Racconti Marxisti-mandrakisti

Indice

Olindo Guerrini, da Il primo passo

Andrej Platonovič Platonov rivisitato

La barba della decrescita: satira swiftiana-mandrakista

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Olindo Guerrini, da Il primo passo

Mi ricordo che ci chiusero nell’Aula Magna dell’Università di Bologna. Eravamo otto o dieci candidati e allegri come quelli non se ne trovano più. Venne il professore di Diritto Canonico, munito di una borsa gigantesca che conteneva la bellezza di sessanta palle. Ognuno di noi immerse la mano nel venerando borsone ed estrasse una palla sola, il cui numero corrispondeva a quello di una tesi da svolgere in iscritto. A me toccò una tesi laconica: Del Comune; una tesi che non conoscevo nemmeno di saluto.

Il professore se ne andò e noi ordinammo la colazione. Pensammo che il vino (era buono!) dovesse rischiararci le idee, e ne bevemmo…. si sa…. ne bevemmo…. con molto piacere. Mi ricordo anche, un po’ confusamente, di aver ballato con molta energia, insieme ai colleghi, intorno ad un mappamondo in mezzo all’aula, e di aver riscossi unanimi applausi per l’esecuzione brillante dell’esercizio ginnastico detto l’albero forcuto. Sul tardi ci decidemmo a lavorare, ed io comunicai i miei bollenti spiriti all’opera della mia sapienza giuridica. Cominciai coprendo di vituperi il cranio di papa Clemente VII perché distrusse la repubblica fiorentina, e finii rimproverando il ministro Menabrea perché dopo Mentana non era andato a Roma. Domando io che cosa c’entrava questa borra in una tesi di diritto amministrativo? E tra il principio e la fine, era una tempesta di punti ammirativi, di apostrofi, di sarcasmi, d’esclamazioni; c’erano dentro tutte le più calde figure rettoriche possibili. Era insomma una tesi un poco brilla.

Cinque o sei giorni dopo, la mattina a digiuno, coll’abito a coda di rondine e la cravatta bianca, dovetti recarmi all’Università per leggere e sostenere pubblicamente la tesi davanti alla Facoltà ed agli ascoltatori. Lessi, ma in parola d’onore, avrei preferito di non leggere. Mi vergognavo. Tutto quel lirismo bacchico recitato a bassa voce da un giovine a digiuno, in soggezione e colla voce spaurita, doveva fare un bell’effetto! Alle interrogazioni dei professori m’impaperai, dissi degli spropositi cavallini, feci una figura nefanda, e forse mossa da un delicato senso di compassione, la Facoltà mi approvò a pieni voti. Vorrei esprimere la mia gratitudine ai benefattori, ma credo che sia tempo di chiudere la parentesi.

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Andrej Platonovič Platonov rivisitato

Prima lettera

Finalmente sono arrivato nel villaggio del mio defunto zio. Ti scrivo seduto proprio su una delle enormi poltrone dello zio stesso, vicino alla finestra; a voler essere sinceri, davanti ai miei occhi non si apre una vista magnifica: il giardino, due o tre meli, uno stagno rettangolare, la campagna aperta – niente di più.

Almeno qui mi comporto in modo meno febbrile che in città e i medici sono stati molto intelligenti a mandarmi qui. Certamente l’hanno fatto soprattutto per liberarsi di me; ma, probabilmente, li deluderò: il mio spleen, anche se ciò potrà sorprenderti, è quasi passato; inutilmente si pensa che una vita dissipata possa curare gli ammalati come me; non è vero: la vita mondana rende idrofobi, e i libri lo stesso, mentre qui, immagina quale felicità – io non vedo quasi nessuno e non ho portato con me nemmeno un libro!

Seconda lettera

Tutti questi campagnoli sono così amabili, così ospitali, così cordiali che ho preso ad amarli di tutto cuore. Davvero, più li osservo e più mi vado convincendo che la felicità vera può consistere solo in questo: vivere nella beata campagna, con la gente che non si interessa di politica, che legge i giornali in modo così naturale tanto da non capirci un tubo…

Quinta lettera

Non leggo nulla da quindici giorni. (Frasi illeggibili) maledetto Sergej Ivanovic!

Ottava lettera

Mi sono innamorato di una tale che mi dicono si chiama Katen’ka. L’ho vista l’altro giorno lungo il sentiero; in realtà non l’ho vista: c’era nebbia, forse era il padre. Mi dicono che è ben fatta. È più giovane di me: che dici? La devo accettare in sposa?

Undicesima lettera

Proprio ora mi rispondi declamando la fermezza dell’animo umano! Non sono passati che due mesi, ed eccomi qua: cercavo di comporre qualcosa, un verso, una poesiola, camminando nelle tre stanze ho visto un portello sigillato; pensa: non ci avevo mai fatto caso! Ho chiamato il vecchio economo del mio defunto zio e gli ho chiesto: “Cosa c’è lassù?”. “Dei libri”, mi ha risposto. “Apri subito”, gli ho ordinato.

Salimmo al mezzanino e cosa vi ho scoperto? Altro che analfabeta: lo zio era stato un grande mistico! C’erano libri dappertutto, opere di Paracelso, del conte di Gabalice, di Armando Villeneuve, di Raimondo Lulli, di altri cabalisti e alchimisti, e un volume di mio zio, ben rilegato.

Non c’era altro da fare: mi sono messo a leggiucchiare quei libri e puoi adesso immaginarti, uomo del diciannovesimo secolo, che sto tutto concentrato su quegli enormi tomi e con zelo divorante leggo ragionamenti sulla materia primordiale, sul magnetismo, sull’anima del sole, sull’umidità nordica, sugli spiriti stellari e così via.

Ti sembrerò ridicolo e noioso. Non solo mi ricordo solo ora, mentre ti scrivo, di Katen’ka, per dirti che ci sposeremo tra una settimana (non l’ho ancora vista, ma il padre ha acconsentito alla mia richiesta, presentata tramite l’ortolana), però, devi capirmi, commetto pochi errori: bevo ogni mattina acqua piovana immersa di spiriti dell’aria, che raccolgo tramite i raggi solari in un recipiente di vetro, ho modificato la ricetta di Paracelso, secondo il quale ci vogliono undici libbre di piombo da mescolare in una pentola di fango dei campi, perché a mio avviso ne bastano un po’ meno di dieci. Ti assicuro che non mi manca molto per ottenere l’Oro!

Lettera di Vladimir F. Odoevskij in merito alla scomparsa di Michail Platonovic, Mosca, 23 agosto 1842

Signore, le scrivo in merito alle ultime notizie circa il mio amico Michail Platonovic. Katen’ka continua a sostenere di aver visto il marito solo due volte da quando si erano sposati, perché questi trascorreva quasi tutti i giorni nel mezzanino. Per uscire, aveva escogitato un semplice mezzo, quello della corda, con la quale si calava dalla finestrella e si recava al mercato dove acquistava il materiale necessario per i suoi esperimenti. Era sporco, molto dimagrito, malvestito, cadaverico e aveva gli occhi infuocati.

Alcuni dicono che Michail Platonovic è riuscito a trasformare il metallo in oro: lo hanno visto una mattina in piena campagna, che correva con sulle spalle un sacco all’apparenza molto pesante e pieno di qualcosa che luccicava. Io credo che costoro siano soltanto dei bifolchi, facilmente ingannabili dai raggi accecanti del sole.

Tra le pagine di una ciarlataneria che Michail Platonovic teneva nascosta sotto un pentolone, è stato trovato questo biglietto: un’alchimia rivoluzionaria converte in oro i vili metalli della vita quotidiana.

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La barba della decrescita: satira swiftiana-mandrakista

1 Dietro lo specchio, prima mattina

“Non mi sono più guardato in uno specchio, e non mi passa neppure per il capo di voler sapere che cosa sia avvenuto della mia faccia e di tutto il mio aspetto”. Il saggio della decrescita ama riflettere nella sua stanza, che chiama la mia coscienza. Apparentemente smagrito, la barba è cresciuta a dismisura, ben oltre il torace: non manca, chinandosi, di calpestarla.

Si è appena alzato, ma questa mattina, ogni mattina, non si sente bene. Giramenti di idee per la testa. Troppo pesante la cena slow food ieri sera? Non crede: i prezzi inibiscono il bis delle pietanze, garantendo una ferma linea asciutta. “Un passo – sembra ricordare – dei Minima moralia: Adorno e gli aristocratici mangiano il meno possibile”. Reminiscenze letterarie da Madame de Sévigné, i cibi erano così raffinati che risultavano né invitanti né capaci di sfamare. Imperfezioni del pensiero che distolgono la mente dal vero ideale. Cerca i gettoni per telefonare dalla cabina a pochi metri dall’incrocio principale il taumaturgo personale… personal trainer… i gettoni non ci sono, non ci sono più le cabine telefoniche… Un computer connesso giorno e notte per le sue scorribande informatiche fa al caso suo. “No, la tecnologia non ci permette ancora con un trillo di mail di sollecitare il nostro medico curante”. Ma in che mondo viviamo? Cresce l’ansia verso un passato prossimo ma che sembra lontano e l’attesa di un futuro che non è ancora arrivato. “L’avvenire è dei fantasmi? Ebbene, non ci resta che realizzarlo”. Non ci resta che scrivere un pamphlet.

2 La scrivania di Procuste

Il saggio non cessa di schiarire alcuni concetti accarezzandosi la barba. “Bisogna fare più presto”, è un sollecito, “ci resta poco tempo. Bisogna accorciare i tempi”. Cominciare dall’Apocalissi.

catastrofe… immaginare l’impensabile… guerra atomica… crack della finanza come fine della civiltà occidentale, che ne è l’ancella… rivolta dei poveri nelle megalopoli… – più presto – …esaurimento di combustibili fossili… aumento di sei gradi… fine delle capacità fotosintetiche della terra… i nazionalismi che ritornano! L’apocalisse dell’umano per mano dell’uomo!

Spesso idee corte nascono da barbe fiorenti. “Bene, bene – commenta soddisfatto – rapidità”. Ancora.

Fallimenti ed effetti indesiderati… eccessi… turbo… catastrofe naturale… turbocapitalismo… bunker antiatomici, stanze antirivolta… gas tossici? …inondazioni… poveri inferociti avanzano, ricchi intimoriti indietreggiano… montagne che crollano, mari che si sollevano… l’autunno della storia! Suicidio di massa… narcotizzazione… siamo più morti che vivi!

Non sfugge alla barba il movimento wagneriano di questa letteratura. Con enfasi salta giù dalla sedia, corre verso gli scaffali della libreria in cerca di citazioni, afferra a caso libri che getta per terra, scorre le pagine fra le dita, abilmente.

“Arendt… Hirschman… Ilich… Terra Madre!”, è solo una piccola sintesi di un cumulo di parole che ormai copre il pavimento. La finestra chiusa lascia entrare i rintocchi delle campane. Fa più caldo, ora, nella piccola stanza del saggio barbuto che suda andando dai libri e alla sedia, arrampicandosi sugli scaffali, facendo correre le dita sulla tastiera del computer. I vestiti sembrano diventare pesanti, il saggio si denuda.

C’è chi pensa che il popolo lillipuziano – afferma – riesca ad imprigionare il gigante solo nelle favole. Altri – io con gli altri – pensano invece che un milione di punture di spillo possano far sgonfiare un pallone troppo gonfio.

Può ora grattare la pancia rotonda.

3 Metamorfosi

Prosegue spedito il pamphlet, le dita sembrano inseguirsi le une alle altre sulla tastiera, sempre più veloci, sempre più piccole. Il saggio guarda soddisfatto i grandi caratteri che compongono l’ultimo capoverso. La mano che accarezza la barba, che scorre fin sotto la scrivania, come compiendo il gesto di sollevare l’estremità della sciarpa che pende sulla spalla, ne percepisce un insolito peso. Distogliendo lo sguardo dallo schermo, il saggio, il cui impeto sembra placato, osserva la propria mano. La barba è cresciuta a dismisura, il corpo si è rimpicciolito. Una metamorfosi incredibile e, sembra, inarrestabile.

Il saggio, che è ormai quasi annegato nella sua stessa barba, si agita. Gli arredi della stanza sono diventati talmente grandi che non riesce più a distinguerli. Ciò che sta accadendo ha dell’inverosimile, al punto che il saggio, riflettendo durante la miniaturizzazione, dubita di sentirsi morire e decide di rassegnarsi in modo composto e razionale all’evento. Il suo self-control, la qualità di autocoscienza, così poco considerata da quelli della Pro Loco, lo inducono a sorridere al ricordo di aver salvato lo scritto.

4 La barba della decrescita

“Come la decrescita – pensa – devo mantenere una visione positiva e creativa della vita”. Rendendosi conto di immergersi nella sua stessa barba e accettando il paradosso, il minuscolo saggio, sentendo che con lui non si è rimpicciolita la sua inseparabile coscienza, ma che questa anzi sembra essere anche più estesa delle quattro pareti della sua stanza, sceglie di passare dalla rassegnazione alla curiosità per ciò che l’evento inatteso gli riserba.

Vede ingrandirsi i peli della barba, ne distingue qualcuno, uno in particolare sul quale crede che atterrerà. Ciò che prima era una striscia sottile, ora diventa una superficie piana, coperta di molteplici punti, di punti luminosi, di punti in movimento. Sente un rumore lontano che si sta avvicinando: planando, viene sfiorato da un aereo, il cui passaggio rilascia un intenso profumo di vaniglia.

Scorge strade colorate, pannelli solari, depuratori per l’acqua, suoli disinquinati, distese biologiche. “La mia barba è densamente popolata!”. Una folla festante lo accoglie urlando “Evviva il teorico!”. Una popolazione di lillipuziani. Non appena ha toccato il soffice suolo, si fa avanti uno che sembra il capo: “Benvenuto nel nostro mondo”.

Si guarda intorno, non crede ai suoi occhi: esseri in carne e ossa in miniatura, proprio come nella Terra lì fuori. In verità più pelosi: pelosi gli uomini, pelose le donne, pelosi anche i bambini; piuttosto simili a come immaginiamo gli uomini primitivi. Eppure più progrediti di noi giganti.

Trema come un filosofo, vede un altro avvicinarsi: “Non si stupisca: è il suo mondo, il sistema che lei ha elaborato. Amicizia, affetti, lavori piacevoli, sapori, conforto. Noi abbiamo creato ciò che lei ha pensato: spazi di felicità. Il nostro tour operator, Ministro della Bellezza, le farà da guida”.

Lo accompagnano verso un treno veloce che funziona a energia eolica e, dicono, emette odore di violette. “Potrà constatare – è il Ministro che parla mentre il treno si muove e la folla esulta – gli ottimi risultati che abbiamo raggiunto in ogni settore. Il merito è soltanto suo: noi abbiamo solo eseguito le sue indicazioni. Niente fatica di vivere: amare, leggere, dipingere, andare in barca a vela, cantare sono le attività principali alle quali è dedita la popolazione. Procurano piacere a se stessi e donano utilità agli altri”.

Verde in abbondanza e corsi d’acqua limpida, giochi ecologici, bagni pubblici in perfette condizioni, semafori eco-sostenibili, ogni casa produce e consuma la propria energia, ciclo virtuoso dei rifiuti, banche del tempo, baratto, orti liberi, tavole vegane, ospitalità gratuita, banchi di omeopatia e medicina alternativa, obiettori fiscali, vegetariani, istituzioni di guerilla gardening, assaggiatori di cibi scaduti, palestre popolari, pony express a cavallo, piste ciclabili.

“Circolano poche auto elettriche – spiega il Ministro – perché preferiamo persuadere la gente a utilizzare mezzi pubblici o biciclette”. Il saggio pone molte domande, soddisfatto di ricevere risposte che provengono dai suoi scritti: “La società è in equilibrio al suo stadio massimo di sviluppo… Le tessere per la distribuzione di pranzi a chilometro zero… Monete complementari… Lungo la linea terra-cuore-cielo, il pelo naturale che indossiamo garantisce protezione dal freddo senza doverci procurare vestiti… – come il buon selvaggio, pensa il teorico, ma di natura cognitiva – La verità è al suo posto”; il Ministro pacatamente conclude: “Noi abbiamo la felicità”.

Dopo il tour, viene condotto presso il Palazzo di Governo, in realtà una casetta indipendente non differente dalle altre. “Niente monumenti, spreco di materia prima”, ci tiene a sottolineare il Ministro. Il Presidente ha quasi terminato la razione del pranzo. Stringe la mano al saggio, offre dell’acqua, ammette di non riuscire a bere vino: “Non sopporto di veder soffrire l’uva pestata”, ma non per questo ne vuole abolire il consumo.

“Abbiamo deciso di convocarla – comincia – per una questione della grande importanza. Lei ha pensato il progetto del nostro mondo. Noi abbiamo realizzato il suo progetto. Ma c’è un punto che nei suoi scritti non è ben chiaro: come reprimere gli attacchi delle minoranze esagitate?”.

“Vede – prosegue il Ministro – nelle case ecologiche vivono gruppuscoli che professano la fede nel capitalismo. Il Ministro del Controllo Sociale ci ha detto che sono stati trovati degli opuscoli su carta riciclata con progetti per la costruzione di megamacchine termo-industriali. La notizia non è circolata: il Ministro dei Saperi ne ha vietato la pubblicazione”.

“Il rischio è alto – afferma preoccupato il Presidente – la popolazione, in sua coscienza, non deve sapere. Questi irrazionali tracce… – riflette – animal spirits… lei deve aiutarci a combatterli. Vogliono alterare il cervello di ogni individuo con messaggi pubblicitari, cosa assolutamente vietata nel nostro mondo, indurre ad assumere comportamenti di un consumismo edonistico. Negli opuscoli –che il Ministro mostra al saggio – è delineato il temibile piano.

Cominceranno dal baratto di miscele di verdure zuccherate. Le persone vorranno sempre più zucchero. Ciò, scrivono, provocherà un aumento del punto di domanda rispetto al punto di offerta: la gente baratterà più facilmente altri prodotti per lo zucchero. I cospiratori, assicuratisi ingenti riserve del prezioso bene, costringeranno le persone a baratti sempre più complessi: un prodotto diventerà solo un oggetto di mediazione per poi barattare questo con zucchero. I prodotti più comuni, la cicoria per esempio o il tetra pak, saranno utilizzati come beni di scambio. Nessuno potrà più ignorare che la cicoria, o il tetra pak, fungerà da moneta. Non resterà che annunciare la venuta del mercato ed elencarne i vantaggi.

Grazie alle nostre telecamere fotovoltaiche, sappiamo dove vivono. Ma per il principio della non-violenza non abbiamo carceri. Inoltre la polizia ecologica ha compiti esclusivi di arredo urbano. Non possiamo correre il rischio che la cosa si venga a sapere. Lei è la nostra unica speranza. La condurremo presso le case di ciascun sobillatore. Ci rimarrà per tutto il tempo che le occorre per sconfiggere le tesi dell’avversario, l’ars disputandi, per farne crollare l’ideologia mostrando le contraddizioni. Lei ha progettato il sistema in cui viviamo: è chi meglio può svolgere l’argomentazione”.

Il saggio, come saltando sui libri, scatta in piedi: “Decisamente, è ciò su cui a lungo ho meditato. Sono pronto, specie ora che vedo con i miei stessi occhi le mie idee e posso abitare il mio sistema. La coscienza deve essere completamente fatta”.

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