Amici della Kampuchea democratica. P. F. Idling, “Il sorriso di Pol Pot”

19 dicembre 2015

Com’è possibile ritrovarsi nel bel mezzo di uno dei più grandi massacri della storia senza accorgersi di niente? (p. 30)

Il viaggio degli svedesi. Un corridoio lungo due settimane di persone sorridenti e ben nutrite.

Di persone rilassate, senza paura.

Com’è stato possibile, senza che scattasse il dubbio, almeno una volta? (p. 104)

“Quando siamo arrivati a bordo dell’auto governativa, la gente aveva l’aria terrorizzata, impaurita oppure ostile? No: i bambini ci gridavano apertamente ‘nasi lunghi’ e siamo stati ben accolti dappertutto. […] Durante il viaggio potevamo far fermare la macchina su cui viaggiavamo dovunque volessimo, fotografare e filmare liberamente e scegliere da soli chi intendevamo intervistare”. (Dal diario di Hedda Ekerwald, p. 123)

Il sorriso di Pol Pot (Pol Pots leende, prima edizione svedese 2006) di Peter Fröberg Idling (trad. it. di Laura Cangemi,Milano, Iperborea, 2010), libro dell’anno per gli svedesi nel 2007, è un mosaico di 262 testimonianze, ricordi, pezzi di storia, di giornalismo, di finzione. Il soggetto tratta del viaggio compiuto nell’agosto del 1978 in Cambogia da parte di quattro osservatori svedesi per conto dell’Associazione di Amicizia Svezia-Kampuchea. Di lì a quattro mesi, il Vietnam invaderà la Kampuchea democratica ponendo fine al regime di Pol Pot.

“Nel 1978 – scrive Idling, che in Cambogia ha vissuto – perse la vita un numero maggiore di persone rispetto agli anni precedenti” (pp. 28-29). Di questo non c’è traccia nei resoconti dei quattro osservatori – Gunnar Bergström, presidente dell’Associazione e allora infermiere psichiatrico, Hedda Ekerwald, allora studentessa di sociologia, Jan Myrdal, figlio del celebre economista e noto attivista, Marita Wikander, al tempo giornalista. Myrdal soprattutto, come Noam Chomsky insieme a Edward S. Herman nel 1977, difendeva il regime kampucheano dalla disinformazione imperialista, insistendo anche in seguito su questo aspetto della sua militanza a sostegno del Partito Comunista cambogiano. O come scrisse David Kline, tra gli osservatori ospiti in Cambogia per conto del Partito Comunista Americano, nell’introduzione a The New Face of Kampuchea: “Vedemmo un paese completamente diverso dall’immagine negativa che viene riportata in innumerevoli articoli e programmi televisivi” (p. 164). Osservatori che vedono coi loro occhi versus Immagine comune. Ma, allora, perché la critica sprezzante di Chomsky nei confronti di Cambodge. L’année zéro di François Ponchaud, edito nel 1977, frutto delle osservazioni e delle testimonianze sulla rivoluzione dei khmer rossi raccolte da un missionario che viveva in Cambogia da dieci anni e parlava il khmer? Come è stato possibile vedere ciò che si doveva vedere e al contempo non-vedere ciò che si poteva vedere? (V. a tale proposito Paul Hollander, Pellegrini politici. Intellettuali occidentali in Unione Sovietica, Cina e Cuba, Bologna, Il Mulino, 1988 – ed. ing. or. 1981)

I 262 frammenti-capitoli che compongono il testo si raggruppano in numerosi livelli riconducibili a circa quattro piani: (I) la ricerca giornalistica, condotta in prima persona, tra i ricordi d’infanzia delle manifestazioni politiche (Idling è nato nel 1972), la ricerca in Cambogia di coloro che hanno accompagnato gli osservatori svedesi nel paese, stralci di interviste, ricerche di libri in biblioteca e di immagini della morte invisibile nella Kampuchea democratica; (II) il viaggio della delegazione svedese nella cornice delle lotte politiche degli anni ’70, attraverso il diario di Hedda Ekerwald, pubblicato sulla rivista Kampuchea nel 1978, e brani stralciati da questa stessa rivista; (III) la storia della Cambogia proposta da prospettive differenti: il tentativo di cogliere momenti nella sfuggente biografia di Saloth Sar, alias Pol Pot; la ricostruzione frammentata della Cambogia massacrata dai bombardamenti americani durante la guerra del Vietnam; le testimonianze dei sopravvissuti al regime comunista; (IV) gli slogan e qualche altro brano propagandistico che sembrano segnare il passo tra i differenti momenti del racconto.

La storia della Cambogia nella seconda metà del XX secolo è piena di insidie. Il re Norodom Sihanouk, per esempio, fu incoronato nel 1941, ma nel 1955 abdicò in favore del padre per poter avere da principe il pieno potere sul paese; destituito da un colpo di stato nel 1970 che portò al potere il generale Lon Nol, si autoesiliò in Cina dove formò un governo con il sostegno dei khmer rossi, coi quali riconquistò il potere nel 1975 per essere poi destituito e imprigionato l’anno successivo fino al 1978, quindi ridiventando re dal 1993 al 2004, quando ha abdicato per ragioni di salute in favore del figlio. Anche la storia della dittatura del Partito Comunista, o dell’Organizzazione, mostra aspetti singolari, a cominciare dal misterioso nome scelto da Saloth Sar, figura misteriosa ai cambogiani stessi, se è vero che Monsieur Sem vide la prima foto di Pol Pot nel 1979 riconoscendo in lui il suo professore di francese (p. 169). A differenza di altri “Grandi Leader”, come Kim-Il-sung, al quale s’ispirava, Pol Pot non celebrava il culto della propria personalità: i Fratelli dell’Organizzazione agivano nell’ombra, in segreto, per evitare di essere intercettati e riconosciuti dai nemici stranieri e dai traditori interni, i controrivoluzionari, in una spirale che, inevitabilmente, come ha anche mostrato Koji Wakamatsu nel film United Red Army (2008), non poteva che inghiottire Pol Pot stesso e tutta l’Organizzazione.

Ospiti di un potere invisibile che deportava i cittadini in campagna svuotando le città e la capitale Phnom Penh, tra luoghi inaccessibili di detenzione, tortura e condanna a morte come il terribile S-21 sulle cui pareti, oggi, campeggiano le foto dei detenuti scattate dai loro aguzzini, visitando città dove la popolazione sembrava sottrarsi all’occhio dell’osservatore e campagne dove i delegati credevano di poter girare indisturbati vedendo tutto quel che c’era da vedere. I sostenitori della Kampuchea democratica sapevano, però, che prima, durante e dopo il viaggio, un altro mistero aleggiava su di loro, la sorte del marito di Marita Wikander, di cui non si sapeva più nulla dal 1977, anno del suo rientro in Cambogia. Idling lo riconosce tra gli innumerevoli volti fotografati nella prigione S-21, anche lui condannato perché controrivoluzionario.

Come si fa, in simili condizioni, a dire ciò che i delegati avrebbero potuto vedere? Si vede solo ciò in cui si crede o che si presume di sapere: perché, altrimenti, Bergström, che a Idling dice “Non ci ho creduto neanche allora” (p. 193), avrebbe messo il suo nome nel rapporto pubblicato nel 1979? E che cosa ha visto Chomsky, che presumeva di sapere ciò che Ponchaud aveva davvero visto e aveva manipolato; Chomsky, che presumeva di sapere che le informazioni fornite dai profughi non erano attendibili? Pensando al linguista, leggiamo Lars Hillersberg esclamare: “Come si fa a essere così dannatamente idioti? Non dare ai racconti dei profughi cambogiani il credito che meritavano è stato l’errore più grosso della mia carriera! Ed è dovuto al bagaglio che mi portavo dietro dall’FNL [il movimento a sostegno dei vietcong, ndr]” (p. 222)? E cosa sa, ora, Hillersberg, che prima non riusciva a vedere? Che cosa ha visto la delegazione svedese – e tutte le delegazioni occidentali in Cambogia – che confonde una coltivazione di papaya con una piantagione di gomma? E Jan Myrdal, oggi, sa che, in fondo, non poteva vedere altro da quello che credeva di vedere?

A questo regime di confusa visibilità si correla la forma a frammenti, tra i quali penetra il caso, nella storia o nel racconto, il ritrovarsi tra le mani La Kampuchea tra due guerre, la fragilità degli eventi che rompe i nessi di causa ed effetto. Tra le testimonianze più remote e le scarse immagini sfocate che abbiamo, spicca proprio ciò che il titolo evoca e il testo conferma, il sorriso aperto, gioviale, contagioso, di Saloth Sar / Pol Pot. Un sorriso che, nella casualità degli eventi stessi della vita del Fratello Numero 1, rende ancora più inquietanti l’oscura storia della Kampuchea democratica, oggi così visibile e museale, e la tragica cecità dei suoi ideologizzati osservatori.

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