Due libri su Erasmo da Rotterdam

28 ottobre 2015

Erasmo Giulio, a cura di Silvana Seidel Menchi, Torino, Einaudi, 2014

Il saggio di Silvana Seidel Menchi[1] che introduce alla traduzione italiana del Giulio di Erasmo da Rotterdam è un lavoro importante per inquadrare la biografia culturale di Erasmo nei primi turbolenti trent’anni del XVI secolo.

Nella prima parte del saggio, la studiosa, che ha minuziosamente curato il testo erasmiano, ripercorre le ricerche sue e di chi l’ha preceduta sulla paternità e la fortuna del Giulio. Un breve ripasso di questa parte fornisce informazioni indispensabili per comprendere il ruolo che Erasmo ha ricoperto nella cultura europea. Nel 1513 muore Giulio II, figura cardine per capire la Chiesa nel XV-XVI secolo[2]. Nel 1517 esce un pamphlet anonimo dal titolo Iulius (Giulio), un dialogo tra Giulio II e Pietro. Il papa, appena defunto, si presenta in pompa magna alle porte del Paradiso, ma Pietro lo scaccia bollandolo come “Ecclesiae pestem”. Il pamphlet si diffonde rapidamente soprattutto in ambiente protestante, dove Giulio II esemplifica la figura del papa. Ci si chiede chi sia l’autore del pamphlet: alcuni indicano Erasmo, il quale nega la paternità dello Iulius e guida la caccia all’autore. La paternità del dialogo diventa problema storico-filologico e giunge fino ai nostri giorni.

La ricostruzione cronologica della composizione e della diffusione dello Iulius da parte di Seidel Menchi intende sottolineare il valore culturale dello Iulius nel corpus erasmiano, in opposizione agli studiosi che purgano il catalogo dell’umanista, quasi il dialogo sia stato un errore (gli errori si studiano!). La studiosa vuole dunque ribadire il ruolo di Erasmo entro il circolo umanistico in cui spiccava, ripercorrendone la biografia alla luce della biobibliografia dello Iulius. Nel 1514 Erasmo è a Londra e lavora, con l’aiuto di Lupset, suo collaboratore, allo Iulius. Seidel Menchi ricava dal testo due indizi storici per datarne la composizione. Appare comunque certo, anche alla luce della biografia di Erasmo, che la stesura del dialogo avviene dopo la morte di Giulio II. Questo è un indizio importante per capire che di opera di divertimento e non di denuncia – come invece verrà poi letta da Lutero e dai suoi seguaci – si tratta. Erasmo parte da Londra e va a vivere a Basilea lasciando in Inghilterra il manoscritto incompleto dello Iulius. Intorno al 1516 risulta esserci a Basilea una versione completa del dialogo, che Erasmo avrebbe dunque ripreso da principio non avendo più avuto tra le mani il manoscritto londinese. La versione basileiana è legata a tre nomi: il tipografo Johann Froben, amico di Erasmo e suo uomo di fiducia, nella cui casa l’umanista conserva i suoi lavori in corso; i fratelli Amerbach, Bruno e Bonifacio, i quali redigono ciascuno una copia del dialogo in casa di Froben, avendo molto probabilmente ricevuto l’approvazione di Erasmo. Una versione manoscritta dello Iulius giunge a Bruxelles nel febbraio del 1517, prima dunque della circolazione a stampa, presso il gran cancelliere borgognese Jean Le Sauvage, intimo di Erasmo. Nello stesso periodo è pressoché certo che una o più copie manoscritte circolino in Germania tra gli umanisti – von Hutten, Caesarius, von Neuenahr, Buschius – che hanno accolto Erasmo nel 1514. È dunque chiaro che nelle intenzioni dell’autore lo Iulius dovesse circolare solo tra letterati conoscenti per il loro divertimento – lo stesso divertimento, ricorda Seidel Menchi, a cui Erasmo allude quando ricorda le cene tra amici. Da una di queste copie tedesche risulta derivare la stampa di Magonza dell’estate del 1517. Chi ha fatto stampare il manoscritto? Secondo la studiosa, il responsabile è von Hutten. Ma – cosa interessante – non è lecito dire che ciò sia stato fatto senza o contro il volere di Erasmo. Erasmo e von Hutten si incontrano nel 1520 e a von Hutten Erasmo affida una missiva privata – che poi verrà stampata provocando una dura polemica tra i due ex-amici. Probabilmente, Erasmo ha acconsentito alla stampa con l’obbligo di tacere il nome dell’autore. Purtroppo la corrispondenza tra von Hutten e Erasmo nel periodo 1517-1519 è andata perduta. Tra il 1517 e il 1520 compaiono almeno undici edizioni dello Iulius derivanti dalla editio princeps magonziana. Lo Iulius viene anche tradotto in tedesco, mentre appaiono anche edizioni derivanti dalla versione basileiana, in particolare un’edizione del 1536.

Sebbene scritto dopo la morte di Giulio II e contro di lui per il sollazzo di una ristretta cerchia di umanisti, è impossibile dissociare la fortuna dello Iulius dal clima riformato, che legge il dialogo come denuncia degli abusi romani, erigendo il papa ad Anticristo. Come accade quasi sempre per le opere, queste godono di vita propria, al punto che un autore – ed è il caso di Erasmo – giunge perfino a negarne la paternità. La seconda parte del saggio di Seidel Menchi si concentra sul ruolo culturale di Erasmo e sul confronto intellettuale tra Erasmo e Lutero.

Erasmo vuole conquistare l’egemonia nella sfera pubblica con il potere delle buone lettere e degli studi umanistici, passando per il controllo delle tipografie (da qui la sua amicizia con Froben) e le buone relazioni con i principi e con la Chiesa romana. Questa sfera pubblica comprende le accademie e le istituzioni alte quali le corti, le cancellerie, la Curia. Su questo sfondo s’innesta uno dei più famosi topoi erasmiani, la distinzione tra le due lingue dei sapienti, la lingua della convenienza, con la quale i sapienti dicono ciò che è opportuno dire secondo le circostanze (fingere), e la lingua della verità, con la quale i sapienti dicono ciò che è sepolto nel loro cuore. Erasmo, si sa, è campione nell’uso della prima lingua, e dunque dell’arte retorica, grazie alla quale tesse le sue tele, con gli intellettuali e con i potenti. Con i primi giunge anche a utilizzare delle sorte di cifrari, dei termini in codice, o più diffusamente allude a ciò che intende o lo scrive in greco. A questa distinzione se ne aggiunge un’altra. Gli studiosi distinguono tra una comunicazione a circuito chiuso, della parola parlata e della parola scritta riservata, e una comunicazione a circuito aperto, degli scritti diffusi, dei messaggi e delle lettere pubbliche. Chiaramente ai due circuiti corrispondono differenti stili, retoriche e lessici. I due circuiti permettono di nascondere certe idee pericolose e di preservare l’attività culturale dell’umanista. Separano – per così dire – cultura e politica. Erasmo dà cenni di riconoscere lo Iulius come opera sua nella comunicazione chiusa, ricusando il dialogo nella comunicazione aperta.

La sottile tela di Erasmo viene completamente travolta dall’irruente ingresso in scena di Lutero. In Lutero non c’è distinzione tra lingua della convenienza e lingua della verità. Lo stesso Erasmo sembra riconoscere che la sua è la causa della convenienza, mentre la causa di Lutero è la causa della verità. Per Lutero, inoltre, non c’è distinzione tra comunicazione chiusa e comunicazione aperta. Lutero scrive contro i potenti, contro la Curia romana – cosa che Erasmo non avrebbe mai fatto; addirittura, i luterani utilizzano frasi di Erasmo per questa loro lotta, attirandosi la disapprovazione dell’umanista. Lutero, poi, non vuole semplicemente conquistare l’egemonia culturale nelle condizioni vigenti, ma vuole trasformare queste stesse condizioni: non si rivolge solo agli accademici e alle alte istituzioni, parla al popolo e scrive per il popolo, utilizzando il tedesco molto più del latino, annotando anche il suo desiderio di tradurre lo Iulius in tedesco. Tutto questo scompagina i piani di Erasmo, il quale non ha mai avuto intenzione di parlare al popolo, anzi, per il quale ciò che più conta è l’élite strettissima degli amici umanisti. Però l’ascesa di Lutero comporta un altro danno, forse ancora più grave: Erasmo perde gli amici, alcuni, come von Hutten, si rivoltano contro Erasmo, accusandolo di essere un bugiardo. Secondo Seidel Menchi, la polemica tra von Hutten ed Erasmo ruota anche intorno alla paternità dello Iulius. Erasmo teme che i suoi ex-amici umanisti passati dalla parte di Lutero possano rivelare il nome dell’autore del dialogo. Nella risposta a von Hutten, all’accusa di aver usato la lingua della menzogna, e non quella della convenienza, Erasmo replica scrivendo che il suo unico errore è stato quello di non aver taciuto abbastanza il vero, di aver parlato troppo. Non allude questa autocritica – s’interroga la studiosa – allo Iulius?

Erasmo dunque deve lottare contro coloro che vorrebbero trascinarlo dalla parte di Lutero, contro coloro che usano i suoi scritti, riconosciuti o meno, come armi culturali contro la Chiesa romana[3], e vede nello stesso tempo alcuni suoi amici allontanarsi da lui, le sue opere essere soppiantate nelle tipografie, nelle cancellerie, nelle città, sui pulpiti dalle opere di Lutero, e il suo dialogo Iulius, scritto per convivialità, pericolosamente diventare un’arma a doppio taglio, contro il papa e contro se stesso.

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C. Ossola, Erasmo nel notturno d’Europa, Milano, Vita e Pensiero, 2015

Il breve scritto di Carlo Ossola[4] su Erasmo (primo capitolo: Erasmo e il suo tempo) e l’erasmismo (la ricezione di Erasmo nel XVII, XVIII, XX secolo e le letture erasmiane di Stefan Zweig e di Marcel Bataillon nei successivi tre capitoli) si presenta come contributo a un rinnovamento umanistico della cultura europea nel nome di Erasmo, nel senso della libertà spirituale e della Repubblica delle Lettere. L’appendice affronta in pagine dure le ragioni del tardivo avviamento in Italia agli studi erasmiani, identificando in Delio Cantimori il principale responsabile di questo ritardo[5].

Il primo capitolo si concentra su Erasmo e ragiona in termini di coppie di autori: Erasmo e Montaigne, Erasmo e Machiavelli (intorno a due simboli negli Adagia ripresi nel Principe), Erasmo e Lutero, Erasmo e Rabelais, Erasmo e Moro[6]. In questa recensione, che segue la precedente e intende soffermarsi sugli stessi problemi, voglio concentrarmi su due paragrafi.

Il primo paragrafo è il quarto, “Erasmo e Lutero”. Non c’è dubbio che Lutero abbia soppiantato Erasmo nella lotta per l’egemonia culturale del suo tempo. Tuttavia, allargando l’orizzonte, si potrebbe dire con Croce che “il protestantesimo tedesco fu per un paio di secoli pressoché sterile negli studi, nella critica, nella filosofia” (v. p. 23, citazione a sua volta tratta da una pagina dei Quaderni di Gramsci). Ossola contrappone al medioevale Lutero, che deve necessariamente allearsi con i principi tedeschi, la libertà intellettuale di Erasmo, umanista cosmopolita e senza protezioni: cenni biografici di per sé già esemplari per un rinnovamento delle coscienze europee. Inoltre, Ossola rovescia i termini della questione, vedendo nella lingua della convienienza e nel privilegio del circuito chiuso della comunicazione due pregi culturali di Erasmo, tali da delineare la sua opera come culturalmente e spiritualmente molto più ricca di quella di Lutero. La disputa esaminata è quella tra Libero arbitrio e Servo arbitrio[7], che giustamente Ossola ritiene centrale per le sorti dell’Europa e della modernità. A un primo livello, lo scontro tra la lingua della convenienza e la lingua della verità avviene nella lettura delle Scritture, nel conflitto tra la lettura luterana che pretende di essere letterale e la lettura erasmiana tesa a raccogliere nel cristianesimo l’eredità classica. Su questo livello, se ne innesta un secondo, che segna la vera posta in gioco, ossia la coscienza del cristiano, in particolare in rapporto al Testo, e le sorti dell’Europa. Lutero, che replica a Erasmo a suon di sentenze estrapolate dalla Bibbia, non può sentire come Erasmo il peso della questione classica, greca e latina, circa il libero arbitrio. Ancora, Lutero accusa Erasmo di essere un novello Luciano, con ciò illuminando la cultura rinascimentale. Non c’è dubbio che Erasmo sia debitore a Luciano – basti pensare all’Elogio della follia – e non c’è dubbio che non sia lui l’unico debitore. Azzardando, potrei dire che la fortuna di Luciano in età moderna è legata alla fortuna di Erasmo.

Il secondo paragrafo su cui mi soffermo è il quinto, “I ‘Sileni di Alcibiade’: Erasmo e Rabelais”. Di questo paragrafo, più che la ripresa testuale di elementi erasmiani nell’opera di Rabelais (primo segno del perdurare dell’erasmismo in Europa, al quale occorre aggiungere, sempre tra i francesi, almeno Bayle, Voltaire e Condorcet), mi interessa sottolineare un indizio preciso che può essere foriero di successive indagini. Ossola afferma che alla quadripartizione medioevale dei livelli di senso si sostituisce una bipartizione e che Erasmo è nodo fondamentale di questo passaggio. Ritornano qui le distinzioni tra lingua della convenienza e lingua della verità, soprattutto sotto il profilo di retorica ricca e retorica asciutta, e tra comunicazione chiusa e comunicazione aperta. Con Ossola, si può re-interpretare quest’ultima distinzione come distinzione tra una lingua (o lettera) interiore, spirituale, e una lingua esteriore, del “commercio di idee”. I due livelli di senso indubbiamente fanno da criterio per catalogare il corpus di opere, eppure riguardano entrambi una medesima opera, nella quale il discorso esteriore, di superficie, si distingue dal discorso interiore, in profondità. Su questa differenza s’installa il senso del paradosso, tratto caratteristico del Barocco, e collegato alla metanoia lucianea, ampiamente utilizzato da Erasmo. Da qui deriva la disposizione moderna del senso secondo l’opposizione Profondità / Superficie, o, per usare i termini portorealisti, Connotazione / Denotazione.

La sconfitta culturale di Erasmo e la vittoria di Lutero insegnano molto sui meccanismi della politica della cultura, e la disputa intorno al libero arbitrio segna il passo della cultura europea e della modernità. Ciò non toglie che l’opera di Erasmo rimanga ai posteri come opera di libertà di spirito e rappresenti un nodo fondamentale della cultura moderna.

[1] S. Seidel Menchi, Introduzione. Il papa fa i conti col cielo, un uomo di penna con la coscienza, in ERASMO, Giulio, a cura di S. Seidel Menchi, Torino, Einaudi, 2014, pp. VII-CXLIII.

[2] Non ho ancora avuto modo di consultare il recente lavoro di M. ROSPOCHER, Il papa guerriero. Giulio II nello spazio pubblico europeo, Bologna, Il Mulino, 2015.

[3] A proposito della lotta linguistica di Erasmo: ERASMO, Lingua ossia, libro utilissimo su uso e abuso della lingua, trad. di Mario Genesi, Pinerolo, Alzani, 2002.

[4] In una recensione al saggio di M. Fumaroli, La République des Lettres (Paris, Gallimard, 2015), Ossola distingue due ideali – a dire il vero intrecciati – che accompagnano l’intellettuale del Rinascimento e dell’Età Moderna: la respublica christiana (Erasmo, Bauduin, Leibniz) e la respublica literaria (Barbaro, Manuzio, Muratori). La prima, al di là dell’utopia leibniziana, muore con la Riforma; la seconda resta in vita e perdura nell’Età dei Lumi specie nei salons, luoghi che a loro volta resistono fino ai primi del Novecento. Ossola distingue quindi i quattro tratti distintivi della respublica literaria: (i) la cittadinanza ideale, il cosmopolitismo fondato sui saperi liberamente circolanti, specie nelle Accademie [che però ambienti liberi non sono, ndr]; (ii) la conversazione, già celebrata da Castiglione e Della Casa [un cortigiano e un inquisitore, ndr], poi codificata nel Settecento; (iii) il collezionismo non fine a se stesso e il commercio di idee che fanno prevalere l’otium sul negotium [ma questo giudizio dimentica il ruolo che un erudito o un intellettuale gioca in determinate situazioni culturali e politiche, ndr]; (iv) il viaggio di formazione.

Questa casistica mostra una certa idealizzazione dell’immagine dell’intellettuale. Come dare torto a Cantimori – con tutte le sue contraddizioni e ambiguità – quando scrive dei “letterati che si vogliono occupare di politica senza pensare che questa è una cosa seria, che non ammette i begli spiriti né le belle anime”? (cit. p. 77 del saggio di Ossola).

[5] Il giudizio di Ossola su Cantimori, non solo in relazione alla vicenda delle traduzioni italiane delle opere di Erasmo, è molto netto. Non è un dato nuovo. Cantimori è figura molto dibattuta nella storia intellettuale d’Italia del XX secolo. Ossola, si concentra sulle vicende delle edizioni delle opere di Huizinga e di Erasmo per Einaudi. Si tratta di pagine intellettuali di indiscutibile interesse. Occorre anche sottolineare l’elogio di Ossola nei confronti di Tommaso Fiore, curatore delle edizioni dell’Elogio della follia di Erasmo e dell’Utopia di Tommaso Moro.

[6] Breve bibliografia introduttiva su Erasmo allestita tra gli studi citati da Ossola: (i) su Erasmo e il contesto culturale: A. Renaudet, Erasme, Paris, Alcan, 1926 (su Renaudet, v. Ossola alle pp. 54-55); L.E. Halkin, Erasmo, Bari, Laterza, 1989; P. de Nolhac, Erasme en Italie. Etude sur un épisode de la Reinassance, Paris, Klinksieck, 1898 (studioso e studio sui quali Ossola si sofferma alle pp. 50-53); A. Renaudet, Erasme et l’Italie, Genève, Droz, 1954; L. D’Ascia, Erasmo e l’Umanesimo romano, Firenze, Olschki, 1991; (ii) sulla diffusione delle idee erasmiane: S. Seidel Menchi, Erasmo in Italia (1520-1580), Torino, Bollati Boringhieri, 1987 e S. Brogi, Il ritorno di Erasmo. Critica, filosofia e religione nella “République des Lettres”, Milano, Franco Angeli, 2012; (iii) A. Renaudet, Etudes érasmiennes, Paris, Droz, 1939. Ulteriore integrazione in L. Correzzola, “Erasmo da Rotterdam: la ragione e la storia”, in Bibliomanie (rivista online).

[7] Erasmo, Lutero, Libero arbitrio. Servo arbitrio, a cura di F. De Michelis, Torino, Claudiana, 1993.

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L’Europa tra le guerre

15 febbraio 2015

Noi viviamo nell’Europa unita, un territorio non molto vasto ma densamente popolato che si è forzatamente dato un vincolo di pace dopo la Seconda Guerra Mondiale. Storicamente, infatti, l’Europa è stata terra di lunghe, vaste e sanguinose guerre fino a settant’anni fa, con la sola pausa gelida del cosiddetto periodo della Belle Époque, o età degli imperi, quando la guerra gli Stati europei la combattevano altrove, nei continenti dove prendersi le colonie. Purtroppo, quando si parla di memoria storica ci si dimentica di ricordarsi che l’Europa ha avuto una storia, che esiste una storia dell’Europa.

Noi non ce ne accorgiamo perché viviamo in Europa, ma l’Europa è circondata da guerre. In realtà, quasi del tutto circondata da guerre, ma solo perché sul lato occidentale c’è l’oceano. A sud dell’Europa, oltre il Mediterraneo, c’è la Libia, ormai, per quello che se ne può capire stando seduti al computer, una sorta di Somalia, e, più sotto, altre guerre, senza dimenticarsi delle cosiddette “primavere arabe”, represse nel sangue o dal voto elettorale, né dei Saharawi. A est, al confine con Polonia, Slovacchia, Ungheria, Romania, Moldavia ecc., c’è l’Ucraina, spaccata in due da una guerra che non si è mai fermata. Più a sud, oltre la Turchia, il Medio-Oriente, polveriera di battaglie e guerre mai sopite, oggi rinfocolate dai guerriglieri islamici. Gli stessi che, pare, abbiano affiliati in Libia e in altri Stati africani.

A ben vedere, non si tratta solo di guerre. Quello che è in corso, sottolineato da molti commentatori, è l’inesistenza evidente di un ordine mondiale, un ordine come quello bipolare, fondato più sulla dicotomia ideale Capitalismo / Socialismo che sulla realtà geopolitica (non era, infatti, solo bipolare: non c’erano solo Stati Uniti e Unione Sovietica), o un ordine come quello unipolare, sognato da Bush padre e figlio, magari a suon di interventi militari. Non so se si tratti di caos, come alcuni si affrettano a parlare. Certo, all’ordine si oppone il disordine. Ma non si deve dimenticare che l’idea di un ordine mondiale bi- o uni- polare è un’imposizione occidentale, non un dato storico. Parlare di caos significa non avere ancora fatto i conti con l’epilogo dell’Occidente, con la crisi di civiltà che tuttora viviamo.

Quale ruolo geopolitico, infatti, gioca l’Occidente? Gli Stati Uniti preferiscono l’isolamento, favoriti dalla loro posizione geografica. Non s’imbarcano più in spedizioni militari, forse l’hanno fatta finita con il mito di John Wayne che passeggia sulle spiagge della Normandia nel 1944. Ma il mito, teniamolo sempre presente, è ben duro a morire. Tuttavia, oggi, gli Stati Uniti, pur riconoscendo a parole il pericolo rappresentato dall’Islam fondamentalista, scelgono di giocare con pedine diverse: non inviano più truppe, ma droni o missili che possono essere telecomandati da grandi distanze. Il punto è mantenere una soglia di sicurezza, cioè conservare lo stato di guerra, senza più perdite di proprie vite umane. Ma gli Stati Uniti non si limitano a telecomandare droni o missili come in un videogioco ormai reale. Inviano armi “sofisticate”, armano gruppi di guerriglieri, in Ucraina come in Siria o in Iraq. Al più, si limitano all’addestramento di truppe. Il rapporto di guerra è ormai ridotto a questo: un gioco di simulazione da un lato, una relazione economica dall’altro, ossia una relazione di potere: vendere armi, infatti, significa che, in futuro, i compratori saranno in debito con chi li ha equipaggiati. Non sto dando giudizi morali, non sto chiedendomi se questo sia sbagliato o giusto. Vorrei solo pormi delle domande.

Ma la domanda più importante me la pongo pensando all’Europa. L’Europa, mi chiedo, cosa fa l’Europa? Cosa fa l’Unione Europea? Dal punto di vista geopolitico, agli occhi di un esterno, l’Unione Europea non vale niente. Non ha un ministro degli esteri, un dicastero economico né un presidente riconoscibile all’estero. Non ha alcuna intenzione di gestire la tragedia umanitaria che si consuma quasi ogni notte nelle acque del Mediterraneo. L’Unione Europea non esiste fuori del suo territorio, qualcosa di altrettanto difficile da definire (quali sono gli Stati che fanno parte dell’UE e in quale misura? Domanda a cui pochissimi sanno rispondere senza sbagliare).

Ci si faccia caso, una buona volta: tutti i ruoli di potere dell’Unione Europea, nella loro intrinseca e strutturale debolezza, sono rivolti all’interno del territorio. Solo qui, al loro interno, avvengono davvero i rapporti di forza. L’Europa è circondata da guerre, tentativi di riconfigurare e di riposizionarsi nell’ordine mondiale (l’ISIS, si rammenti, è una forza che si pone in un quadro geopolitico internazionale). Questi processi passano accanto e attraversano il continente (basti solo considerare i volontari che diventano guerriglieri islamici), ferendolo mortalmente l’Europa in ciò che questa crede di avere di più importante, la libertà di espressione. Ma l’Europa non conta nulla. È solo una somma aritmeticamente sbagliata di Stati singoli, che cerca di negoziare con Putin non come Unione Europea, ma come Merkel e Hollande (e Renzi? E la terza forza europea?). L’Europa non conta nulla e, men che meno, fuori dell’Europa e in Europa, conta l’Italia.

Bisogna comprendere meglio la questione europea: cosa vuol dire che i rapporti di potere sono tutti rivolti all’interno del suo territorio? Vuol dire che chi ha costruito i meccanismi istituzionali e chi li occupa ha la forza non militare, di soffocare e distruggere, ma la forza economica di dire la verità. Mai si era vista tanta verità circolare univoca nel territorio europeo. Certo, verità ne sono circolate, ma sempre in dissidio, dalle guerre di religione alle guerre di indipendenza. Oggi, invece, riforma strutturale, abbattimento del debito pubblico, liberalizzazioni, sono verità indiscutibili. L’Europa si guarda il proprio ombelico nel tentativo di ristrutturarlo. Tuttavia, dopo le elezioni in Grecia, con la vittoria di Syriza, una nuova guerra potrebbe attraversare l’Europa. Una guerra economico-politica, non combattuta con le armi ma con tabelle e diagrammi, da un lato di chi pretende di detenere la verità, dall’altro lato di chi deve rispondere alle promesse fatte per arginare una situazione socio-economica molto grave. La Grecia ha chiaramente dichiarato guerra alla Troika. Appare, ora, nel suo piccolo, la vera forza di resistenza in Europa. Eppure, effettivamente, sappiamo che sono solo promesse. Che fare? Attaccarci alla corda della speranza dell’Uomo Nuovo greco, come fanno già quei ridicoli brandelli delle sinistre italiane? Credere in una nuova verità, che è poi, al contrario della verità ufficiale, un’altra presunta ricetta pronta per uscire dalla crisi?

La Germania, il paese più forte dell’Unione, il paese che dovrebbe dettare la linea, ha risposto alla Grecia compattando le truppe molto più di quanto abbia fatto la Troika. La vera battaglia è politica, la gioca la Germania. Ma che ruolo gioca la Germania? Secondo alcuni di “padrone” dell’Europa (per cui la Germania detiene il potere e la forza di verità), secondo altri di Stato più forte che ancora non vuole prendersi le responsabilità di una vera e propria egemonia in Europa, e che, per questo, preferisce giocare al gioco pericoloso dell’austerity (per cui è la forza di verità che ha in suo potere la Germania). Ma non conta solo la Germania: contano anche tutti gli altri Stati membri dell’Europa. Da che parte si schiereranno? Assisteremo al compattarsi di fazioni nemiche? O si riuscirà, per il momento, a evitare la guerra negoziando, contrattando una via d’uscita, stipulando un armistizio che, almeno, possa congelare il rischio di un conflitto?

Come sappiamo e immaginiamo, le guerre sono distruttive. La guerra economico-politica che può scoppiare in Europa rischia di dissolvere l’Unione Europea. Ma può avere altre due conseguenze, di cui ancora non si riescono a vedere gli effetti: compattare e rinforzare il fronte della verità o mobilitare forze resistenti ovunque contro chi ha dalla sua, ora, i rapporti di forza. Alcuni commentatori si affrettano a ritenere pericolose le conseguenze di un cedimento alle richieste greche: si alzerebbe, secondo costoro, il livello dello scontro, si rinforzerebbero partiti e movimenti anti-europeisti. Questi commenti hanno chiaramente il segno dell’ideologia: svolgono il loro ragionamento considerando solo un corno del problema, sopprimendo l’altro corno. Io chiedo: quali sarebbero le conseguenze di un ricompattarsi delle forze della verità contro la Grecia, a rischio anche di un’uscita della Grecia dall’euro, o di lasciare il paese in balia di speculazioni finanziarie? Cosa direbbero i partiti e i movimenti anti-europeisti? Direbbero: “non facciamo più niente, diventiamo europei, ci hanno spaventati”? O direbbero: “questi sono capaci di mandare in rovina un intero popolo pur di avere sempre ragione?”. Cosa direbbe Marine Le Pen? Cosa accadrebbe in Spagna? È evidente, dunque, il dilemma: sia se vincono le forze della verità sia se vince la Grecia la situazione potrebbe peggiorare.

La conclusione di tutto questo ragionamento è chiaramente pessimista. Tutte le questioni che ho superficialmente trattato sono collegate. Questa è la globalizzazione. L’Europa è al centro, suo malgrado, di questi fenomeni: circondata da guerre in corso, impotente nell’attuale mondo geopolitico, con il rischio che scoppi una guerra intestina, un conflitto non militare, bensì economico-politico. Si può, si deve negoziare per fermare il rischio di una guerra intestina, che sfalderebbe l’Unione Europea. I negoziati, tuttavia, non arginano per sempre il rischio di una guerra. Come per le dighe, i patti vanno controllati, occorrono verifiche periodiche. L’armistizio economico-politico potrebbe solo rinviare il conflitto.

Attualmente, mi sembra, siamo a questo punto in Europa: non abbiamo coscienza storica europea, non sappiamo nulla della storia d’Europa; ma non abbiamo nemmeno adeguatamente compreso il rischio dello sfaldamento, di derive contestatrici, anti-europeiste, neo-nazionaliste: attualmente, noi non sappiamo effettivamente che cos’è l’Europa e come si fa ad essere europei.