: se oggi il conflitto e il dissenso di gruppuscoli o singoli parlamentari appare così alto, ieri si lavorava dietro le quinte per trovare i giusti equilibri. Del resto basta considerare le durate dei governi della Prima Repubblica, molti caduti ben presto a causa di letterali colpi di coda, cioè assestati nel retroscena.

Non si tratta dunque di decidere tra proporzionale e maggioritario come se si dovesse davvero scegliere tra rappresentanza in Parlamento e stabilità di governo. Forse in certi tempi conviene garantire più rappresentanza e in altri più stabilità? Come è possibile decidere quando un sistema elettorale risulta più conforme ai tempi? Questo sembra un modo sbagliato di porre il problema.

Si sostiene, inoltre, che in un periodo di crisi è necessario garantire stabilità di governo, come se in tempi floridi convenga o sia possibile avere esecutivi ballerini. Quando si sostiene un argomento il suo contrario deve essere coerente: se è una bizzarria, come in questo caso, o se è fumoso, come nel caso visto poco prima, non è possibile contro-argomentare; pertanto l’argomento sostenuto è un modo sbagliato di discutere del problema oppure si tratta di uno stereotipo.

Piuttosto che ragionare in questi termini conviene guardare con quali leggi elettorali si è votato negli ultimi anni: due semi-maggioritari, il Mattarellum e il Porcellum: il primo non era in grado di garantire un esecutivo stabile a causa del metodo dello scorporo per ricompensare i partiti minori e garantire loro posti in Parlamento; il secondo era il prodotto di una combine studiata a tavolino per impedire la vittoria del centro-sinistra nel 2006 con elementi deleteri per la vita democratica del paese. Con quale legge elettorale si intende sostituire il Porcellum? E’ stato proposto un referendum, bocciato dalla Consulta, per il ritorno del Mattarellum, male minore rispetto al Porcellum; ora sembra forse poter esserci un accordo per una nuova legge elettorale. Si tratterà di un semi-proporzionale o di un semi-maggioritario? Non ci si accorge che dai “semi-” non crescono piante sane ma mostri parlamentari? Se c’è una simile bozza, non sembra affatto prospettarsi come una soluzione per il medio termine: si tratterrebbe solo di un rattoppo utile per la prossima turnata elettorale, ma, credo, poi si tornerà presto a discutere di una nuova legge elettorale.

Si tenta di formulare una riforma elettorale guardando a modelli stranieri (alla tedesca, alla spagnola, alla francese ecc.) senza alcuna considerazione per la realtà italiana. Piuttosto converrebbe davvero prestare ascolto ai giuristi i quali sostengono che il modello proporzionale è il più coerente con i valori e i principi della Costituzione. Una riforma costruita a partire dalla realtà nazionale è sempre meglio della ricerca spasmodica del miglior modello estero. Oltre al fatto che, allargando il raggio di osservazione, cade l’argomento secondo il quale “il proporzionale, al contrario del maggioritario, non garantisce stabilità di governo”. Infatti Francia e Germania, pur avendo due sistemi elettorali del tutto opposti, non sembrano aver mai sofferto di instabilità di governo.

La questione è dunque più complessa di come di solito la si presenta. Non si tratta di scegliere tra stabilità del governo (maggioritario) e rappresentanza parlamentare (proporzionale). La stabilità del governo non dipende dalla riforma elettorale ma dalle persone, dalle regole e dai soldi con le quali sono i fatti i partiti e i movimenti politici. Il che mi conduce a segnalare un argomento correlato.

L’articolo 49 della Costituzione

L’articolo 49 della Costituzione recita:

Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.

E’ un articolo che piace quasi a tutti ma di cui pochi riescono a vedere la ragion pratica. Dove si sono mai visti siffatti partiti? Forse il Partito Radicale, o Democrazia Proletaria e altri partiti simili di estrema sinistra. E il Movimento 5 Stelle? Non mi pare ci sia tanta libertà per i “cittadini” rappresentanti né nell’associazione né, soprattutto, nel mandato.

Spesso si accusano gli odierni partiti di essere macchine di faccendieri, notabili, escort ecc. o delle insormontabili strutture gerarchiche. Ma non si può certo dire che i partiti della Prima Repubblica rispecchiassero il contenuto dell’articolo 49. Il che non vuol dire che non si abbia oggi bisogno di una riforma dei partiti; piuttosto, credo, un rinnovamento non può che venire dall’interno degli stessi, grazie a nuove persone, o dall’esterno, cioè da altri e nuovi partiti. Questo vale anche per le primarie. Non penso che ciò si possa fare per via legislativa o applicando l’articolo 49 della Costituzione di cui nessuno (o in pochissimi: ma io non li conosco), stando alla realtà dei fatti politici, riesce a immaginare una via pratica.

Prima di riprendere la questione della legge elettorale desidero fare due precisazioni su questo argomento. In primo luogo quando parlo di “nuove persone” non intendo per forza giovani: non è detto che un giovane (in quale intervallo di età far rientrare la categoria giovane?) abbia per forza le capacità di affrontare problemi complessi e proporre risoluzioni. In secondo luogo il rinnovamento dei partiti non riguarda solo i politici ma anche la società civile. Non si può certo dire che la società italiana, sia la popolazione sia il tessuto economico, sia del tutto immune da responsabilità circa l’attuale situazione del paese. Credere che cambiando i politici possa cambiare tutto è una banalità talmente mediocre che è meglio lasciarla all’immaginazione ingenua di un dodicenne e a un seguace grillino.

Sul Parlamento

Ho detto che la domanda più urgente alla quale si dovrebbe rispondere è: quale funzione si intende debba ricoprire il Parlamento? A mio avviso le funzioni possibili sono: (A) il Parlamento discute; (B) il Parlamento decide. I fautori del sistema proporzionale sono propensi a ritenere che la funzione del Parlamento debba essere la funzione (A). I sostenitori del modello maggioritario sostengono che sia la funzione (B). In entrambi i casi si sostiene valida quella funzione sancita dalla Costituzione: (C) il Parlamento controlla l’azione del governo. Dunque, se si considera solo la funzione (C) non mi pare si possa dire che in Italia sia preferibile il proporzionale al maggioritario. Inoltre, è evidente che, quando il Parlamento funziona solo come macchina per votare la fiducia di governo, come accade in Italia da un po’ di tempo, cade la funzione (C). Ed è altrettanto evidente che questo comporta dei problemi nell’equilibrio dei poteri.

Riguardo alle altre due funzioni, ritengo che la preferenza per la funzione (A) sia legata al retaggio mitico e retorico dell’assemblea ateniese. Non mi pare si tratti di un modello storico di possibile imitazione. Non è che una formula desueta, come quando si immagina Socrate pensando alla filosofia. Penso sia più concreta l’attribuzione della funzione (B): in Parlamento si decide sulla bontà o meno dei provvedimenti del governo, senza essere vincolati dal voto di fiducia, di apportarne delle modifiche, di depositare proposte per risolvere un qualche problema. Mi pare un’immagine più attiva e meno retorica del Parlamento. Mi pare un buon punto di partenza per preferire il maggioritario al proporzionale.

Luigi Einaudi, Contro la proporzionale

Luigi Einaudi, in un articolo del 1944 dall’inequivocabile titolo Contro la proporzionale (raccolto ne Il buongoverno, Laterza, Bari, nuova edizione 2004, pp. 56-63) ricorda un’espressione del primo ministro del primo governo laburista, Ramsay Mac Donald, il quale diceva che un’elezione non si tiene per fare il censimento dei gruppi d’opinione in cui si divide una società.

Questo articolo contiene argomenti ancora validi per preferire il maggioritario al proporzionale. Ecco cosa vi si dice circa la funzione del Parlamento:

L’errore massimo di principio della proporzionale è di confondere la lotta feconda delle parti, dei gruppi, degli ideali, dei movimenti, la quale ha luogo nel paese, con la deliberazione e l’azione dei parlamenti e dei governi. Nessun parlamento, nessun governo funziona se il sistema elettorale irrigidisce i partiti, i gruppi, le classi, i ceti sociali, le tendenze, le idee, dandone la rappresentanza esclusiva a talune persone elette perché mandatarie di quei gruppi o di quelle idee. Occorre vi sia un congegno il quale obblighi le idee, i gruppi, i ceti a cercare quel che essi hanno di essenziale, di comune con altri, a classificare i fini ed a rivolgere la propria azione verso quel fine che ha il consenso dei più.

Si noti che Einaudi non argomenta contro il proporzionale in quanto strumento elettorale che predilige la rappresentanza alla stabilità di governo, ma in quanto strumento che può risultare inefficiente per lo svolgimento delle funzioni proprie del Parlamento.

Il rappresentante parlamentare, o il gruppo al quale tale rappresentante appartiene, deve avere il polso della società: sia sapere cosa un certo territorio, del quale si porta la rappresentanza, vorrebbe per risolvere un determinato problema, sia sapere qual è la decisione migliore per il bene nazionale, e non per il solo bene di quel singolo territorio. Il Parlamento non deve essere luogo della lotta di particolarismi territoriali né di contrapposizione efferate tra idee. E’ necessaria una certa dinamica e flessibilità delle componenti parlamentari, problema che in Italia, da venti anni, riguarda anche la formazione delle coalizioni. Si ripensi alle brevi esperienze dei governi di centrosinistra per le quali vale quanto segue:

la proporzionale è il trionfo delle minoranze; ognuna delle quali ricatta le altre ed il governo, il quale dovrebbe essere l’espressione della maggioranza, per costringere parlamenti e governi a votare e proporre leggi volute dai singoli gruppi.

Questo argomento è valido anche per i sistemi semi-maggioritari, come quello tuttora in voga in Italia: nelle coalizioni i grandi partiti di maggioranza relativa possono essere ostaggio non solo dei piccoli partiti, ma anche dei loro alleati, i quali sanno di avere un potere di ricatto: far passare provvedimenti non graditi, o non far passare provvedimenti graditi, può comportare la sottrazione del sostegno e la caduta del governo. Il che, considerata la maggioranza tuttora presente, non sarebbe cattiva sorte; ma, nello stesso tempo, considerato che non c’è una vera e propria legge elettorale, non mi pare buon auspicio.

Ancora:

Insieme ai ricatti, la proporzionale favorisce il dominio dei comitati elettorali e toglie all’elettore ogni effettiva libertà di scelta dei propri rappresentanti.

Un elettore può conoscere il nome di pochi candidati tra tutti quelli presenti nelle liste (le famigerate lenzuola da portarsi in cabina elettorale). Il comitato elettorale propone un nome su tutti o il voto alla sola lista: di conseguenza è il gruppo politico, stando alla percentuale ottenuta, a scegliere chi va in Parlamento. Si dirà: dipende dall’ordine dei nomi nella lista. Poco male: basta candidare strategicamente dei nomi grossi in più collegi per poter sistemare i candidati a percentuale ottenuta. Di fatti un semi-proporzionale oggi è un sistema a liste quasi bloccate. Non mi pare che nelle nuove proposte sia previsto lo sblocco delle liste.

Si consideri quel che Einaudi scrive poco più avanti:

Più il metodo viene perfezionato, con i sistemi delle preferenze o dell’abbinamento delle liste o dei voti cumulati, più imbrogliamo la testa dell’elettore medio e più cresciamo il potere dei comitati che combinano le preferenze, i cumuli, gli abbinamenti.

E’ la più grande contraddizione del proporzionale, ovvero il suo stesso argomento che gli si ritorce contro: i fautori del sistema proporzionale sostengono che il parlamento è il luogo della rappresentanza delle opinioni; ma le pratiche o anche i trucchi a disposizione dei partiti fanno sì che questa rappresentanza non sia davvero garantita all’elettore (ribadisco che questa condizione è propria anche degli ibridi, semi-proporzionali o semi-maggioritari):

L’elettore buon uomo ha creduto di dare il voto a una lista perché in essa aveva veduto i nomi delle persone stimate e note, ed alla fine, con sua stupefazione, vede quei nomi cacciati in fondo alle liste, epperciò non eletti. In testa sono arrivati i traffichini, coloro che combinano e pasticciano liste, preferenze, cumuli e simiglianti imbrogli.

Qui bisogna anche chiarire che il voto dato per idea è un caso più raro che diffuso. Di solito gli interessi – non solo il portafoglio – precedono le idee. Più importante ancora è chiarire che il partito non è un’Idea, e che ciò valga per qualsiasi candidato del partito venga eletto. Questa formulazione appartiene o a un partito di ferrea disciplina, dove i candidati sono egualmente portatori delle stesse idee, e queste idee sono teoricamente limpide e fanno quadrare tutti gli argomenti fino alle minuzie, magari essendo anche in buona parte soluzioni pronte a problemi vari; oppure, come è più probabile, è una menzogna o un eccesso ideale. Un partito simile sarebbe antitetico all’articolo 49 della Costituzione. Scrive Einaudi:

I comitati, divenuti padroni delle elezioni, fanno degenerare l’istituto del mandato rappresentativo; che, se vale qualcosa, è un mandato di fiducia dato ad una persona (…). Ma i comitati non vogliono nei parlamenti uomini dalla coscienza indipendente; sì invece uomini che attuino quel programma che sta scritto nelle tavole della legge del partito o del gruppo o gruppetto (…).

Parole valide anche per il Movimento 5 Stelle, movimento prigioniero di fantomatiche consultazioni on-line, che il solo capo può permettersi di non rispettare (a meno di non sostenere che la richiesta dei voti on-line di andare alla consultazione con Renzi non avesse ragione nel godimento che il pubblico dell’attore prova per le sue esibizioni).

Col sistema proporzionale, inoltre, il candidato non conta in quanto tale ma in quanto nome che occupa un certo posto nella gerarchia della lista. Egli si candida in un collegio di grandi dimensioni, dove è difficile che la cittadinanza conosca tutti i candidati e che i candidati (magari soprattutto quelli in testa alla lista) conoscano la cittadinanza e il tessuto socio-economico di quel territorio. Una proposta semi-proporzionale, cioè con liste bloccate, che intenda proporre collegi più piccoli, come accade nel sistema maggioritario, sarebbe formula ancora più mostruosa: moltiplica le liste, i nomi dei candidati, i giochetti praticabili dalle segreterie generali e dalle direzioni locali dei partiti.

I collegi piccoli vanno bene unicamente con il sistema maggioritario. Singoli candidati, uno per partito si confrontano, qualcuno di loro magari scelto non dalla dirigenza nazionale ma per via delle primarie o grazie a un certo numero di firme depositate che sia proporzionale al numero degli elettori nel collegio. Tutti comunque conosciuti o disposti a farsi conoscere nel territorio, a discutere dei problemi ivi presenti.

Si può temere un’eccessiva libertà dei singoli candidati rispetto a mozioni e orientamenti dei propri gruppi. E’ possibile pensare a un secondo vincolo per il candidato oltre a quello che lo lega al territorio. Si tratta del doppio turno, possibile se nessun candidato ha raggiunto il 50% + 1 dei voti necessari a ottenere l’elezione diretta. Si tratterrebbe di un vincolo per lo stesso partito, “costretto” a scendere nel collegio, discutere con il proprio candidato, con gli altri candidati e gli altri partiti di sostegno alla ricerca dei loro voti trovando punti di accordo sulle rispettive proposte, infine con i cittadini e la realtà produttiva. Sarebbe la cerniera necessaria per tenere il territorio dentro la realtà nazionale e obbligherebbe il partito a formulare un progetto coerente e sostenibile.

Conclusione

Gli argomenti di Einaudi mi sembrano validi contro il proporzionale, ma anche contro sistemi ibridi, semi-proporzionali o semi-maggioritari. Questi ultimi sono ormai in voga in Italia. Non è solo una questione tecnica: insistere con gli ibridi è chiarissimo segno di incertezza costituzionale, di incapacità di disegnare una qualche struttura della Repubblica, di indifferenza alle sorti stesse del Paese.

Penso che il sistema maggioritario con collegio medio-piccolo uninominale a doppio turno sia il punto di partenza migliore per ripensare l’architettura costituzionale e repubblicana. Ma, se dovessero prevalere i sostenitori del proporzionale, allora preferirei un proporzionale puro con una ben definita soglia di sbarramento nazionale, piuttosto che nuovi ibridi. L’importante è che si sappia trarre le dovute conseguenze da questa idea di partenza.

Aggiungo che non si può non constatare la mancanza delle premesse per un buon funzionamento di un sistema maggioritario: candidati credibili e partiti rigorosamente pronti. Può consolare constatare che mancano anche le premesse per un buon funzionamento del sistema proporzionale: idee coerenti e partiti forti? Così in Italia si va avanti a congetturare dei sistemi “semi-” che non garantiscono un bel nulla.


Dubbi su certe analisi su Berlusconi e il berlusconismo

29 novembre 2013

La decadenza di Berlusconi dalla carica di senatore viene a sinistra salutata come “la fine del Ventennio”. È chiaro il riferimento all’altro Ventennio, quello storico. Tuttavia, il voto sulla decadenza non doveva essere che la presa d’atto della sentenza definitiva di condanna, alla quale si deve aggiungere la legge Severino sull’incandidabilità e l’immediata decadenza dei condannati all’ultimo grado di giudizio. Di per sé, la data del voto non ha nulla di storico.

Ciò che più mi preoccupa è l’analisi svolta dall’intellettuale di sinistra. Costui sembra credere di aver finalmente vinto una battaglia, durata venti anni, che combatteva con le sole armi della Ragione, della Giustizia, della Verità. Prendo la riflessione di Angelo d’Orsi, Berlusconi va, il berlusconismo resta.

Ora posso dirmi soddisfatto. […] Smettiamola di parlare e di auspicare una conciliazione impossibile. Io e qualche altro milione di connazionali che cosa abbiamo in comune con gli esagitati che urlano sotto il grande schermo, Silvio, Silvio, Silvio…?

L’intellettuale di sinistra ha in comune con gli esagitati innanzitutto il fatto di essere italiano. Solo per questo, dovrebbe proporre una riflessione più approfondita. Non partire da uno stato di “guerra civile” che contrappone i giusti (di sinistra) e i corrotti (di destra), non distinguendo coloro che guardano il grande schermo (banale allusione a Orwell, Citizen Kane, Mediaset ecc.) e colui che osserva i telespettatori. Non mi interessa proporre alcuna guerra civile o pacificazione nazionale. Mi importa soltanto segnalare che i due fronti opposti, essendo composti di persone varie e molteplici, potrebbero avere in comune molte cose: da certi programmi televisivi, alla passione per certo cinema, per un qualche tipo di evento, per un certo modo di comportarsi ecc.

Da quali caratteri dipende il berlusconismo o la berlusconite? Da quali, invece, l’antiberlusconismo o il vaccino contro la berlusconite? Se l’intellettuale di sinistra crede di essere puro e oltremodo purificato grazie a un voto sulla decadenza, finalmente arrivato dopo mesi di rinvii, si sbaglia di grosso. Non può che essere coinvolto in questa faccenda, sebbene cerchi di distanziarsene.

Così, proprio perché intellettuale e di sinistra, il giudizio politico mostra tutta la sua insufficienza:

Troppi italiani ne sono diventati portatori sani, ossia sono stati contaminati, e diffondono a loro volta quel virus [il berlusconismo].

Parla un cattivo medico che non è in grado di fare una buona diagnosi. Che cos’è il berlusconismo? Si tratta solo di voler imitare Berlusconi? Qui si tocca un punto cruciale, sul quale gli analisti del berlusconismo, a mio parere, sbagliano. Berlusconi non è assimilabile al fascismo e a Mussolini almeno in un punto: a differenza di Mussolini, Berlusconi ha costruito la propria fortuna politica soprattutto con la retorica del vittimismo. “Io sono vittima dei giudici di sinistra”, “Io sono vittima dei poteri forti dei salotti”, “Io sono vittima del complotto internazionale”. Dichiarandosi vittima, e subendo attacchi continui, non può che spaccare in due la società (“Berlusconi è vittima” VS “Berlusconi è colpevole”). Così facendo, tiene sotto scacco il discorso antiberlusconiano dell’intellettuale e della sinistra.

Una vittima, inoltre, può dirsi imitabile? Si crede che qualche milione di italiani, che continua a sostenere Berlusconi, ne imiti il vittimismo? Non credo. Al più, può generare rabbia, malcontento, rancore. Si crede che questa rabbia appartenga soltanto all’elettore di centrodestra, o, più precisamente, al berlusconiano? Non penso sia così ristretta la gamma degli incazzati. L’incazzatura fine a se stessa è comportamento tipico dell’italiano. Qualcuno dovrebbe scrivere una Storia dell’italiano incazzato sotto la Repubblica: troverebbe molto materiale su cui lavorare.

La degradazione sociale e culturale oltrepassa Berlusconi. Le qualità del carattere italiano sono qualcosa di più profondo che trascende questo ventennio. Forse si cementifica e assimila nell’altro Ventennio, quello storico. Il fascismo sarebbe l’espressione biopolitica più prossima al carattere italiano: godimento dell’inattività politica, pur di potersi occupare del proprio quotidiano; remissività all’adunata nazionale, sopportata, un tempo, come oggi si sopportano le tasse alte, la cattiva amministrazione, gli sperperi, l’insulsaggine del chiacchiericcio parlamentare – ci si lamenta in privato, o nel grande privato che è la televisione, si urla e ci si incazza, per sfogarsi, e, in fondo, accettare tutto (compito storico: come si sfogavano gli italiani durante il fascismo, quello più pervasivo degli anni Trenta?).

***

Berlusconi ha tenuto le redini del Belpaese per venti anni, con furbizia e mezzi finanziari. È furbo anche colui che ottiene un grande vantaggio personale alle spese di tutti gli altri, avendo loro fatto credere che avrebbero ottenuto solo vantaggi. Questa non è nient’altro che vecchia propaganda. Con quali mezzi Berlusconi è stato contrastato? Si è accettata la sua figura politica, sebbene questa, all’inizio, per il potere finanziario e mediatico che deteneva, fosse un’anomalia. Se un Murdoch decidesse di candidarsi alle elezioni presidenziali negli Stati Uniti, non godrebbe di un troppo largo vantaggio in partenza? Tutto questo, in Italia, è stato col tempo accettato; come ci si è fatta l’abitudine al comportamento squilibrato, in pubblico e in privato, di Berlusconi, o, per esempio, di Bossi (e di numerosi altri personaggi). I comici della televisione hanno, involontariamente, stemperato il clima: hanno mostrato i governanti del Belpaese come una scalcinata compagnia di maschere e burattini (compito, in realtà, piuttosto facile in partenza). Ma hanno dimenticato di rappresentare l’italiano medio. Con questo, hanno fatto credere che solo la parte politica del Paese è malata, mentre c’è una gran fetta della società civile sana e robusta.

Ma, allora, come è possibile che Berlusconi abbia vinto così tante elezioni? Come è possibile che si sia stati così politicamente passivi nei suoi confronti? Come è possibile che si sia permesso, e tuttora si permette, a Berlusconi, ma, direi allargando il campo, a tutti i politici, di rilasciare dichiarazioni e interviste senza ricevere controargomentazioni da parte del giornalista? Il giornalista come reggi-microfono: esempio chiaro e diffuso della facilità italica alla remissione. Ma anche il giornalista agguerrito, bellicoso, improvvisamente, di fronte al nemico, non affila il coltello, non sguaina la spada. Si ricordi la tragicomica puntata del programma di Santoro con ospite Berlusconi, nei giorni della campagna elettorale. Marco Travaglio, di solito combattivo, sembrava dire “è inutile parlare di lui, ora che lo vedete tutti: è colpevole, tutti lo sanno, non serve ripeterlo ancora una volta”. Santoro, invece, sembrava affascinato dal comportamento istrionico di Berlusconi, pregustando forse il boom di ascolti. Quel programma segnò l’inizio della risalita di Berlusconi alle elezioni.

L’italiano nel giusto non è meno remissivo del suo opposto. “È colpevole, non c’è dubbio”. Gli altri italiani, quelli che nella guerra civile si trovano dall’altra parte della barricata, sono altrettanto colpevoli, o difendono il loro leader sapendo che questi è colpevole: ma, o vogliono nascondere la verità, o la diffondono con arroganza. L’italiano giusto protesta, s’inalbera, va in piazza, firma appelli. Perché non con-vince gli italiani? Ma quali italiani potrebbe con-vincere? Non i propri nemici: con questi, tutti a loro modo berlusconiani, non c’è nulla da spartire. Allora, bisognerebbe con-vincere i propri amici? Ma così ci si chiude in un circolo vizioso! Si va in piazza per dirsi l’uno con l’altro di essere con-vinti: di sapere che “Berlusconi è colpevole”, e, nello stesso tempo, di essere vinti da questa colpevolezza. Berlusconi, infatti, con il suo vittimismo, non dice altro che: “Io sono vittima di questi signori che mi dichiarano colpevole”. E gli antiberlusconiani lo dichiarano colpevole. Si è sempre dentro la dicotomia Giusto VS Ingiusto. Basta rovesciarla in un modo o nell’altro, così da ottenere il quadro morale dei berlusconiani e degli anti-berlusconiani. Con questa analisi non si va da nessuna parte. Si rimane prigionieri del discorso di Berlusconi.

***

Ecco un esempio di circolo vizioso. Una riunione di varie decine di persone. Un’assemblea, un convegno, un incontro qualsiasi, per esempio la presentazione di un libro. I relatori e coloro che siedono in prima fila sono intellettuali o persone che si autodichiarano tali. Gli altri, l’uditorio, hanno la consuetudine di ascoltare. Si dice che bisogna rispolverare il senso critico. Si dice che bisogna tornare a fare della critica. Si dice che l’incontro è un modo per ricominciare a fare questa critica. Si smontano ideologie, menzogne, si denuncia il falso. Si va via soddisfatti, chi convinto di essere stato convinto, chi felice di aver convinto qualcuno. Ma il convinto era già convinto: non avrebbe partecipato all’incontro, se non fosse già stato convinto di parteciparvi; e il relatore non convincerebbe nessuno, se non parlasse attraverso mezzi e canali che gli permettono di raggiungere persone già, in qualche modo, convinte. Non si esce dal circolo vizioso. È lo stesso circolo vizioso della sfera pubblica. Coloro che argomentano e controargomentano restano delle loro posizioni, magari solo un po’ smussate. Si raggiunge un accordo, o l’uno vince sull’altro, solo se dall’accordo dipende una qualche azione congiunta, o ne va della relazione stessa tra i due argomentanti. Tutta la normatività della teoria dell’argomentazione serve a creare delle regole del gioco; ma si tratta di regole secondarie, che si possono anche non seguire. Quel che è certo, è che queste regole non servono a vincere una diatriba.

Del resto, se si esamina l’uso della propaganda (sia quella totalitaria, sia quella militante), si potrà vedere come questa non serve che a cementificare le opinioni, non a crearle, e come, per questo, non sfrutti tanto l’attività dello spettatore, bensì proprio la sua passività all’ascolto, la sua accondiscendenza. Generalmente, per la gran parte di opinioni che crediamo di avere, non facciamo altro che cercare di viaggiare su strade sicure, di avere quei pareri che non possiamo non avere. Non si tratta propriamente di quel che “vogliamo sentirci”, sebbene ci sia anche nella volontà una qualche componente passiva. Si tratta, piuttosto di quel che non possiamo non sentire.

Questa passività è comune e un tratto necessario della nostra esistenza. Ma, a volte, può diventare un ostacolo allo sviluppo. Non si riesce a procedere oltre perché si è troppo abituati al già-detto, al già-noto. Questo atteggiamento può addirittura diventare nocivo quando si diffonde a un aggregato sociale di opinioni.

***

L’intellettuale di sinistra non fa che ripetere quello che tutti già sappiamo da venti anni, e che si vorrebbe ripetere per altri venti anni ancora. Ma, per poter restare sicuri delle proprie idee, è necessario costruirsi la strada. Allora, stereotipi e mali che affliggono il Belpaese da tempo, o che sono da esaminare con più attenzione, diventano conseguenza del berlusconismo. Le lotte interne in un partito sono effetto del berlusconismo:

Basta guardare al PD – così prosegue l’ultimo estratto citato sopra – nella sua nomenclatura, nei nuovi quadri intermedi, i T-Q ascesi a cariche interne, o pseudo-elettive, sgomitando dopo essersi collocati nelle caselle degli aspiranti alla Segreteria, tifando il proprio leader di riferimento, che, ove vinca, saprà poi ricompensare i sostenitori.

Tutta “l’affare politico” diventa conseguenza del berlusconismo. L’alternativa è

ridare a tutti noi il gusto e il senso della partecipazione, ossia, il piacere della politica, quella nobile, che nasce nell’agorà, e seleziona dal basso le sue dirigenze; e, così, far rinascere, faticosamente, dalle sue ceneri la democrazia italiana.

Cose che, in realtà, storicamente, non sono mai accadute. Al grande schermo che ipnotizza, si oppone il sogno vacuo.

Berlusconi non è solo l’untore che sparge veleni. Come estirpare il virus del berlusconismo? Il medico-politico lavora a questo compito più alacremente di un ricercatore in laboratorio. Ma è come cercare di mostrare che l’omeopatia ha una solida base scientifica. Allora, l’intellettuale di sinistra ritiene, forse, che non c’è modo di guarire dal berlusconismo coloro che ne sono stati contagiati. Non resta che la guerra civile con le armi della democrazia. Ma con quali armi combattono l’intellettuale e la sinistra? Con le armi della con-vinzione? Si è visto che, in questo modo, ci si chiude in un circolo vizioso. Con le armi della partecipazione? Puro sogno vacuo. In verità – sostengono l’intellettuale e la sinistra – il virus ha contagiato anche coloro che non sono berlusconiani. È un virus potente, difficile da ostacolare – forse perché ineffabile. Si è sempre di meno a opporre resistenza. Si comincia a dare i numeri, non si riesce a fare la conta. Si credeva che tutti coloro che avevano votato per i referendum sull’acqua, i beni pubblici e contro il nucleare, fossero anti-berlusconiani; tutti coloro che scendono in piazza sono anti-berlusconiani; le migliaia di firmatari delle decine di appelli (quasi uno a settimana) sono anti-berlusconiani. Coloro che cliccano “mi piace” sul Facebook di Micromega, della Repubblica, di Travaglio ecc., sono anti-berlusconiani. Ma dove sono, allora, i berlusconiani? Si nascondono, girano in Ferrari, prendono gli aerei privati invece dell’autobus?

In realtà, l’intellettuale e la sinistra temono di essere in minoranza. Sebbene dichiarino di essere “milioni” contro dei supporters, hanno paura di essere milioni ma meno degli altri milioni. Tuttavia non si sa chi siano questi milioni. E, soprattutto, non si sa come avvenga la riproduzione, il contagio. “È colpa della televisione di Berlusconi”. In quanti hanno visto “Drive in” senza diventare berlusconiani? Quanti spettatori che si dichiarano di sinistra, o che non votano Berlusconi, contano “Le Iene” e “Striscia la notizia”? Il programma dei pacchi di Rai Uno è meno berlusconiano di Maria De Filippi? E non lo è, forse, un poco, anche il talent show di scrittori in provetta? E come poter cambiare rotta? Come guarire dal berlusconismo? O, meglio ancora, come impedire che il virus contagi coloro che non sono berlusconiani, per esempio le giovani generazioni? Non assomiglia un po’ a Berlusconi la maschera di V per vendetta?

***

Il contagio si diffonde, giunge facilmente a lambire l’isola sperduta della sinistra e degli intellettuali. Il Pd cerca il suo Berlusconi e, secondo l’intellettuale e la sinistra, lo ha trovato in Renzi. Un altro ventennio ci attende, un ventennio renziano? “Il Renzi, berluschino rottamatore”. L’analista deve trovare il nuovo Berlusconi per dare continuità alla propria lettura della società italiana, per poter ancora osservare con quei pochi strumenti di cui crede di disporre, lo smascheramento della menzogna, la critica dell’ideologia ecc. Per poter esistere, l’intellettuale e la sinistra devono trovare un nuovo Berlusconi. Ci hanno variamente provato:

  • “Di Pietro è il nuovo Berlusconi”,
  • “Vendola è il nuovo Berlusconi”,
  • “Grillo è il nuovo Berlusconi”,
  • “Renzi è il nuovo Berlusconi”.

Qualcuno sosteneva anche che “Monti è un po’ come Berlusconi”. Vedono dei berlusconi dappertutto, forse perché non riescono a vedere i cosiddetti berlusconiani, se non come macchiette e stereotipi, veri solo in minima parte. Sono ossessionati da Berlusconi.

Per poter esistere, per poter ancora credere di avere la convinzione di essere nel vero e nel giusto, bisogna credere nella venuta di un qualche nuovo Berlusconi, bisogna credere in un berlusconi. Solo così, l’intellettuale e la sinistra, forse sempre di meno, ma non si sa in quanti, possono tenere in vita il loro circolo vizioso.


La sinistra e gli intellettuali. Ovvero: quanto giovano alla sinistra gli intellettuali?

29 giugno 2013

Un tentativo di unire la sinistra

Il problema della sinistra

La sinistra del ‘900 è stata ad egemonia marxista. Simbolicamente, con il crollo del muro di Berlino, il marxismo ha perso la sua egemonia – a dire il vero erosa già almeno dal ’68.

L’opposizione sinistra / destra si può costruire in modi diversi: filosofici, politici, economici, sociali. Si possono stilare liste di valori ma in questo modo non si definisce storicamente questa opposizione. Tuttavia, mentre a destra si è passati da un’egemonia nazionalista a un’egemonia neo-liberista, per quel che riguarda la sinistra non si capisce quale sia la corrente ideologica egemone. Il socialismo? Non esiste una sua chiara formulazione ideologica. La socialdemocrazia, il keynesismo? Non sembrano, tuttora, aver guadagnato forza egemonica. Il mix di marxismo e keynesismo? Mi pare una formula astratta. L’economia sociale di mercato – di stampo giovanneo e ropkiano? È fin troppo sconosciuta per diventare corrente egemonica.

A queste correnti principali, bisogna aggiungere le idee che gravitano nella costellazione della sinistra e rappresentano delle spinte all’enunciazione di diritti; ciò che, tuttavia, non ha la forza di costituire corrente ideologica: questione femminile, questione omosessuale, questioni civili, libertà religiosa, questione ambientale ecc.

Di queste idee, formule teoriche che si presentano come correnti ideologiche – non a caso post-sinistra – sono de-generazioni ideologiche: decrescita, teoria dei beni comuni, anche il multiculturalismo. Sono tasselli, pezzi di un puzzle di cui non si conosce l’immagine da ricostruire (come si fa a ricostruire un puzzle se non si sa cosa bisogna ricostruire?).

Dall’articolo di Rossana Rossanda su “il manifesto” del 19/09/12, Da dove ripartire:

le difficoltà di una ‘sinistra’ sempre meno omogenea nell’interpretare contraddizioni e bisogni di un assetto sociale investito dalla crisi del socialismo reale e dal mutare della scena internazionale [dopo il 1945].

Poco dopo si parla delle “sinistre”.

Non esiste né launa sinistra dopo il 1989; esistono le sinistre. Non esiste possibilità di federare, connettere le sinistre perché manca una direttrice ideologica, una forza egemonica, una valenza che attrae i valori che gravitano intorno alla sfera della sinistra. La sinistra, dopo il 1989, è storicamente frammentata, costitutivamente “sinistre”.

In Italia la sinistra del secondo dopoguerra ha manifestato un importante senso delle istituzioni. Ma come non notare quella scollatura, un tempo retta da valori mitici (la Resistenza, la bandiera rossa), egemonici, che si è creata negli anni ’70 tra la società civile, il cui senso delle istituzioni era senso civile, e il Pci, il cui senso delle istituzioni riguardava uno Stato composto di forze democristiane? Un cittadino di fede comunista, allora, poteva ben dire: “Condivido con il Partito il senso delle istituzioni. Ma io non posso credere in quelle istituzioni governate dai democristiani. Il mio senso civile è, sì, di ispirazione nazionale, ma non è deferenza verso lo Stato. Io non mi riconosco in questo Stato democristiano”.

Le sinistre riflettono molto sugli anni ’80 e ben poco sui ’70 (se non per elogiare il ’77 o condannare il terrorismo). In questo decennio è riemersa la frattura società civile VS Stato e l’incrinatura dei rapporti della politica con il tessuto socio-politico. Il referendum sul divorzio e poi quello sull’aborto sono casi importanti per studiare, nella lunga durata, queste discontinuità. Senza formulare ragionamenti controfattuali, si può dire che il problema si è intensificato a causa del mancato divenire-istituzionale del Pci, nascosto nel compromesso storico (o meglio nella formula, per nulla proiettabile su spazio politico, e perciò significativa, delle “convergenze parallele”), ovvero della mancata trasformazione del Pci da partito di opposizione a partito di governo.

Nessuna immagine del puzzle. Come mettere insieme i tasselli? Nessun progetto politico: come proporsi quale partito di governo? Il Pci ha evitato queste domande.

Sono convinto che questo problema, la mancanza di egemonia, di una corrente ideologica dominante, riguardi almeno tutta l’Europa.

Il problema degli intellettuali

Intellettuale di sinistra

È curioso e notevole l’elenco di libri e saggi pubblicati negli ultimi cinque anni sulla sinistra: sulla sua crisi, la necessità di ripensarla, di darne un piccolo sunto storico, di suggerire qualche consiglio o ammonimento, oppure di farla finita con questa e, di conseguenza, con la tradizionale opposizione Sinistra VS Destra.

Premetto che:

  • prendo come data di partenza le elezioni del 2008, quelle che segnarono il ritorno di Berlusconi;
  • considero solo libri di autori italiani, che dunque riguardano specificamente il nostro panorama politico, escludendo saggi di scienza politica o di riflessione generale sullo stato presente della politica o sulla Costituzione;
  • inserisco alcuni esemplari di temi dibattuti a sinistra: beni comuni, laicità, ambiente, cooperativismo, omosessualità; si potrebbero aggiungere cultura degli italiani, berlusconismo, migranti, multiculturalismo, riformismo, neo-liberismo; così, tanto per ricordare che gli intellettuali pensano molto;
  • bisogna tenere conto di pressoché tutti i volumi delle riviste ItalianiEuropeiMicromegaAlternative per il socialismoResetCritica liberale, di buona parte dei numeri delle riviste Lo stranieroDiarioIl Mulino, del settimanale Left, dei siti web Tam Tam democraticoSbilanciamociSinistra in rete. Certamente ne dimentico qualcuno.

Ecco l’elenco.

2013 (aggiornato a giugno)

Piero Sansonetti, La sinistra è di destra; Matteo Renzi, Oltre la rottamazione; Alex Foti, Essere di sinistra oggi: guida politica al tempo presente; Carlo Galli, Sinistra: per il lavoro, per la democrazia; Massimo D’Alema, Controcorrente: intervista sulla sinistra al tempo dell’antipolitica; Walter Veltroni, E se noi domani. La sinistra che vorrei; Vladimiro Giacché, Ci fu una volta la sinistra: ovvero il silenzio dei post-comunisti; Alberto Lucarelli, La democrazia dei beni comuni; Alberto Lucarelli, La democrazia possibile. Lavoro, beni comuni, ambiente per una nuova passione politica.

2012

Michele Salvati, Destra e sinistra: le radici della dicotomia e il caso italiano; Salvatore Biasco, Ripensando il capitalismo: la crisi economica e il futuro della sinistra; Paolo Ferrero, Pigs: la crisi spiegata a tutti; Fausto Bertinotti, Le occasioni mancate: 1991-2001-2011; Pietro Reichlin, Pensare la sinistra: tra equità e libertà; Luca Taddio, Quale filosofia per il partito democratico e la sinistra; Matteo Orfini, Con le nostre parole: sinistra, democrazia, eguaglianza; Matteo Renzi, Stil novo; Bruno Jossa, Cooperativismo, capitalismo e socialismo: una nuova stella polare per la sinistra; Stefano Fassina, Il lavoro prima di tutto: l’economia, la sinistra, i diritti; AAVV, Teatro Valle Occupato. La rivolta culturale dei beni comuni; Maria Rosaria Marella, Oltre il pubblico e il privato. Per un diritto dei beni comuni; Stefano Rodotà, Il diritto di avere diritti.

2011

Federico Rampini, Alla mia sinistra: lettera aperta a tutti quelli che vogliono sognare con me; Paolo Favilli, In direzione ostinata e contraria: per una storia di Rifondazione Comunista; Davide Allegranti, Matteo Renzi: il rottamatore del Pd; Salvatore Biasco, La crisi e la sinistra europea; Pierluigi Bersani, Come abbiamo vinto i referendum. Dalla battaglia per l’acqua pubblica alla democrazia dei beni comuni; Alberto Lucarelli, Beni comuni. Dalla teoria all’azione politica; Ugo Mattei, Beni comuni. Un manifesto; Ugo Mattei, L’acqua e i beni comuni; Stefano Rodotà, Elogio del moralismo.

2010

Nichi Vendola, Riaprire la partita: per una nuova generazione di buona politica; Mattia Granata, Sinistra e mercato: un matrimonio difficile, ma necessario; Carlo Galli, Perché ancora Destra e Sinistra; Cristina Cosentino, Vendola il volto nuovo della sinistra; Franco Cazzola, Qualcosa di sinistra: miti e realtà delle sinistre al governo; Aldo Eduardo Carra, Un paese da scongelare: troppe disuguaglianze e poca mobilità sociale; una sfida per la sinistra; Emilio Carnevali, Liberista sarà lei! L’imbroglio del liberismo di sinistra.

2009

Alberto Burgio, Senza democrazia. Un’analisi della crisi; Nicola Tranfaglia, Vent’anni con Berlusconi: 1993-2013, l’estinzione della sinistra; Jacopo Tondelli, Sceriffi democratici: la metamorfosi della sinistra; Adriano Sofri, Il nodo e il chiodo: il libro per la mano sinistra; Alberto Abruzzese et al., Ricominciamo dalle periferie: perché la sinistra ha perso a Roma; Marco Revelli, Sinistra e destra: l’identità smarrita; Augusto Illuminati, Per farla finita con l’idea di sinistra; Stefano Rodotà, Perché laico; Francesco Raparelli, La lunghezza dell’Onda: fine della sinistra e nuovi movimenti; Mario Morcellini e Michele Prospero, Perché la sinistra ha perso le elezioni?; Luigi Manconi, Un’anima per il PD: la sinistra e le passioni tristi; Jacopo Iacoboni, Profondo rosso: la sinistra perduta; Franco Giordano, Nessun Dio ci salverà: riflessioni sulla sinistra italiana tra sconfitta e speranza scritte con Andrea Colombo; Biagio De Giovanni, A destra tutta: dove si è persa la sinistra?; Salvatore Biasco, Il deficit della proposta politica: per una cultura da ricostruire della sinistra; Michele Dalai, E’ facile smettere di perdere se sai come farlo: idee di sinistra per la nostra sinistra, subito; Gianni Cuperlo, Basta zercar: sinistra, traslochi, Partito Democratico; Vannino Chiti, La sinistra possibile: il Partito Democratico alle prese con il futuro; Salvatore Biasco, Per una sinistra pensante: costruire la cultura politica che non c’è; Giovanni Bianchi, Solo la sinistra va in Paradiso; Alessandro Amadori, Silvio tu uccidi una sinistra morta! Perché Berlusconi ha vinto e vincerà ancora; Sabino Acquaviva, La fine di un mito: destra, sinistra e nuova civiltà.

2008

AAVV, Sinistra senza sinistra; AAVV, La sinistra e l’economia; AAVV, Sinistra e Destra allo specchio; Raffaele Simone, Il mostro mite: perché l’Occidente non va a sinistra; AAVV, Senza più sinistra: l’Italia di Bossi e Berlusconi; Costanzo Preve e Luigi Tedeschi, Alla ricerca della speranza perduta: un intellettuale di sinistra e un intellettuale di destra “non omologati” [sic] dialogano su ideologie e globalizzazione; Federico Fornaro, L’anomalia riformista: le occasioni perdute della sinistra italiana; Ferruccio Capelli, Sinistra light: populismo mediatico e silenzio senza idee; Danilo Breschi, Sognando la rivoluzione: la sinistra italiana e le origini del ’68; Riccardo Barenghi, Eutanasia della sinistra; Marco Alfieri, Nord terra ostile: perché la sinistra non vince; Fulvio Grimaldi, Mamma ho perso la sinistra.

Si possono notare

  • un numero maggiore di pubblicazioni negli anni 2009 (dopo la sconfitta elettorale) e 2012 (prima delle elezioni);
  • due libri su/con Vendola nel 2010 (quando questi chiedeva le primarie del centrosinistra sentendo vicine le elezioni e l’occasione di diventare il leader);
  • due libri di Renzi e uno su Renzi tra il 2011 e il 2013;
  • una serie di pubblicazioni piuttosto lugubri nel 2008 (anno della débacle della seconda esperienza del governo di centrosinistra).

Ovviamente questo elenco non comprende movimenti nati, tuttora vivi o nel frattempo morti nel periodo considerato; articoli su giornali, su settimanali, web; appelli a costituire una “rete di tutte le sinistre”, dispute in assemblee; interviste a politici, intellettuali, docenti universitari; lettere al direttore, interventi sulla stampa culturale e sulle terze pagine; qualsiasi altro testo di statuto militante. Ma, ahimé, non credo di aver fornito una bibliografia esaustiva. Me ne scuso.

Non so se qualcuno, notando la fortuna editoriale (certamente di produzione, non so se anche di lettori) della sinistra, ne abbia scritto da qualche parte. Penso sia un tema interessante in un paese, come il nostro, in cui la sinistra riesce a non-vincere le elezioni arrivando prima, o a vincerle per governicchiare qualche anno fino allo scoppio di litigi interni.

Possibile che, pur contando su un così vasto numero di menti pensanti, invece di conquistare nuovi voti, la sinistra veda erodersi il consenso anche nelle “regioni rosse”? Non sarà forse che l’intellettuale di sinistra, più che inutile, è nocivo?

La sinistra, si può dire, assomiglia a quel tale che cammina trafelato e occhialuto a testa bassa e con parecchi giornali e libri sotto braccio, costantemente preoccupato di mantenere con coerenza la sua strada, pur ignorando di quale strada si tratti (cooperazione, socialdemocrazia, “ripensare il Welfare State”, nuovo socialismo o liberismo di sinistra) e verso dove voglia andare.

Chi ha voglia di riflettere sulla sinistra come condizione storica (“che cos’è la sinistra?”), o esistenziale (“che vuol dire essere di sinistra?”), o tragica (“dove è finita la sinistra?”) dovrebbero tenere conto dei molti rimandi che troveranno all’interno delle diverse pubblicazioni.

Altri, considerata la mole bibliografica e lo scarso peso dell’argomento nella effettiva vita politica (perfino in quella di un partito o di un movimenticchio), potrebbero studiare il fenomeno, se questo, cioè, possa aspirare, negli anni, a diventare un elenco pantagruelico.

(NB 25/07/2013: Renzi compra libri alla Feltrinelli di Roma. Chi se ne frega – si direbbe; e invece no! Ci interessa eccome sapere che (a) Renzi acquista un libro dell’idraulico fallito Zygmunt Bauman (quello che scrive di società e persone liquide senza riuscire a trovare la manopola per chiudere il rubinetto): poi ci si chiede il perché questi politici non capiscono punto quel che accade oggi; (b) Renzi non acquista nemmeno un libro sulla sinistra! Come può prendere parte a dibattiti in cui ci si chiede “che cosa è, oggi, la sinistra”? I libri sopra elencati dovrebbero essere letture obbligatorie, come la lettura di Schlegel, Novalis, Coleridge ecc. per coloro che si occupano di Romanticismo).

(NB 26/07/2013: il lettore curioso può seguire l’interessante dibattito sulle pagine culturali del quotidiano “la Repubblica”. Oggi tocca a Staino, secondo il quale essere di sinistra è quasi un dono naturale di sensibilità verso l’Altro. Non è una citazione letterale: ho ascoltato l’articolo letto su Radiotre mentre sbuffavo più per Staino che per il caldo. Giunto in biblioteca, trovo fresco fresco Antonio Polito, In fondo a destra. Cent’anni di fallimenti politici. Mi basta che ci sia scritto “destra”. Di altri libri, nuovi o vecchi, non ricordo il titolo. Poi sul sito di Micromega trovo di Alfonso Gianni Il futuro del possibile soggetto politico nuovo della sinistra. Non lo leggerò mai: non concordo con la distribuzione degli aggettivi da parte dell’autore – o del redattore. Possiamo dire di averne abbastanza per l’estate? Attendiamo con ansia notizie sulle future assemblee del PD).


“La fogna della politica”, “la democrazia del broglio”. Il pulpito dell’antipolitica come fonte di verità e organo di pulizia

8 settembre 2012

Che Il Fatto Quotidiano sia l’organo di stampa ufficiale di Beppe Grillo e del Movimento 5 Stelle non è una notizia, come non sembra esserlo, a detta dei suoi sostenitori, il fuorionda di Giovanni Favia. Tuttavia alcune conseguenze meritano di essere valutate.

Il Fatto Quotidiano esce l’otto settembre con ben due editoriali a difesa del Movimento 5 Stelle; o meglio: a difesa della sua “testa”: Beppe Grillo e Gianroberto Casalegno.

Ferruccio Sansa, Democrazia del broglio, esordisce:

Chi è senza peccato scagli la prima tessera. Da destra a sinistra, tutti contenti oggi che è esploso il “caso Favia”, ma andando a pescare nel passato recente quanto a trasparenza interna trovi storie degne di “Totò e Peppino alle primarie”. Trovi partiti con più iscritti che votanti, altri che hanno tesserato novantenni inconsapevoli, perfino avversari politici.

L’argomento è quello tipico di Travaglio, metaforizzabile con frasi evangeliche come “Chi è senza peccato scagli la prima pietra” o “Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non t’accorgi della trave che è nel tuo?”; oppure con il detto “Da che pulpito viene la predica”.

Il secondo editoriale è di Marco Travaglio, Il diavolo veste Grillo. Ecco l’esordio:

Ve l’immaginate un fuorionda di un consigliere regionale del Pdl o del Pd su B. o D’Alema che spadroneggiano nei rispettivi partiti? Non lo trasmetterebbe nessuno, per mancanza di “notizia”. Invece il fuorionda-findus del consigliere di 5 Stelle Giovanni Favia, scongelato da Piazzapulita dopo tre mesi di freezer, è la notizia del giorno.

Travaglio afferma che la notizia non esiste perché manca il “fatto”: da anni, sostiene, il Movimento 5 Stelle, “fondato cinque anni fa da Grillo e Casaleggio”, discute di problemi di democrazia interna; lo sfogo di Favia risale alla cacciata di Tavolazzi, il quale voleva che il Movimento si trasformasse in partito. Inoltre Favia è uno dei più votati e dei più brillanti esponenti del movimento.

Si potrebbe rispondere a Travaglio che dissensi all’interno del Pdl e del Pd sono emersi numerose volte in forma di interviste a sindaci e consiglieri regionali. O si potrebbe fargli notare che un esponente di un gruppo politico non meriterebbe di essere espulso solo perché sostiene una linea di minoranza: allo stesso modo il Pdl avrebbe dovuto già espellere Pisanu e il Pd Veltroni. Ma non è questo ciò di cui mi interessa discutere. Non è nemmeno necessario prendere in considerazione il tentativo, denunciato da Travaglio, di mettere il Movimento 5 Stelle sullo stesso piano degli altri partiti. E’ invece più interessante soffermarsi sulla prospettiva e sul linguaggio di questi articoli, esemplari nella lotta contro l’attuale politica.

“Da che pulpito viene la predica!” – esclama Sansa e ribatte Travaglio. L’accusa, a sua volta, non è lanciata dalla piazza dove si raduna la folla, ma da un altro pulpito, più in alto del precedente. Michele Serra ne individua il contesto, il web, nel suo editoriale su la Repubblica Quella fede incrinata:

La forza (e/o la presunzione) delle Cinque Stelle, infatti, sta soprattutto nell’idea di appartenere a una cultura mediatico-politica superiore. Nella convinzione che il web consenta di bypassare qualunque altra forma di mediazione e di comunicazione.

Il web è superiore a ogni altro media in informazione e comunicazione, non solo per la molteplicità di notizie che si possono trovare, navigando trasversalmente tra siti e blog. Questa condizione di “libertà” risulta superata dall’individuazione di “isole della verità”: sul web, e non su altri media, circolano notizie vere, fatti, laddove la verità non è data da elementi di contenuto o dalla forma degli enunciati ma innanzitutto dalla fonte.

Vi è un secondo dato di superiorità: la possibilità di aggregazione che il web consente rispetto a ogni altro media. Le interazioni personali si traducono facilmente in relazioni sociali e politiche senza più intermediari, centri di aggregazione e di opinione. Michele Serra lo spiega citando Beppe Grillo:

C’è un’idea salvifica (quasi religiosa) del web, non più e non più soltanto prodigiosa innovazione tecnologica, ma strumento di vera e propria palingenesi sociale che riesce a “mettere al centro la persona” superando (anzi “sopprimendo”, scrive Grillo) ogni precedente forma di “intermediazione economica e politica”.

La macchinosa, spesso indecente – aggiunge Serra – crisi delle vecchie forme di rappresentanza risolta da un medium che, lui sì, è finalmente il messaggio, è la Rivelazione.

Che il web sia questa sorta di superficie liscia in cui ogni persona può esprimersi allo stesso modo delle altre e dove si costruiscono relazioni equivalenti e partecipazioni dal basso, è palesemente falso. Ciò contraddice l’esistenza stessa del blog di Beppe Grillo e del Movimento 5 Stelle, la cui esistenza in rete è del tutto dipendente dal sito personale del comico genovese.

La fonte di verità non solo non può essere alla pari con qualsiasi altra persona, ma funge da centro aggregatore di utenti ed è iniziatrice della parola, del verbo. Non esisterebbe alcuna “notizia” o “fatto”, secondo il pensiero di Travaglio, dove discorso e oggetto del discorso corrispondono alla realtà e sono verità, senza la fonte originaria: Beppe Grillo e la sua protesi, il Movimento 5 Stelle, Marco Travaglio e la sua protesi, Il Fatto Quotidiano.

Solo da quel pulpito è possibile emendare giudizi, dare valutazioni; da qui ricevono legittimazione gli adepti della parola salvifica della fonte di verità. Ne sono esempi il Passaparola di Travaglio, dove si passa la Parola, quella di Travaglio, dopo averla silenziosamente ascoltata, e i monologhi dello stesso giornalista nei programmi televisivi di Michele Santoro: sono discorsi-verità pronunciati da un pulpito gerarchicamente superiore a quello dal quale predicano politici e giornalisti comuni. Allo stesso modo Travaglio, la cui parola corrisponde sempre alla realtà ed è sempre verità, contesta politici e tecnici prestati alla politica le cui parole non corrispondono alla realtà e sono menzognere – le balle. Questo strumento politico distribuisce accuse e condanne e fa parte del processo di semplificazione che inevitabilmente il pulpito mette in moto e legittima.

Il Vero, il Giusto, il Buono sono prerogative di questa fonte. La conseguenza politica è la dicotomia netta e lacerante rispetto a coloro che occupano livelli politici e mediatici inferiori: Noi VS Loro, Buoni VS Cattivi, Giusti VS Corrotti, Vero VS Falso. Noi siamo dalla parte del vero, voi siete dalla parte del torto. Le dicotomie semplificano il quadro politico, riducono sistemi e processi politici a cose elementari. Secondo Michele Serra ciò che colpisce della “ideologia del web” è

l’idea semi-folle che un processo complicatissimo come la democrazia possa d’un tratto sustanziarsi in rete non fa paura, fa soltanto tenerezza, tanto profondo è l’equivoco tra le facoltà enormi che la rete aggiunge alla vita umana, e una sua presunta possibilità di redimere la società da ogni imperfezione.

Esplicitata la verità, articolata la perfetta e coerente assiologia di fondo, possono di conseguenza pullulare giudizi di valore su politici, giornalisti, sulla società intera, opinioni per lo più riassumibili nei motti più rozzi e grossolani, quelli che, capaci di sintesi, prevalgono negli spazi web per il commento. Grida che reclamano giustizia, verità, legalità lanciando accuse: Napolitano è stato intercettato, deve rivelare il contenuto delle sue conversazioni; i politici hanno fallito e rubato, tutti in galera; urla che invocano soluzioni immediate: abbattere l’evasione fiscale, eliminare la corruzione, cancellare ogni forma di illecito. In una sola parola “fare piazza pulita”.

Dal pulpito si incita la folla. Sansa titola il proprio editoriale “La democrazia del broglio”, Travaglio così conclude il proprio pezzo:

Se riusciranno [i partiti politici] a inventare un sistema di selezione dei candidati davvero trasparente, avranno vinto. Se no, gli sconfitti non saranno loro, ma tutti gli italiani che magari non li votano, ma neppure si rassegnano a questa fogna chiamata politica.

Dal pulpito si diffonde la verità, la parola giusta e buona, ma anche l’accusa, la condanna contro quella realtà che non corrisponde alla propria parola. Questo desiderio di voler vedere una realtà che corrisponde alla propria visione, ritenuta buona, vera e giusta, e quindi non relativa rispetto ad altre visioni ma la sola visione che si rispetti, è forse uno dei tratti più interessanti e meno sottolineati di come il pulpito ha costruito la propria identità. Sembra il cuore dell’antipolitica come sfilacciamento della tela che tiene il tessuto sociale (Politica e Antipolitica su Teoria & Pratiche). Infatti la condanna non è una proposta di riforma della realtà, intesa come ri-composizione della realtà a partire dai suoi dati: la proposta è tutta contenuta nelle strilla di folla. Il pulpito vuole la pulizia della realtà condannando coloro che la inquinano e che fanno sì che questa non corrisponda alla propria visione. Non c’è alcun paradosso: la verità informa sulla realtà, svelandola in quanto tale, senza quel velo menzognero nel quale l’avvolgono i media e i politici; la condanna accusa quella realtà, e soprattutto i suoi manipolatori, di essere così lontana e distante dalla Vera verità, dalla Vera giustizia, dalla Vera bontà.

Il pulpito è così, nello stesso tempo, “fonte di verità” e “organo di pulizia”: mandante dell’azione pulitrice della realtà, di coloro che devono “spazzare via” gli agenti inquinanti che hanno fatto sì che essa deviasse il suo corso dalla verità. Per questo si moltiplicano le voci di condanna, la fogna politica, la democrazia del broglio: non è vera politica, non è vera democrazia. Tralascio i ragionamenti su improbabili complotti (uccidere Beppe Grillo?) e irricevibili metafore (la fine di Bossi? Come nel finale de Le iene).

Luigi Manconi, nell’editoriale C’è una sinistra che fa la destra, ha centrato il problema. Il punto, infatti, non è ciò che si critica, ma sia il modo (il linguaggio) sia la prospettiva (il pulpito) dalla quale lo si critica, ciò che fa sì che il pulpito diventi nello stesso tempo fonte di verità e organo di pulizia. L’intero spazio politico ne sopporta le conseguenze. Prendendo a esempio un titolo de Il Fatto Quotidiano “In un paese di ladri” (5 aprile), Manconi scrive:

Sembra un titolo come tanti, ma è invece straordinariamente significativo del ragionamento che qui intendo fare. Innanzitutto perché la sacrosanta lotta alla corruzione diventa, con quelle cinque parole, non solo il punto di vista del quotidiano, ma anche qualcosa di simile a una “visione del mondo”. Come si fa, infatti, a definire l’Italia, ma anche solo il suo sistema politico e istituzionale come un universo di mascalzoni?

Qui non si esprime solo il qualunquismo che fa di tutta l’erba un fascio, che azzera le differenze, che livella le biografie individuali e le storie collettive; qui si manifesta, piuttosto, un’idea della società come un’unica macchina del malaffare (…). Siamo di fronte o all’idea di un’unica e sola e omogenea struttura dispotica – e va dimostrato che l’Italia attuale sia questo – o alla proiezione paranoide di una concezione autoritaria e disperata della vita sociale.

Assunto un blocco sociale, economico, politico come corrotto, ingiusto, illegale, falso, realtà inquinata, il solo mezzo per cancellarlo è spazzarlo via, fare piazza pulita:

Se viviamo in un “Paese di ladri”, – prosegue Manconi – è inevitabile che il primo e principale slogan politica coincida col grido di Giorgio Bracardi: “in galera”. Ed è conseguente, ancora, che la preoccupazione di una presunta “difesa sociale” prevalga sempre sulla tutela dei diritti individuali.

Dalla prospettiva del pulpito, da dove parlano Grillo, Travaglio, spesso Di Pietro; diffondendosi questo punto di vista nella folla, caricata dalla parola di verità e incitata a condannare e ad accusare: ogni argomento propriamente politico, come i diritti, lo Stato sociale, l’ambiente ecc., è innanzitutto preceduto da ciò che Manconi chiama “difesa sociale”: il desiderio e il bisogno di pulizia della realtà. Ciò che fa essere eroi i magistrati e che sostituisce la giustizia alla fogna politica. Manconi sostiene giustamente che questa manovra formi

un’opinione pubblica convinta che la dimensione più sordida e oscura sia quella che domina l’intera collettività e tutte le relazioni interpersonali.

Per cui

Ne deriva inevitabilmente che la grande questione dei diritti umani e delle garanzie individuali (…) risulti totalmente ignorata (…): il problema dell’Ilva sembra essere solo quello delle sanzioni nei confronti dei proprietari e dei dirigenti, e non l’enorme questione dello sviluppo sostenibile.

Di conseguenza gli argomenti classici della politica non sono più rilevanti: poiché il modo in cui si deve agire sulla realtà non è la ri-forma (nel senso di cui ho detto sopra), ma la pulizia, il messaggio del pulpito coincide per intero con quest’ultima azione, nel tentativo di trasformare un desiderio in volontà (appelli a sostegno dei magistrati, raccolta di firme contro politici ecc.), e nella convinzione che la realtà sia una, ora inquinata da sostanze nocive, per cui basta spazzare via queste sostanze per ritornare alla vera realtà ri-pulita. Ovvero: basta cambiare le persone per cambiare il mondo.

Quest’idea può solo provenire da chi ritiene che sia la realtà a non essere adeguata alla propria unica e vera visione del mondo. La patologia giustizialista, o, si potrebbe dire “puliziesca”, contamina lo spazio politico e, in particolare, la sua parte sinistra: quella dove dovrebbero primeggiare diritti individuali e sociali e invece cercano di prevalere giudizi e accuse contro coloro che negano o nascondono la verità. Dove si discute non più, per esempio, su quale politica industriale avviare in Italia, ma sul conflitto di interessi di Passera e sui dirigenti dell’Ilva, secondo oscillazioni che dipendono dalla contingenza: infatti prima si discuteva anche di Confindustria, poiché ne era presidente Emma Marcegaglia; ora che il presidente è Giorgio Squinzi, pare che l’intera istituzione sia cambiata, sia cioè più adeguata al modello di realtà pulita, grazie alla sostituzione di una persona. Allo stesso modo la domanda sulla tenuta delle istituzioni repubblicane, dopo venti anni di scorribande berlusconiane e alla prova con una grave crisi economica, politica e sociale, diventa l’accusa contro Napolitano di non voler rivelare il contenuto delle sue telefonate con Mancino (v. Lo “scoop” sul contenuto delle telefonate di Napolitano).

Gli effetti generati nello spazio politico dall’installazione di un pulpito fonte di verità e organo di pulizia non sembrano ancora emersi del tutto. Sebbene tra i suoi seguaci, adepti in religioso ascolto, vi siano sedicenti giustizieri, si può avanzare l’ipotesi che tutto ciò abbia a che fare non solo con l’inadeguatezza degli attuali gruppi politici, tra molti di destra (esponenti del Pdl e gli organi di stampa di destra, con qualche obiezione per Il Foglio e Il Tempo) che inseguono spesso i toni “pulizieschi” e molti di sinistra (Idv e Federazione della Sinistra e a volte pare anche il manifesto) che desidererebbero salire sul pulpito (il contenuto delle parentesi serve a non fare di tutta l’erba un fascio); ma pare che quanto accada sia anche il segno della lunga e dura a morire inadeguatezza della società civile italiana, divisa perennemente tra “guelfi e ghibellini” e alla ricerca di pulpiti tra chi osanna la venuta del Salvatore e chi vi lancia contro strali o vi oppone una sorta di anti-Papa.