Emanuele Felice, “Perché il Sud è rimasto indietro”

12 gennaio 2016

Perché il Sud è rimasto indietro (Bologna, Il Mulino, 2013) di Emanuele Felice è un libro di storia dell’economia che, come s’intuisce dal titolo, ruota intorno all’opposizione Nord / Sud. Il libro fa il punto sui dati e sul problema della costruzione dei dati a proposito della condizione di vita dei meridionali rispetto ai settentrionali dal 1861 a oggi[1].

Le chiavi di lettura del saggio di Felice sono due. La prima è il concetto di modernizzazione passiva introdotto da Luciano Cafagna in un articolo del 1988[2]. Riprendendo un precedente lavoro[3] e ispirandosi alla divulgazione gramsciana del termine rivoluzione passiva[4], Cafagna propone un’idea di modernità come forza rispetto alla quale un territorio o subisce una “modernizzazione passiva”, cioè vi si assoggetta senza attivare alcuna resistenza o risposta, o per via di attori politici e/o sociali articola una risposta coordinata e strategica, ovvero compie una “modernizzazione attiva”. Esempi di quest’ultima sono il Piemonte cavouriano, la monarchia prussiana, il Giappone del periodo Meiji.

Il Regno borbonico è un caso esemplare di modernizzazione passiva, come Felice documenta fin dalle prime pagine del saggio. Sul piano politico i Borboni reprimono con durezza l’esperimento costituzionale del 1848 conservando il potere assoluto e subendo l’isolamento internazionale (p. 18, 21). Sul piano infrastrutturale si sa che il primato ferroviario, la linea Napoli-Portici, appartiene al Sud; ma si tratta di un collegamento per il “passatempo degli aristocratici” dato che a Portici c’è la residenza estiva dei Borboni. Sempre sullo stesso piano, nel 1859 il Regno delle Due Sicilie conta 99 km di strada ferrata (in rapporto all’estensione del territorio: 0,9 m di linea ferroviaria per km²), contro gli 850 km di Piemonte e Liguria (25 m per km²), i 522 km di Lombardia e Veneto (10,6 m per km²), i 257 km della Toscana (11,2 m per km²), i 101 km dello Stato della Chiesa (2,6 m per km²) (p. 22). Per quanto riguarda gli istituti di credito, a differenza della tradizione secolare di Piemonte, Lombardia e Toscana, nel Regno delle Due Sicilie esistono solo due banche pubbliche: il Banco di Napoli (una sola filiale aperta a Bari nel 1857) e il Banco di Sicilia (sede a Palermo e filiale a Messina), più 1200 monti frumentari che fanno credito in natura, da confrontarsi con i 360 presenti nella sola Sardegna, più una cassa di risparmio contro le 22 nello Stato sabaudo, le 15 in Lombardia, le 9 in Veneto, le 27 in Toscana, le 51 nello Stato della Chiesa (pp. 24-25). Sul piano sociale, infine, il territorio del Regno delle Due Sicilie conta nel 1861 una popolazione per l’86% analfabeta, ovvero tutto lo strato popolare più gran parte della borghesia, a differenza del 50% circa di analfabeti in Piemonte e in Lombardia e del 35% in Liguria (pp. 25-26).

Il Regno borbonico non è per nulla uno Stato moderno. Il giudizio condivisibile di Felice sulla monarchia borbonica è netto[5]. Lo storico sembra individuare due dati decisive del regresso socio-economico, politico e culturale sotto i Borboni: il 1799, anno del fallimento della rivoluzione passiva a Napoli e della condanna a morte e dell’esilio degli illuministi (p. 59), e il 1820-1821, anni in cui la rivoluzione vittoriosa viene repressa dalle truppe straniere, i Borboni reinstallano la monarchia assoluta e si diffondono, a tutela degli interessi forti, la mafia e la camorra (pp. 195-196).

La seconda chiave di lettura è la teoria neoistituzionalista di Daron Acemoglu e James Robinson[6], i quali distinguono istitizioni economiche e politiche inclusive che attuano processi di modernizzazione attiva (tutela dei diritti di proprietà, giurisprudenza efficiente, servizi pubblici, partecipazione dei cittadini) e istituzioni economiche e politiche estrattive che assumono comportamenti adattativi ai processi di modernizzazione, ossia accettano la modernizzazione fino al punto in cui è utile all’élite e non avvantaggia le classi subalterne (pp. 97-98). Le istituzioni estrattive creano vincoli formali e informali alla partecipazione dei cittadini, estraggono reddito e ricchezza da una parte larga della società a beneficio di pochi. Per Felice la modernizzazione passiva coincide con una sorta di modernizzazione riluttante.

Nel XIX secolo la gran parte della popolazione vive in campagna e il settore produttivo più importante è l’agricoltura. Il modo di produzione agricola è il più rappresentativo terreno di confronto tra istituzioni inclusive e istituzioni estrattive. Nel Sud il sistema feudale è abolito nel 1806 (1812 in Sicilia) e la struttura prevalente è il latifondo. La proprietà della terra è concentrata in poche mani: alla fine del Settecento le famiglie possidenti sono 600, più una cinquantina di baronie ecclesiastiche, e di queste il 3% controlla 700.000 persone, quasi un quarto della popolazione, circa 5 milioni di persone (dati calcolati da Pasquale Villani, cit. a p. 53). Nel Nord la concentrazione delle proprietà terriere è mitigata da sistemi come la mezzadria, che favoriscono la meccanizzazione e, secondo studiosi come Paolo Macry, la nascita di piccole aziende e di cooperative (p. 55). Il ragionamento sulle istituzioni estrattive può essere allargato: esiste un rapporto di relazione stretta tra il latifondo, l’alto tasso di analfabetismo, l’inesistente partecipazione politica, le scarse infrastrutture e la carenza di istituti di credito e di casse di risparmio.

Perché il Sud è rimasto indietro fornisce un quadro storico-economico oggettivo del divario tra Nord e Sud e sostiene la tesi dell’inadeguata classe dirigente come causa principale del ritardo del Sud rispetto al Nord. L’espressione “classe dirigente inadeguata” è abusata e generica. Felice intende dire che l’unità nazionale non ha prodotto unità istituzionale e che nel Sud, fatta eccezione per i primi vent’anni della Cassa per il Mezzogiorno, hanno continuato ad agire istituzioni estrattive di differente tipo. Il Sud si è passivamente adattato alla modernizzazione.

Il primo capitolo affronta il divario tra Nord e Sud prima e subito dopo l’Unità. Felice non nasconde al lettore i problemi che emergono nella costruzione delle serie storiche dei dati economici. Qui vorrei soffermarmi solo su un problema. Posto che la costruzione dei dati pare più solida dal 1871, qual è la situazione economica del Sud nel primo decennio unitario? Il brigantaggio, scemato intorno al 1864 (p. 208), ha effetti negativi soprattutto su Calabria e Basilicata, mentre l’introduzione della tariffa liberista danneggia l’industria del napoletano. Tuttavia il liberoscambismo genera effetti positivi per l’esportazione di prodotti di colture specializzate (viticoltura, olivicoltura, prodotti ortofrutticoli) di Puglia, Sicilia e Vulture, di prodotti dell’industria alimentare dell’Abruzzo e della Campania, dello zolfo estratto in Sicilia (pp. 38-39). Il liberoscambismo, inoltre, avvantaggia l’arrivo nel Sud Italia di prodotti inglesi e francesi, non tanto di quelli del Nord Italia, il cui livello capitalistico non è ancora sufficientemente competitivo con Inghilterra e Francia (pp. 213-214). A tale proposito Cafagna[7] ha parlato di “indifferenza reciproca” delle economie del Nord e del Sud. Per Felice questi elementi dimostrano gli effetti positivi che l’Unità ha inizialmente avuto sull’economia meridionale.

Per avere valore di verità, quest’ultima affermazione deve collegare i dati esposti alle condizioni economiche e politiche successive al 1861, dimostrando al contempo che non sono uno strascico positivo precedente l’anno della proclamazione del Regno d’Italia. Impresa ardua, visto che non si possono costruire dati economici attendibili prima del 1871. Per valutare nel modo più oggettivo possibile le condizioni socio-economiche sotto il Regno borbonico ci si deve affidare alle stime sociali, come i tassi d’istruzione, le stime sulla statura e in parte anche i dati ricostruiti sulla distribuzione del reddito, le quali ci dicono lo stato diffuso di povertà, indigenza e ignoranza in cui vive la gran parte della popolazione del Regno delle Due Sicilie. Queste stime vanno dunque lette nell’ottica della path dependence tra disuguaglianza ed esclusione sociale che genera istituzioni estrattive e che da queste è al contempo rigenerata (p. 219).

Da qui si pone il problema storico delle politiche attuate per il Sud da parte del nuovo governo unitario. Secondo Felice non è vero che non si è fatto nulla per il Sud: la questione meridionale è subito diventata questione nazionale, e molti esponenti politici, tra i quali diversi primi ministri (per esempio Crispi, Di Rudinì, Salandra, Nitti), sono meridionali. Il problema è che il Sud è rimasto sempre assoggettato a istituzioni estrattive, cosa che, sul piano politico, si traduce in malaffare, clientelismo, trasformismo.

Il secondo capitolo si concentra sulla modernizzazione passiva e intende mostrare dove le istituzioni estrattive hanno avuto effetti negativi e dove invece non si sono sentiti i loro effetti. Gli effetti risultano negativi per sviluppo economico ed educazione, in quest’ultimo caso mitigati già nel 1911, quando la legge Daneo-Credaro prescrive il passaggio della materia scolastica dai comuni allo Stato: in termini teorici, questo aspetto della modernizzazione passiva diviene prerogativa dell’istituzione inclusiva statale (p. 123); effetti negativi, invece, si sono verificati meno per la salute (longevità, statura, alimentazione ecc.).

La parte centrale del libro mi sembra quella dedicata all’industrializzazione nel Sud (pp. 107-116) e all’industrializzazione nel Nord (pp. 100-107). Considerati i divari regionali di reddito, si possono individuare le quattro fasi storiche del divario Nord / Sud (fig. 2.1. a p. 101, pp. 102-103, pp. 107-116)[8]:

  • 1861-1913. Età post-unitaria e liberale. Si delinea il Triangolo industriale (Torino, Milano, Genova) mentre il Mezzogiorno arretra. Nel 1871 il Nord-Ovest parte da un reddito medio di 110, il Nord-Est e il Centro (d’ora in poi Nec) di 103, il Sud di 90. Nel 1913 il Nord-Ovest tocca quota 120, il Nec scende a circa 100, il Sud arriva quasi a 80. In questi anni il Sud regge grazie alle esportazioni agricole, ostacolate dalla politica protezionista del 1887, e grazie anche all’emigrazione.
  • 1913-1951. Primo dopoguerra, età fascista, e immediato secondo dopoguerra. È il periodo di massima divergenza tra Nord e Sud. Nel 1931 il reddito medio del Nord-Ovest si attesta intorno a 125, quello del Nec rimane appena sopra 100, quello del Sud scende sotto quota 80. Nel 1951 il Nord-Ovest tocca 150, il Nec sale di poco, il Sud scende quasi a 60. La guerra e le conversioni industriali dopo il conflitto favoriscono le industrie del Nord. Il Sud ha la grande occasione di un progetto di modernizzazione ideato da Francesco Saverio Nitti e dall’ingegnere Angelo Omodeo, che prevede la costruzione di grandi impianti idroelettrici. L’instabilità politica e la resistenza tenace dei poteri locali, soprattutto latifondisti, affossano il progetto. Durante il fascismo il Sud tocca la peggiore condizione socio-economica con la battaglia del grano, la crisi del 1929, l’autarchia, il trionfale annuncio della fine della questione meridionale (Raffaele Ciasca, voce “questione meridionale”, Treccani, 1935). Inoltre il fascismo, come la mafia, condivide gli interessi dei grandi proprietari terrieri.
  • 1951-1973. Dalla fondazione della Cassa per il Mezzogiorno alla crisi petrolifera. Negli anni del miracolo economico la strategia economica di sviluppo per il Sud sembra funzionare e il Sud converge rapidamente verso il Nord. Nel 1971 il reddito medio del Nord-Ovest è quasi a quota 120, quello del Nec si attesta sopra 100, quello del Sud supera quota 70. La Cassa per il Mezzogiorno dà vita alla “più imponente politica di sviluppo regionale realizzata in tutto l’Occidente” (p. 110). Riprende l’emigrazione, la manodopera si sposta dal settore agricolo a quello industriale, aumenta la produttività e migliorano anche le condizioni sociali e civili. La prima battuta d’arresto si ha nel 1973, quando scoppia la crisi petrolifera. L’epilogo può essere considerato il 1980, anno del terremoto in Irpinia e occasione di lauti introiti per la camorra. La Cassa del Mezzogiorno muore sotto i colpi del clientelismo e dei poteri locali.
  • 1973-oggi. Il lento declino. Il Nord-Ovest scende a una quota di reddito medio poco superiore a 110, il Nec converge verso il Nord-Ovest toccando quasi quota 110, il Sud si attesta sotto quota 70. In questo periodo si tentano nuove strategie. Dalla politica top-down della Cassa per il Mezzogiorno, poco flessibile, si passa a politiche bottom-up di incentivi e stimoli, con scarsi risultati.

Dal quadro economico delineato emergono due note sulle quali occorre riflettere: (i) tra il 1911 e il 1951 il Sud si è “mostrato del tutto incapace di generare un qualsiasi sviluppo industriale autonomo, senza cioè il supporto di poteri pubblici” (p. 109): non è solo la modernizzazione passiva a venire a galla, ma anche un limite specifico, benché generico, del Meridione; (ii) la Cassa per il Mezzogiorno, per quanto sia stata la più importante istituzione inclusiva per il Sud, non è riuscita a risolvere il problema endemico della disoccupazione né la mancanza di “protagonismo endogeno”, promuovendo dall’alto iniziative sui territori e perciò scontrandosi spesso con i poteri locali (pp. 111-112): la Cassa è stata, insomma, un’istituzione inclusiva a metà, comunque dentro un quadro di modernizzazione passiva. L’insufficiente protagonismo endogeno mostra che il problema strutturale è più profondo e che incentivi bottom-up senza piano strategico non possono avere successo.

Nel terzo capitolo Felice si occupa delle teorie che cercano di spiegare il ritardo del Sud. Contesta la teoria razzista (la popolazione meridionale è inferiore alla popolazione settentrionale) e la teoria colonialista (il Nord ha conquistato il Sud facendone una propria colonia); accetta con riserva la teoria etica (il Sud è storicamente arretrato in cultura e civiltà rispetto al Nord) e la teoria geografica (il Sud non si è sviluppato a causa della conformazione del proprio territorio). La riserva a quest’ultima teoria riguarda le differenze regionali, che Felice non scorda di segnalare lungo tutto il saggio, e che però risultano tali da contraddire la teoria stessa. Della teoria etica, invece, rifiuta la celebre teoria sulla tradizione civica del Nord contro il Sud di Robert Putnam, mentre accetta la teoria sul differente capitale sociale tra Nord e Sud avanzata da Edward Banfield[9], pur con molte riserve a proposito del concetto di “capitale sociale” (p. 191), e soprattutto riconducendo il differente capitale sociale al differente modo di produzione agricola (latifondista al Sud; vario al Nord ma con presenza cospicua del sistema mezzadrile). Felice azzarda delle stime quantitative, da non prendere come misure oggettive (pp. 196-197), comunque utili a ricordare che il valore del capitale sociale dipende dalle condizioni strutturali, sia politico-istituzionali che socio-economiche. Nel Sud, queste condizioni hanno subito importanti cambiamenti nel tempo, con risultati diversi nelle aree meridionali. Purtroppo non hanno smesso di generare deprecabili effetti, “l’etica particolaristica, le pratiche clientelari, il peso delle organizzazioni criminali” (p. 197), fenomeni che da un po’ di tempo riguardano non più solo il Sud, ma l’Italia intera.

È chiaro che il discorso sul presente non può limitarsi a una sola area geografica del Paese. Felice stesso afferma che l’Italia tutta fatica a trovare una via d’uscita dalla crisi e a riadattarsi rispetto al proprio passato[10]. Per questo la questione meridionale va oggi collocata all’interno della questione nazionale. L’opposizione Nord / Sud è uno strumento d’indagine analitica, non di prassi politica. E non è un dato di semplice costruzione. Dove collocare il Centro? Come dare giustificazione storica all’incasellamento della Sardegna nel Sud? La storia della Sardegna non ha nulla a che fare con la storia del Mezzogiorno prima del primo dopoguerra. Ma anche la storia della Sicilia è giustamente considerata una storia a parte. C’è poi un problema fondamentale, segnalato da Salvatore Lupo nella prefazione del suo saggio La questione. Come liberare la storia del Mezzogiorno dagli stereotipi (Roma, Donzelli, 2015): è giusto dire che la modernizzazione del Sud è passiva considerando lo Stato italiano, autore del progresso sociale (nell’istruzione e nella sanità), un’istituzione “esterna”? Non è un problema da poco. Felice ha risposto a Lupo in un articolo pubblicato il 2 novembre del 2015 su la Stampa, nel quale sottolinea che la distinzione fondamentale non è tra settentrionali e meridionali ma «fra quanti, dentro il Mezzogiorno, hanno goduto di rendite e di privilegi e quanti invece si sono ritrovati vittime di quell’assetto estrattivo, spinti a emigrare o costretti a adattarvisi». Concordo in parte. Credo infatti che il problema cronico delle istituzioni inadeguate debba ricade sui cittadini. La mancanza di civicness è storicamente correlata ai dati sociali (istruzione, sanità ecc.), senza ricorrere a ricorsi storici inesistenti, come ha fatto Putnam. Questo oggi è un problema italiano (e non solo italiano), che si presenta però sotto nuovi aspetti e per il quale, forse, il tipo di censimento concepito in età moderna per registrare i processi di sviluppo non è più adatto.

L’analisi del divario, però, resta uno strumento potente i cui risultati vanno collocati nel loro contesto storico. Lo studio approfondito di questi contesti permette di individuare quelle eccezioni che, non facendo sistema, confermano la regola. Non si tratta però di ricerche inutili. Anzi, riescono a instillare dubbi su interpretazioni consuete di periodi storici. Per esempio, tornando al libro di Felice, come interpretare l’età giolittiana? Si tratta di un periodo controverso della storia d’Italia, sul quale i giudizi degli storici non sempre convergono. Anche a proposito della questione meridionale nel primo decennio del XX secolo non c’è unanimità: è stato un periodo di declino o di miglioramenti per il Sud? È stato un periodo di apertura ai mercati grazie ai trattati commerciali o di chiusura, di protezionismo e di clientelismo? Meglio lasciare la parola agli esperti, cioè agli storici.

[1] Indispensabile cornice del lavoro di Felice è G. Vecchi, In ricchezza e in povertà. Il benessere degli italiani dall’Unità a oggi, Bologna, Il Mulino, 2011.

[2] L. Cafagna, “Modernizzazione attiva e modernizzazione passiva”, in Meridiana, n. 2, 1988, pp. 229-240.

[3] L. Cafagna, “La rivoluzione agraria in Lombardia”, in Annali dell’Istituto G.G. Feltrinelli, II, 1959, pp. 367-428.

[4] Si tratta del celebre termine tratto dal saggio di Vincenzo Cuoco. Cafagna nota comunque che il termine rientra nella modernizzazione attiva in quanto “processo di trasformazione guidato dall’alto” (p. 239).

[5] A p. 223 si legge: “Era invece essa stessa [la bassa civicness del Sud Italia] il prodotto della disuguaglianza e delle istituzioni estrattive, scaturiva da quello specifico contesto, il Mezzogiorno borbonico fra Sette e Ottocento”.

[6] D Acemoglu e J. Robinson, Perché le nazioni falliscono?, Milano, Il Saggiatore, 2013.

[7] L. Cafagna, Dualismo e sviluppo nella storia d’Italia, Venezia, Marsilio, 1989 (cit. da Felice a p. 213).

[8] I valori si riferiscono al Pil pro capite a valori assoluti, in euro 2011, per l’Italia e le macroregioni, calcolati per intervalli regolari.

[9] E. Banfield, Le basi morali di una società arretrata, Bologna, Il Mulino, 2006.

[10] Il rimando è a E. Felice, Ascesa e delcino. Storia economica d’Italia, Bologna, Il Mulino, 2015. Il saggio è un complemento necessario a Perché il Sud è rimasto indietro.

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