Salvatore Lupo, “La questione. Come liberare la storia del Mezzogiorno dagli stereotipi”

15 gennaio 2016

Gli studiosi della questione meridionale si possono dividere in due schieramenti: i meridionalisti e i meridianisti. I primi sono gli artefici e i custodi dell’approccio storico e teorico tradizionale, s’ispirano a Salvemini, Rossi-Doria, Sereni, Saraceno, Galasso, usano la categoria “Mezzogiorno” e l’analizzano studiando il divario tra Centro-Nord e Sud, sostengono la necessità di una politica economica pubblica mirata per il Meridione e un po’ rimpiangono il periodo d’oro (1953-1971) della Cassa per il Mezzogiorno. I secondi criticano l’approccio tradizionale e dai primi ricevono l’etichetta di “revisionisti”, si riuniscono intorno alla rivista Meridiana fondata nel 1987, rifiutano di parlare di un unico “Mezzogiorno” e studiano il Sud nelle sue realtà plurali e differenti, utilizzando strumenti di analisi diversificati, come per esempio la sociologia economica, alla quale s’ispirano sostenendo la necessità di politiche economiche regionali e locali, più mirate alle specificità dei territori, non mancando di sottolineare come la Cassa per il Mezzogiorno, che pure ha ricoperto un ruolo importantissimo, appartenga a un’epoca ormai irripetibile[1]. Tra le opere “meridionaliste” più recenti cito Le due Italie. La questione meridionale tra realtà e rappresentazione (Bari, Laterza, 2005) di Claudia Petraccone e La questione italiana. Il Nord e il Sud dal 1860 a oggi (Bari, Laterza, 2013) di Francesco Barbagallo. Tra le opere “meridianiste” più recenti: Breve storia dell’Italia meridionale. Dall’Ottocento a oggi (Roma, Donzelli, 2005) di Piero Bevilacqua e La questione. Come liberare la storia del Mezzogiorno dagli stereotipi (Roma, Donzelli, 2015) di Salvatore Lupo. Da questa breve bibliografia si ricavano ulteriori differenze: mentre i titoli “meridionalisti” richiamano la divisione in due dell’Italia, i titoli “meridianisti” si concentrano sul Mezzogiorno; le due case editrici, Laterza e Donzelli, appaiono diversamente schierate (Carmine Donzelli, calabrese e fondatore dell’omonima casa editrice, è stato primo editore e primo direttore, con Bevilacqua, di Meridiana); l’ultima differenza è nell’appartenenza territoriale e culturale: napoletana i “meridionalisti”, siculo-calabrese i “meridianisti”. In realtà, quest’ultima distinzione deriva da un sospetto un po’ maligno dei “meridianisti”. Lo ammette lo stesso Lupo nell’opera citata: «Napoli è sempre stata la roccaforte delle impostazioni dualiste per questo: perché le hanno consentito di essere nuovamente capitale di qualcosa» (p. XVI, n. 14).

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Mi è sembrato necessario fare questa premessa alla recensione del saggio (pamphlet?) di Lupo per proiettare gli argomenti affrontati nel contesto intellettuale a loro più pertinente. Il libro è breve, ma il contenuto è denso e va costantemente confrontato sul piano storiografico con la posizione “meridionalista”. Solo in questo modo è possibile delinare un quadro per affinità e divergenze e capire se davvero tra gli schieramenti “meridionalista” e “meridianista” non ci sia spiraglio di dialogo.

La questione si compone di tre capitoli corrispondenti a tre atti della storia del Mezzogiorno: il primo atto affronta i primi anni dell’Italia; il secondo atto va dagli anni Ottanta del XIX secolo alla cosiddetta “età giolittiana”; il terzo atto si concentra sul primo dopoguerra e giunge al noto scritto incompiuto di Gramsci. Lo scopo di Lupo, soprattutto nei primi due capitoli, è affrontare la storia del Mezzogiorno osservando «la diversità dei contesti locali» (p. 55), smentendo uno dei fondamenti del pensiero “meridionalista”, la dicotomia tra la “polpa” e l’“osso” dell’agricoltura meridionale formulata da Manlio Rossi-Doria nel 1958.

Viene subito da chiedersi perché La questione s’interrompa così presto, al 1926. Perché è nel periodo esaminato, sostiene Lupo, che si colloca la “invenzione” della questione meridionale – espressione che farebbe trasalire un “meridionalista”. Occorre però specificare che la scelta del periodo non riguarda la storia del Mezzogiorno, bensì la storia dei due concetti definiti nella premessa (p. XVIII): (i) la questione meridionale «come una discussione imperniata sull’idea della radicale alterità di Nord e Sud», dove “radicale” è aggettivo maliziosamente introdotto da Lupo, comunque utile a indicizzare posizioni ostili al Sud, come il discorso razzista di fine Ottocento; (ii) il meridionalismo «come uno schieramento a favore del Sud, un progetto inteso a eliminare il dualismo o ad attenuarne gli effetti negativi». A proposito di quest’ultimo termine, credo indispensabile richiamare la distinzione di Rossi-Doria, citata a p. 145 e arricchita dall’autore, tra i “politici dell’irrealtà” come Salvemini, De Viti de Marco, Fortunato, Gramsci e Dorso, contraddistinti dalla «loro capacità di guardare in avanti, di immaginare un profondo rinnovamento del paese», e gli “organici” che elaborarono programmi e azioni di governo, come Nitti, Colajanni e Amendola. Questa distinzione corrisponde grossomodo a quella tra “teoria” e “pratica”, con Salvemini e Nitti figure di riferimento. Tuttavia gli schieramenti formulati da Rossi-Doria mescolano persone e idee non concordi. Sulle numerose differenze d’opinione tra i protagonisti della questione meridionale, e su qualche atteggiamento contraddittorio in qualcuno a seconda delle circostanze, Lupo ha scritto un prezioso articolo[2], dove in particolare critica l’assimilazione tra “questione meridionale” e “meridionalismo”.

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Il primo atto di questa storia comincia per tradizione nel 1875. In questa data uscirono di Leopoldo Franchetti le Condizioni politiche e amministrative delle province napoletane, viaggio in Abruzzo, Molise, Basilicata e Calabria, e di Pasquale Villari le Lettere meridionali su camorra, brigantaggio e mafia, corrispondenze giornalistiche inviate al direttore dell’Opinione Giacomo Dina. Nel 1875 il Parlamento nominò una commissione d’inchiesta sulla Sicilia, cosa che spinse Franchetti e Sidney Sonnino a intraprendere una personale e parallela inchiesta, avviata nel gennaio del 1876 e conclusasi nel 1877 con la pubblicazione in due volumi de La Sicilia nel 1876. Lupo sottolinea tre aspetti di questi primi lavori: nessuno degli autori parla di “questione meridionale”; Sonnino, che nell’inchiesta siciliana si occupò dei contadini, scrisse, come fece anche Villari nelle lettere, di “questione sociale”; i tre autori e senatori della Destra erano molto scettici, per non dire ostili, verso le classi dirigenti locali.

Questi dati non contraddicono la riflessione “meridionalista”, con la quale Lupo condivide la cronologia. I “meridionalisti” danno più risolto all’aspetto politico dell’interesse di Franchetti, Villari e Sonnino verso il Sud: temevano rivolte popolari e il ritorno dei briganti alla luce sia di quanto accaduto dieci anni prima sia del proliferare delle idee socialiste e anarchiche; inoltre erano preoccupati dei voti che la Sinistra aveva conquistato nel Sud con le elezioni del 1874. Lupo non nega questi elementi (p. 29) ma preferisce mettere in primo piano la questione sociale.

La tesi del primo capitolo è che tra il 1861 e il 1880 circa l’economia meridionale cresceva. Buona parte dei “meridionalisti” condivide questa tesi (v. per es. Emanuele Felice, Perché il Sud è rimasto indietro). Le tariffe liberiste furono la causa principale del buon andamento delle produzioni agricole specializzate (olio, vino, agrumi ecc.). Questi settori, nei quali prevalevano la media e la grande proprietà, si distinguono dalla produzione di grano tipica del latifondo. Ma la produzione agricola soffriva di alcune debolezze. In primo luogo, Lupo si chiede se la società del tempo non fosse troppo aperta al mercato (p. 45), come si evince da alcune testimonianze dell’epoca in cui ci si lamentava un certo disordine produttivo. Con questo argomento lo storico intende smentire uno dei leit motiv sul Meridione come società immobile, rigida, primitiva. Analizzando casi di grandi proprietari terrieri, o latifondisti, che si comportarono da veri imprenditori (pp. 39-42), Lupo, rompendo la macro-categoria del “proprietario assenteista”, che pure esisteva e politicamente dominava le province meridionali, si chiede se i contratti d’affitto “miglioratari” non avessero giocato un qualche ruolo a favore della crescita. Ma l’aspetto più debole dell’agricoltura meridionale consisteva nella posizione subalterna dei propri prodotti: l’olio era desinato a uso meccanico e alla produzione di sapone; il vino, eccetto il Marsala, era utilizzato per il “taglio” del vino francese; gli agrumi facevano parte della filiera delle industrie profumiere europee. Altri elementi di debolezza strutturale erano i dissesti idrogeologici, l’eccessiva estensione della cerealicoltura, il sistema latifondistico con i suoi effetti sul piano sociale (mancanza di istruzione e sanità) ed economico (carenza di infrastrutture), il regresso degli allevamenti. Anche lo zolfo, che abbondava in Sicilia, veniva estratto con tecnologie arretrate (pp. 13-18).

Fin qui non mi sembrano esserci elementi di particolare rottura con il “meridionalismo”. Si trova, è vero, un certo “revisionismo”, in particolare a proposito dei “residui feudali” (par. 5) e del presunto “drenaggio di capitali” con la vendita delle terre demaniali (p. 55); ma è un revisionismo positivo che arricchisce il dibattito storiografico.

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Il secondo capitolo cerca di smontare uno degli assi portanti del “meridionalismo”: la tesi del patto tra industriali del Nord e latifondisti del Sud, sancito nel 1887, anno della svolta protezionista, e ancora attivo per tutta la cosiddetta “età giolittiana”. Come è facile presumere, la tesi “meridionalista” contiene una certa dose di marxismo. La trattazione di Lupo verte soprattutto su due argomenti.

Nel paragrafo 8, Lupo sostiene l’importanza dei trattati di commercio stipulati da Giolitti durante i suoi governi, e ricorda che lo stesso Giolitti, nel 1892, stipulò un trattato con Austria, Germania e Svizzera per l’esportazione di vino italiano, prodotto per la gran parte nel Meridione (p. 81). Lupo contesta l’immagine di Giolitti protezionista e soprattutto anti-meridionale. È noto che uno dei più accaniti oppositori di Giolitti fu Gaetano Salvemini, autore del celebre pamphlet Il ministro della mala vita, pubblicato nel 1910 (gli articoli erano usciti sull’Avanti! nel 1909). Il pamphlet tratta delle elezioni del 1909 a Gioia del Colle, dove il marchese De Luca Resta affrontò il deputato uscente, Vito De Bellis, fedelissimo di Giolitti e accusato da Salvemini di violenze e brogli. Lupo smonta il pamphlet (pp. 128-133) sulla base della rivisitazione storiografica di Fabio Grassi[3]. Altro celebre meridionale nemico di Giolitti fu il nobile, latifondista e radicale Antonio De Viti De Marco, economista liberista. Salvemini e De Viti De Marco ebbero un’influenza notevole sui primi “meridionalisti”, in particolare Guido Dorso e Tommaso Fiore, e, da qui, anche su certa storiografia tradizionale. La quesione, invece, ricorda che le leggi speciali promulgate durante i governi Giolitti in qualche modo precedettero l’intervento straordinario di età repubblicana. Il filo rosso è Francesco Saverio Nitti, economista e tecnico prestato alla politica, forse il più importante protagonista, con Salvemini, della storia della questione meridionale. Su quest’ultimo punto convergono i “meridionalisti”. Ma Lupo sembra voler puntare il dito contro la contraddizione di fondo dello schieramento storiografico opposto: liberisti anti-giolittiani prima, saraceniani pro-Cassa dopo?

Il secondo argomento con cui Lupo cerca di smontare la tesi dell’alleanza tra industriali settentrionali e agrari meridionali è lo studio, nei paragrafi 5 e 6, delle mobilitazioni politiche, delle cooperative e delle leghe in Sicilia e in Puglia. La critica all’ipotesi di continuità tra ultimi governi di fine Ottocento e governi giolittiani a proposito della repressione dei moti nel Sud non può tralasciare un dato di fatto: le continue e pressanti richieste, soprattutto da parte dei proprietari terrieri pugliesi, di inviare militari per sedare le agitazioni contadine.

Sul piano economico, Lupo torna sulla mobilità dell’agricoltura meridionale sostenendo la tesi di Biagio Salvemini[4]: «l’espansione e la crisi nell’agricoltura meridionale ottocentesca vanno lette come le due fasi di un unico meccanismo caratterizzato da “flessibilità estrema rispetto alla congiuntura e ai prezzi”» (p. 89 e segg.). Questo atteggiamento già sottintende il modo del tutto particolare in cui ne La questione si parla di latifondo e di protezionismo.

Alcune pagine (pp. 85-88) sono dedicate alla contro-argomentazione che giustificava il sistema del latifondo nella geografia meridionale. Si citano il Giornale degli economisti, di cui era direttore De Viti De Marco, il marchese Di Rudinì, due volte presidente del Consiglio, Ghino Valenti, uno dei fondatori dell’economia agraria, Giustino Fortunato, capisaldo della tesi dualista, e Napoleone Colajanni, nemico di De Viti De Marco e feroce critico dell’antropologia razzista del veronese Cesare Lombroso e del siciliano Alfredo Niceforo. Si tratta di una parte molto interessante anche perché raramente affrontata dalla storiografia “meridionalista”.

Al protezionismo è dedicato il paragrafo 2. Le tariffe doganali, come è noto, vennero istituite nel 1887 per proteggere le industrie settentrionali del tessile e del siderurgico, sostenute da capitali di Stato, e la produzione cerealicola per contrastare la concorrenza dei cereali americani e russi. La crisi economica investì l’Italia specie quando s’incrinarono i rapporti diplomatici con la Francia. Lupo ricorda che i principali sostenitori del dazio sul grano furono gli agricoltori padani, particolarmente colpiti dalla concorrenza (p. 78), mentre tra i meridionali non c’era unanimità di opinione (p. 79). Inoltre, mentre crollavano i prezzi del grano e di altri prodotti, il prezzo del vino aumentava alimentando, già dalla fine degli anni ’70, «una trasformazione dei seminativi in vigneti che assume[va] ritmi parossistici, in Sicilia e ancor più in Puglia» (p. 78). Per l’aumento della produzione vinicola il governo Giolitti trovò, nel 1892, la soluzione del trattato di commercio di cui si è già detto. Bisogna anche precisare che politiche protezioniste furono adottate nello stesso periodo in tutti i paesi europei, eccetto la Gran Bretagna.

Il proposito di un’analisi più pluralistica e più approfondita di casi storici e la contestualizzazione degli autori “classici” della questione meridionale, con i problemi e le contraddizioni che ne derivano, riescono nel secondo atto a scalfire e rettificare una delle tesi fondamentali del pensiero “meridionalista”: l’alleanza tra industriali del Nord e latifondisti “assenteisti” del Sud. Questo discorso affranca lo studio storico da giudizi consolidati sia sul periodo post-unitario sia su Giolitti, e illumina lo sfondo di alcune cose ben note, come i difficili rapporti tra Salvemini e il Partito Socialista e tra operai del Nord e contadini del Sud.

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Il terzo capitolo cerca di tirare le fila del discorso. Ci si potrebbe chiedere, per esempio, se le leggi speciali, o più idealmente il nittismo, ispirassero la politica dell’intervento straordinario in età repubblicana saltando il ventennio fascista. La risposta condivisa è no: durante il fascismo il terreno per i tecnici fu fertile. Nel nittismo fu allevato Alberto Beneduce, amministratore dell’Ina e tra gli artefici dell’Iri; al nittismo s’ispiravano tecnici che ricoprirono ruoli importanti nel secondo dopoguerra, come Saraceno, Giuseppe Cenzato e Francesco Giordani; al nittismo si rifaceva anche la rivista Questioni meridionali fondata a Napoli nel 1934 da intellettuali tecnici tra i quali Cenzato e Giordani. C’è dunque una linea di continuità tra Nitti e tecnocrazia nittiana che passa per il fascismo (p. 193). Ciò non toglie che il periodo socio-economico peggiore per il Mezzogiorno sia stato proprio il periodo fascista, come è ben noto agli storici.

Più provocatoria l’altra linea argomentativa. Non c’è dubbio che Salvemini abbia avuto un’enorme influenza sulle successive generazioni di militanti e politici, in particolare, nel primo dopoguerra, sui militanti dell’Associazione Nazionale Combattenti. Il movimento combattentistico dei reduci fu il primo movimento meridionalista (p. 169). La polemica anti-giolittiana e anti-sistema si trasformò, specie dopo il ritorno dal fronte, in anti-parlamentarismo. Tra i più esagitati ci furono i combattentisti e i sindacalisti rivoluzionari, per la gran parte di origine meridionale. I disordini tra il 1919 e il 1922 pareggiavano la confusione politica: Mussolini riuscì a conquistare i meridionali intransigenti al fascismo. Tra questi spiccava il napoletano Aurelio Padovani, militante intransigente, elogiato dall’antifascista Guido Dorso ne La rivoluzione meridionale (Piero Gobetti editore) e da Mussolini, dopo la precoce morte di Padovani avvenuta nel 1926. L’elogio di Mussolini si può leggere nei Taccuini mussoliniani di De Begnac, frutto di un dialogo avvenuto intorno al 1939 tra il giovane fascista francese e il Duce, in cui Mussolini fa intendere che aveva pienamente compreso l’importanza politica degli eredi del combattentismo (p. 185). Mussolini e il fascismo riuscirono prima ad attirare gli ex-combattenti e i sindacalisti rivoluzionari, in lotta contro latifondisti e notabilato, poi a placarne gli animi con un mix di legittimazioni ed esplusioni (Padovani, per esempio, fu espulso dal Pnf nel 1923, poi riammesso; le sue successive dimissioni in contrasto con la scelta di aprire il Partito agli esterni, furono respinte due volte, infine accettate), mentre il nuovo regime conquistò l’appoggio dei latifondisti e dei notabili che avevano cambiato colore politico (p. 192). Più debole, invece, mi sembra il discorso di Lupo a proposito delle simpatie di Salvemini per il Mussolini socialista rivoluzionario (p. 158).

In sintesi, mentre il nittismo si riadattò e riformò, il salveminismo si biforcò: da una parte alimentò l’intransigenza rivoluzionaria, disprezzata dallo stesso Salvemini, poi confluita nel fascismo e dal fascismo addomesticata, dall’altra parte influenzò Gobetti e Rosselli e da qui giunse poi all’azionismo.

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Ma perché nel primo dopoguerra movimento combattentistico e sindacalismo rivoluzionario apparivano tanto importanti? Probabilmente perché si vedeva nella nuova generazione, finalmente unita al fronte, una vera e propria forza rivoluzionaria in grado sia di spazzare via i poteri forti locali e nazionali, sia di dare vita a una sorta di nuovo Risorgimento. Credo che più o meno questa fosse anche la ragione dell’interesse di Gobetti per i meridionali: l’editore torinese stampò La rivoluzione meridionale di Guido Dorso e pubblicò su La rivoluzione liberale le lettere di Tommaso Fiore, poi raccolte sotto il titolo Un popolo di formiche.

Anche Gramsci affrontò la questione meridionale in un celebre scritto rimasto incompiuto. A me è sempre parso che Gramsci avesse voluto scrivere una sorta di lunga recensione e rettifica del saggio di Dorso, sapendo che il movimento gobettiano era il principale interlocutore dei comunisti a proposito di rivoluzione e Mezzogiorno. Gramsci riprese poi l’argomento nei Quaderni senza avere più a portata di mano quello scritto. Lupo divide il testo incompiuto in due parti. Ritiene che la prima parte sia notevolmente influenzata dalle analisi di Salvemini, specie nella stratificazione sociale del Mezzogiorno, sebbene la critica nei confronti dello stesso Salvemini sia, come è noto, molto dura (p. 159). Nella seconda parte, invece, Gramsci supera il salveminismo e, dando maggiore risalto alla componente culturale, come fa nei Quaderni, mostra maggiore attenzione per le differenze locali fino a rompere con lo schema dualista del Sud contro il Nord (p. 198).

Non condivido questa lettura. Lupo vi dedica solo l’ultima pagina del libro. Cerca, inoltre, di appoggiare la sua interpretazione su un presunto richiamo di Gramsci a Fortunato e Croce: di Croce, La questione non si occupa mai (non è, del resto, massimo esponente dell’intellettualità napoletana?), e lo stesso si potrebbe dire del pensiero di Giustino Fortunato, contestualizzato nel paragrafo 7 del primo capitolo nella sua attività, condivisa con il fratello, di proprietario terriero. Ma Fortunato non è forse uno dei primi sostenitori del dualismo tra Nord e Sud? Infine, come spesso si è soliti fare con Gramsci, anche Lupo cerca di tirarlo per la giacca per farne l’antesignano della propria posizione teorica. Altri potrebbero prendere gli scritti gramsciani e collocarli coerentemente nel solco del “meridionalismo”; altri ancora potrebbero ritenere Gramsci sostenitore della tesi colonialista del Nord invasore del Sud.

Tirando le somme, mi pare di capire che tra “meridionalismo” e “meridianismo” ci siano molte possibilità di dialogo. Entrambi gli schieramenti hanno posizioni storiografiche serie, al di là della preferenza per le politiche economiche. Certo, il “meridianismo” propone revisioni e rettifiche in parte condivisibili (sul liberalismo giolittiano e sulla presunta alleanza tra industriali del Nord e agrari del Sud) e in parte da chiarire e approfondire (su latifondo e protezionismo). Lasciando per il momento da parte gli scritti di Gramsci e la loro collocazione, credo che da questo dialogo la storiografia della questione meridionale possa trarre molti vantaggi.

[1] Conio il termine “meridianisti” con riferimento alla rivista Meridiana. Franco Cassano e il suo pensiero meridiano non c’entrano.

[2] S. Lupo, “Storia del Mezzogiorno, questione meridionale, meridionalismo”, in Meridiana, n. 32, 1998, pp. 17-52.

[3] V. anche E. Corvaglia, Il Mezzogiorno di Gaetano Salvemini, in G. Salvemini, Il ministro della mala vita, Bari, Palomar, 2006, pp. 5-63.

[4] B. Salvemini, Prima della Puglia. Terra di Bari ed il sistema regionale in età moderna, in L. Masella e B. Salvemini (a cura di), Storia d’Italia. La Puglia, Torino, Einaudi, 1989, pp. 3-218.


Emanuele Felice, “Perché il Sud è rimasto indietro”

12 gennaio 2016

Perché il Sud è rimasto indietro (Bologna, Il Mulino, 2013) di Emanuele Felice è un libro di storia dell’economia che, come s’intuisce dal titolo, ruota intorno all’opposizione Nord / Sud. Il libro fa il punto sui dati e sul problema della costruzione dei dati a proposito della condizione di vita dei meridionali rispetto ai settentrionali dal 1861 a oggi[1].

Le chiavi di lettura del saggio di Felice sono due. La prima è il concetto di modernizzazione passiva introdotto da Luciano Cafagna in un articolo del 1988[2]. Riprendendo un precedente lavoro[3] e ispirandosi alla divulgazione gramsciana del termine rivoluzione passiva[4], Cafagna propone un’idea di modernità come forza rispetto alla quale un territorio o subisce una “modernizzazione passiva”, cioè vi si assoggetta senza attivare alcuna resistenza o risposta, o per via di attori politici e/o sociali articola una risposta coordinata e strategica, ovvero compie una “modernizzazione attiva”. Esempi di quest’ultima sono il Piemonte cavouriano, la monarchia prussiana, il Giappone del periodo Meiji.

Il Regno borbonico è un caso esemplare di modernizzazione passiva, come Felice documenta fin dalle prime pagine del saggio. Sul piano politico i Borboni reprimono con durezza l’esperimento costituzionale del 1848 conservando il potere assoluto e subendo l’isolamento internazionale (p. 18, 21). Sul piano infrastrutturale si sa che il primato ferroviario, la linea Napoli-Portici, appartiene al Sud; ma si tratta di un collegamento per il “passatempo degli aristocratici” dato che a Portici c’è la residenza estiva dei Borboni. Sempre sullo stesso piano, nel 1859 il Regno delle Due Sicilie conta 99 km di strada ferrata (in rapporto all’estensione del territorio: 0,9 m di linea ferroviaria per km²), contro gli 850 km di Piemonte e Liguria (25 m per km²), i 522 km di Lombardia e Veneto (10,6 m per km²), i 257 km della Toscana (11,2 m per km²), i 101 km dello Stato della Chiesa (2,6 m per km²) (p. 22). Per quanto riguarda gli istituti di credito, a differenza della tradizione secolare di Piemonte, Lombardia e Toscana, nel Regno delle Due Sicilie esistono solo due banche pubbliche: il Banco di Napoli (una sola filiale aperta a Bari nel 1857) e il Banco di Sicilia (sede a Palermo e filiale a Messina), più 1200 monti frumentari che fanno credito in natura, da confrontarsi con i 360 presenti nella sola Sardegna, più una cassa di risparmio contro le 22 nello Stato sabaudo, le 15 in Lombardia, le 9 in Veneto, le 27 in Toscana, le 51 nello Stato della Chiesa (pp. 24-25). Sul piano sociale, infine, il territorio del Regno delle Due Sicilie conta nel 1861 una popolazione per l’86% analfabeta, ovvero tutto lo strato popolare più gran parte della borghesia, a differenza del 50% circa di analfabeti in Piemonte e in Lombardia e del 35% in Liguria (pp. 25-26).

Il Regno borbonico non è per nulla uno Stato moderno. Il giudizio condivisibile di Felice sulla monarchia borbonica è netto[5]. Lo storico sembra individuare due dati decisive del regresso socio-economico, politico e culturale sotto i Borboni: il 1799, anno del fallimento della rivoluzione passiva a Napoli e della condanna a morte e dell’esilio degli illuministi (p. 59), e il 1820-1821, anni in cui la rivoluzione vittoriosa viene repressa dalle truppe straniere, i Borboni reinstallano la monarchia assoluta e si diffondono, a tutela degli interessi forti, la mafia e la camorra (pp. 195-196).

La seconda chiave di lettura è la teoria neoistituzionalista di Daron Acemoglu e James Robinson[6], i quali distinguono istitizioni economiche e politiche inclusive che attuano processi di modernizzazione attiva (tutela dei diritti di proprietà, giurisprudenza efficiente, servizi pubblici, partecipazione dei cittadini) e istituzioni economiche e politiche estrattive che assumono comportamenti adattativi ai processi di modernizzazione, ossia accettano la modernizzazione fino al punto in cui è utile all’élite e non avvantaggia le classi subalterne (pp. 97-98). Le istituzioni estrattive creano vincoli formali e informali alla partecipazione dei cittadini, estraggono reddito e ricchezza da una parte larga della società a beneficio di pochi. Per Felice la modernizzazione passiva coincide con una sorta di modernizzazione riluttante.

Nel XIX secolo la gran parte della popolazione vive in campagna e il settore produttivo più importante è l’agricoltura. Il modo di produzione agricola è il più rappresentativo terreno di confronto tra istituzioni inclusive e istituzioni estrattive. Nel Sud il sistema feudale è abolito nel 1806 (1812 in Sicilia) e la struttura prevalente è il latifondo. La proprietà della terra è concentrata in poche mani: alla fine del Settecento le famiglie possidenti sono 600, più una cinquantina di baronie ecclesiastiche, e di queste il 3% controlla 700.000 persone, quasi un quarto della popolazione, circa 5 milioni di persone (dati calcolati da Pasquale Villani, cit. a p. 53). Nel Nord la concentrazione delle proprietà terriere è mitigata da sistemi come la mezzadria, che favoriscono la meccanizzazione e, secondo studiosi come Paolo Macry, la nascita di piccole aziende e di cooperative (p. 55). Il ragionamento sulle istituzioni estrattive può essere allargato: esiste un rapporto di relazione stretta tra il latifondo, l’alto tasso di analfabetismo, l’inesistente partecipazione politica, le scarse infrastrutture e la carenza di istituti di credito e di casse di risparmio.

Perché il Sud è rimasto indietro fornisce un quadro storico-economico oggettivo del divario tra Nord e Sud e sostiene la tesi dell’inadeguata classe dirigente come causa principale del ritardo del Sud rispetto al Nord. L’espressione “classe dirigente inadeguata” è abusata e generica. Felice intende dire che l’unità nazionale non ha prodotto unità istituzionale e che nel Sud, fatta eccezione per i primi vent’anni della Cassa per il Mezzogiorno, hanno continuato ad agire istituzioni estrattive di differente tipo. Il Sud si è passivamente adattato alla modernizzazione.

Il primo capitolo affronta il divario tra Nord e Sud prima e subito dopo l’Unità. Felice non nasconde al lettore i problemi che emergono nella costruzione delle serie storiche dei dati economici. Qui vorrei soffermarmi solo su un problema. Posto che la costruzione dei dati pare più solida dal 1871, qual è la situazione economica del Sud nel primo decennio unitario? Il brigantaggio, scemato intorno al 1864 (p. 208), ha effetti negativi soprattutto su Calabria e Basilicata, mentre l’introduzione della tariffa liberista danneggia l’industria del napoletano. Tuttavia il liberoscambismo genera effetti positivi per l’esportazione di prodotti di colture specializzate (viticoltura, olivicoltura, prodotti ortofrutticoli) di Puglia, Sicilia e Vulture, di prodotti dell’industria alimentare dell’Abruzzo e della Campania, dello zolfo estratto in Sicilia (pp. 38-39). Il liberoscambismo, inoltre, avvantaggia l’arrivo nel Sud Italia di prodotti inglesi e francesi, non tanto di quelli del Nord Italia, il cui livello capitalistico non è ancora sufficientemente competitivo con Inghilterra e Francia (pp. 213-214). A tale proposito Cafagna[7] ha parlato di “indifferenza reciproca” delle economie del Nord e del Sud. Per Felice questi elementi dimostrano gli effetti positivi che l’Unità ha inizialmente avuto sull’economia meridionale.

Per avere valore di verità, quest’ultima affermazione deve collegare i dati esposti alle condizioni economiche e politiche successive al 1861, dimostrando al contempo che non sono uno strascico positivo precedente l’anno della proclamazione del Regno d’Italia. Impresa ardua, visto che non si possono costruire dati economici attendibili prima del 1871. Per valutare nel modo più oggettivo possibile le condizioni socio-economiche sotto il Regno borbonico ci si deve affidare alle stime sociali, come i tassi d’istruzione, le stime sulla statura e in parte anche i dati ricostruiti sulla distribuzione del reddito, le quali ci dicono lo stato diffuso di povertà, indigenza e ignoranza in cui vive la gran parte della popolazione del Regno delle Due Sicilie. Queste stime vanno dunque lette nell’ottica della path dependence tra disuguaglianza ed esclusione sociale che genera istituzioni estrattive e che da queste è al contempo rigenerata (p. 219).

Da qui si pone il problema storico delle politiche attuate per il Sud da parte del nuovo governo unitario. Secondo Felice non è vero che non si è fatto nulla per il Sud: la questione meridionale è subito diventata questione nazionale, e molti esponenti politici, tra i quali diversi primi ministri (per esempio Crispi, Di Rudinì, Salandra, Nitti), sono meridionali. Il problema è che il Sud è rimasto sempre assoggettato a istituzioni estrattive, cosa che, sul piano politico, si traduce in malaffare, clientelismo, trasformismo.

Il secondo capitolo si concentra sulla modernizzazione passiva e intende mostrare dove le istituzioni estrattive hanno avuto effetti negativi e dove invece non si sono sentiti i loro effetti. Gli effetti risultano negativi per sviluppo economico ed educazione, in quest’ultimo caso mitigati già nel 1911, quando la legge Daneo-Credaro prescrive il passaggio della materia scolastica dai comuni allo Stato: in termini teorici, questo aspetto della modernizzazione passiva diviene prerogativa dell’istituzione inclusiva statale (p. 123); effetti negativi, invece, si sono verificati meno per la salute (longevità, statura, alimentazione ecc.).

La parte centrale del libro mi sembra quella dedicata all’industrializzazione nel Sud (pp. 107-116) e all’industrializzazione nel Nord (pp. 100-107). Considerati i divari regionali di reddito, si possono individuare le quattro fasi storiche del divario Nord / Sud (fig. 2.1. a p. 101, pp. 102-103, pp. 107-116)[8]:

  • 1861-1913. Età post-unitaria e liberale. Si delinea il Triangolo industriale (Torino, Milano, Genova) mentre il Mezzogiorno arretra. Nel 1871 il Nord-Ovest parte da un reddito medio di 110, il Nord-Est e il Centro (d’ora in poi Nec) di 103, il Sud di 90. Nel 1913 il Nord-Ovest tocca quota 120, il Nec scende a circa 100, il Sud arriva quasi a 80. In questi anni il Sud regge grazie alle esportazioni agricole, ostacolate dalla politica protezionista del 1887, e grazie anche all’emigrazione.
  • 1913-1951. Primo dopoguerra, età fascista, e immediato secondo dopoguerra. È il periodo di massima divergenza tra Nord e Sud. Nel 1931 il reddito medio del Nord-Ovest si attesta intorno a 125, quello del Nec rimane appena sopra 100, quello del Sud scende sotto quota 80. Nel 1951 il Nord-Ovest tocca 150, il Nec sale di poco, il Sud scende quasi a 60. La guerra e le conversioni industriali dopo il conflitto favoriscono le industrie del Nord. Il Sud ha la grande occasione di un progetto di modernizzazione ideato da Francesco Saverio Nitti e dall’ingegnere Angelo Omodeo, che prevede la costruzione di grandi impianti idroelettrici. L’instabilità politica e la resistenza tenace dei poteri locali, soprattutto latifondisti, affossano il progetto. Durante il fascismo il Sud tocca la peggiore condizione socio-economica con la battaglia del grano, la crisi del 1929, l’autarchia, il trionfale annuncio della fine della questione meridionale (Raffaele Ciasca, voce “questione meridionale”, Treccani, 1935). Inoltre il fascismo, come la mafia, condivide gli interessi dei grandi proprietari terrieri.
  • 1951-1973. Dalla fondazione della Cassa per il Mezzogiorno alla crisi petrolifera. Negli anni del miracolo economico la strategia economica di sviluppo per il Sud sembra funzionare e il Sud converge rapidamente verso il Nord. Nel 1971 il reddito medio del Nord-Ovest è quasi a quota 120, quello del Nec si attesta sopra 100, quello del Sud supera quota 70. La Cassa per il Mezzogiorno dà vita alla “più imponente politica di sviluppo regionale realizzata in tutto l’Occidente” (p. 110). Riprende l’emigrazione, la manodopera si sposta dal settore agricolo a quello industriale, aumenta la produttività e migliorano anche le condizioni sociali e civili. La prima battuta d’arresto si ha nel 1973, quando scoppia la crisi petrolifera. L’epilogo può essere considerato il 1980, anno del terremoto in Irpinia e occasione di lauti introiti per la camorra. La Cassa del Mezzogiorno muore sotto i colpi del clientelismo e dei poteri locali.
  • 1973-oggi. Il lento declino. Il Nord-Ovest scende a una quota di reddito medio poco superiore a 110, il Nec converge verso il Nord-Ovest toccando quasi quota 110, il Sud si attesta sotto quota 70. In questo periodo si tentano nuove strategie. Dalla politica top-down della Cassa per il Mezzogiorno, poco flessibile, si passa a politiche bottom-up di incentivi e stimoli, con scarsi risultati.

Dal quadro economico delineato emergono due note sulle quali occorre riflettere: (i) tra il 1911 e il 1951 il Sud si è “mostrato del tutto incapace di generare un qualsiasi sviluppo industriale autonomo, senza cioè il supporto di poteri pubblici” (p. 109): non è solo la modernizzazione passiva a venire a galla, ma anche un limite specifico, benché generico, del Meridione; (ii) la Cassa per il Mezzogiorno, per quanto sia stata la più importante istituzione inclusiva per il Sud, non è riuscita a risolvere il problema endemico della disoccupazione né la mancanza di “protagonismo endogeno”, promuovendo dall’alto iniziative sui territori e perciò scontrandosi spesso con i poteri locali (pp. 111-112): la Cassa è stata, insomma, un’istituzione inclusiva a metà, comunque dentro un quadro di modernizzazione passiva. L’insufficiente protagonismo endogeno mostra che il problema strutturale è più profondo e che incentivi bottom-up senza piano strategico non possono avere successo.

Nel terzo capitolo Felice si occupa delle teorie che cercano di spiegare il ritardo del Sud. Contesta la teoria razzista (la popolazione meridionale è inferiore alla popolazione settentrionale) e la teoria colonialista (il Nord ha conquistato il Sud facendone una propria colonia); accetta con riserva la teoria etica (il Sud è storicamente arretrato in cultura e civiltà rispetto al Nord) e la teoria geografica (il Sud non si è sviluppato a causa della conformazione del proprio territorio). La riserva a quest’ultima teoria riguarda le differenze regionali, che Felice non scorda di segnalare lungo tutto il saggio, e che però risultano tali da contraddire la teoria stessa. Della teoria etica, invece, rifiuta la celebre teoria sulla tradizione civica del Nord contro il Sud di Robert Putnam, mentre accetta la teoria sul differente capitale sociale tra Nord e Sud avanzata da Edward Banfield[9], pur con molte riserve a proposito del concetto di “capitale sociale” (p. 191), e soprattutto riconducendo il differente capitale sociale al differente modo di produzione agricola (latifondista al Sud; vario al Nord ma con presenza cospicua del sistema mezzadrile). Felice azzarda delle stime quantitative, da non prendere come misure oggettive (pp. 196-197), comunque utili a ricordare che il valore del capitale sociale dipende dalle condizioni strutturali, sia politico-istituzionali che socio-economiche. Nel Sud, queste condizioni hanno subito importanti cambiamenti nel tempo, con risultati diversi nelle aree meridionali. Purtroppo non hanno smesso di generare deprecabili effetti, “l’etica particolaristica, le pratiche clientelari, il peso delle organizzazioni criminali” (p. 197), fenomeni che da un po’ di tempo riguardano non più solo il Sud, ma l’Italia intera.

È chiaro che il discorso sul presente non può limitarsi a una sola area geografica del Paese. Felice stesso afferma che l’Italia tutta fatica a trovare una via d’uscita dalla crisi e a riadattarsi rispetto al proprio passato[10]. Per questo la questione meridionale va oggi collocata all’interno della questione nazionale. L’opposizione Nord / Sud è uno strumento d’indagine analitica, non di prassi politica. E non è un dato di semplice costruzione. Dove collocare il Centro? Come dare giustificazione storica all’incasellamento della Sardegna nel Sud? La storia della Sardegna non ha nulla a che fare con la storia del Mezzogiorno prima del primo dopoguerra. Ma anche la storia della Sicilia è giustamente considerata una storia a parte. C’è poi un problema fondamentale, segnalato da Salvatore Lupo nella prefazione del suo saggio La questione. Come liberare la storia del Mezzogiorno dagli stereotipi (Roma, Donzelli, 2015): è giusto dire che la modernizzazione del Sud è passiva considerando lo Stato italiano, autore del progresso sociale (nell’istruzione e nella sanità), un’istituzione “esterna”? Non è un problema da poco. Felice ha risposto a Lupo in un articolo pubblicato il 2 novembre del 2015 su la Stampa, nel quale sottolinea che la distinzione fondamentale non è tra settentrionali e meridionali ma «fra quanti, dentro il Mezzogiorno, hanno goduto di rendite e di privilegi e quanti invece si sono ritrovati vittime di quell’assetto estrattivo, spinti a emigrare o costretti a adattarvisi». Concordo in parte. Credo infatti che il problema cronico delle istituzioni inadeguate debba ricade sui cittadini. La mancanza di civicness è storicamente correlata ai dati sociali (istruzione, sanità ecc.), senza ricorrere a ricorsi storici inesistenti, come ha fatto Putnam. Questo oggi è un problema italiano (e non solo italiano), che si presenta però sotto nuovi aspetti e per il quale, forse, il tipo di censimento concepito in età moderna per registrare i processi di sviluppo non è più adatto.

L’analisi del divario, però, resta uno strumento potente i cui risultati vanno collocati nel loro contesto storico. Lo studio approfondito di questi contesti permette di individuare quelle eccezioni che, non facendo sistema, confermano la regola. Non si tratta però di ricerche inutili. Anzi, riescono a instillare dubbi su interpretazioni consuete di periodi storici. Per esempio, tornando al libro di Felice, come interpretare l’età giolittiana? Si tratta di un periodo controverso della storia d’Italia, sul quale i giudizi degli storici non sempre convergono. Anche a proposito della questione meridionale nel primo decennio del XX secolo non c’è unanimità: è stato un periodo di declino o di miglioramenti per il Sud? È stato un periodo di apertura ai mercati grazie ai trattati commerciali o di chiusura, di protezionismo e di clientelismo? Meglio lasciare la parola agli esperti, cioè agli storici.

[1] Indispensabile cornice del lavoro di Felice è G. Vecchi, In ricchezza e in povertà. Il benessere degli italiani dall’Unità a oggi, Bologna, Il Mulino, 2011.

[2] L. Cafagna, “Modernizzazione attiva e modernizzazione passiva”, in Meridiana, n. 2, 1988, pp. 229-240.

[3] L. Cafagna, “La rivoluzione agraria in Lombardia”, in Annali dell’Istituto G.G. Feltrinelli, II, 1959, pp. 367-428.

[4] Si tratta del celebre termine tratto dal saggio di Vincenzo Cuoco. Cafagna nota comunque che il termine rientra nella modernizzazione attiva in quanto “processo di trasformazione guidato dall’alto” (p. 239).

[5] A p. 223 si legge: “Era invece essa stessa [la bassa civicness del Sud Italia] il prodotto della disuguaglianza e delle istituzioni estrattive, scaturiva da quello specifico contesto, il Mezzogiorno borbonico fra Sette e Ottocento”.

[6] D Acemoglu e J. Robinson, Perché le nazioni falliscono?, Milano, Il Saggiatore, 2013.

[7] L. Cafagna, Dualismo e sviluppo nella storia d’Italia, Venezia, Marsilio, 1989 (cit. da Felice a p. 213).

[8] I valori si riferiscono al Pil pro capite a valori assoluti, in euro 2011, per l’Italia e le macroregioni, calcolati per intervalli regolari.

[9] E. Banfield, Le basi morali di una società arretrata, Bologna, Il Mulino, 2006.

[10] Il rimando è a E. Felice, Ascesa e delcino. Storia economica d’Italia, Bologna, Il Mulino, 2015. Il saggio è un complemento necessario a Perché il Sud è rimasto indietro.


Sulla questione meridionale. Appunti dal Rapporto SVIMEZ 2015

4 settembre 2015

1 Nota introduttiva

Ogni settimana ci vengono comunicati dati statistici sul PIL, sul debito pubblico, sul lavoro, sullo spread, quasi fossero tanti bollettini della giornata finanziaria. Nulla di peggio per finire in pasto al commentario mediatico e politico, alla propaganda di governo; nulla di meglio per creare stordimento e confusione. Come se l’economia finanziaria fosse comprensibile seguendo giornalmente i dispacci di Borsa; come se ogni due tre giorni si ribaltasse lo stato socio-economico di un Paese. Così il dato statistico equivale al sondaggio. Mi pare che la situazione sia notevolmente peggiorata negli ultimi tempi, e ne è segno la diatriba tra Ministero del Lavoro e Istat, e ne sono complici gli opinionisti, titolati e no, che scrivono editoriali, commentano in radio, sul web o in collegamento televisivo.

Nel mese di luglio lo SVIMEZ, che è un’associazione seria e nata con idee serie e obiettivi seri, ha reso pubblico l’annuale rapporto sul Mezzogiorno. Sono dati molto importanti, dati raccolti su serie storiche di medio-lungo periodo, non negli ordini trimestrale o mensile che tanto piacciono alla (dis)informazione. Il rapporto ha suscitato un breve dibattito, che subito ha preso la piega di dibattito intorno all’ennesima ca…ata del nostro Presidente del Consiglio. Così il dibattito si è spaccato in due tronchi: un dibattito morale, intorno allo sfacelo del Sud, di sapore apocalittico e narrativo, e un dibattito da perdigiorno, intorno a dichiarazioni che sottolineano la scarsissima serietà di questo governo, di chi ci governa – e non solo di costoro. E con ciò, per l’ennesima volta, la faccenda politica, la questione meridionale come questione nazionale, come diceva chi sapeva vederla molto lunga, è degenerata.

Dopo aver scorto il rapporto, la persona saggia, supportata nel ragionamento, afferma: “Si può dire che s’investono e s’investiranno molti soldi per il Sud, ma così le cose non cambieranno di una virgola, anzi peggioreranno, perché ciò che manca è un’amministrazione che sappia gestire questi soldi e disegnare dei programmi validi di medio periodo. E’ una questione politica, non finanziaria”. Il ministro dichiara: “Investiremo tot e tot in questo e tot in infrastruttura e tot all’ILVA e… tot e tot nel Sud. Ci vogliono le riforme. Il Sud deve svegliarsi”. Non sembra nemmeno buona propaganda, eppure rimbalza sempre di media in media.

2 Appunti

  • PIL: periodo 2008-2014: Sud -13,0%; Centro-Nord -7,4% (Nord-Ovest -6,5%; Nord-Est -6,0%; Centro -10,4%); Italia -8,7%; la flessione dell’attività produttiva al Sud è più profonda e più estesa che nel resto dell’Italia, ha effetti negativi che appaiono strutturali e non transitori; PIL 2014: Sud 16.976; Centro-Nord 31.586 (Nord-Ovest 33.184; Nord-Est 32.086; Centro 28.968); Italia 26.585; in particolare: (i) la flessione nel resto d’Italia sembra culminare nel 2012 con valori meno negativi nel 2013 e leggera ripresa nel 2014; (ii) la flessione nel Sud non s’interrompe nel 2014 sebbene con valori meno negativi; (iii) la crisi colpisce il Sud strutturalmente, in quanto già provato socio-economicamente da situazione in declino; (iv) è bene sottolineare che il declino socio-economico, pur in un biennio di lieve ripresa, riguarda l’intera Italia, eccettuando alcune variabili socio-economiche (livelli di ricchezza famigliare, livelli di occupazione), con il Centro-Nord che flette un po’ più della media europea e un po’ più della Spagna (i cui livelli occupazionali sono tuttavia peggiori di quelli dell’Italia) e un Sud che vive nel periodo di crisi (2008-2014) in una situazione socio-economica peggiore di quella della Grecia.
  • Produttività: 2008-2014: caduta occupazione: Sud -20%; Centro-Nord -13,4%; caduta attività produttiva: Sud -35%; Centro-Nord -14%; caduta produttività: Sud -18,2%; Centro-Nord -0,3%.
  • Nota sugli investimenti: sulla caduta degli investimenti nel Sud pesa la drastica riduzione del contributo pubblico al sistema produttivo: 2008-2014: Sud -76,3% (da 5,5 a 1,3 miliardi di euro); Centro-Nord -16,9% (da 3,2 a 2,6 miliardi di euro): senza un’adeguata politica di investimenti pubblici, senza una politica industriale ed economica per il Sud, un piano per il Mezzogiorno che almeno faccia intendere la strategia politica, il Sud non può strutturalmente riemergere.
  • Investimenti nell’industria: periodo 2008-2014: Sud -59,3%; Centro-Nord: -17,1%; l’erosione degli investimenti dimostra una riduzione nel Sud del potenziale di crescita e di benessere.
  • Investimenti in agricoltura: periodo 2008-2014: Sud -38,1%; Centro-Nord -10,8%.
  • Investimenti nel terziario: 2008-2014: Sud -33,1%; Centro-Nord -31,0%.
  • Industria manifatturiera: periodo 2008-2014: Sud -33,1%; Centro-Nord -14,4%; in particolare, l’erosione produttiva nel Sud appare profonda e strutturale intaccando anche imprese sane ma non attrezzate a superare la crisi.
  • Attività produttiva manifatturiero: 2001-2014: Sud -28%; Centro-Nord -8,5%.
  • Esportazioni: 2014: Sud -4,8%; Centro-Nord +3%; 2008-2014: Sud -2,4%; Centro-Nord +11,1%; il che dimostra che le politiche di “austerity espansiva” infieriscono ancora di più contro il Sud.
  • Attività produttiva industria: 2008-2014: Sud -38,7%; Centro-Nord -28,9%.
  • Attività produttiva agricoltura: 2008-2014: Sud -16,0%; Centro-Nord +0,3%.
  • Attività produttiva terziario: 2001-2014: Sud -2,1%; Centro-Nord +7,1% – per tendenza anticiclica del terziario: l’economia meridionale declina molto più dell’economia settentrionale a causa del peso del terziario (attività commerciali, turistiche ecc.), che pesa per il 40% nella crisi dell’economia meridionale e per il 27% nella crisi dell’economia settentrionale, dove invece il peso maggiore è dell’industria (50% della crisi dell’economia settentrionale).
  • Dati occupazionali: 2008-2014: Sud -9%; Centro-Nord -1,4%. Incidenza della politica di investimenti pubblici (amministrazioni pubbliche, istruzione, sanità): 2008-2014: Sud -9% (-147.000); Centro-Nord +2,7% (82.000). 2014: occupati nel Sud: 5,8 milioni = punto più basso dal 1977 (primo anno rilevazioni ISTAT). In particolare: la disoccupazione al Sud cresce più che al Centro-Nord tra i giovani (Sud -31,9%; Centro-Nord -26%), in un quadro nazionale che resta del tutto sfavorevole all’occupazione giovanile, in particolare ai giovani con livelli di studio medio-bassi, ma più di recente anche ai giovani con livelli di studio medio-alti, tra i quali cresce il periodo di attesa e di ricerca di lavoro; cresce di più tra le classi di età centrali (Sud -8,5%; Centro-Nord -2,1%); aumenta in modo più contenuto il tasso di occupazione tra chi ha più di 50 anni (Sud +17,5%; Centro-Nord +31,3%); in maggiore calo gli occupati italiani (Sud -11,3%; Centro-Nord -4,7%), in maggiore aumento gli occupati stranieri (Sud +67%; Centro-Nord +31,7%); in calo l’occupazione femminile a differenza del Centro-Nord (Sud -3,2%; Centro-Nord +1,9%). Per quanto riguarda l’occupazione, i dati nazionali risultano più negativi dei dati degli altri Paesi europei e della media europea a causa dell’incidenza dei dati negativi del Sud, senza i quali il Centro-Nord avrebbe parametri occupazionali simili a quelli della Spagna.
  • Ricchezza familiare: al Sud 1 famiglia su 3 è a rischio povertà, con punte di quasi 1 su 2 per la Sicilia e livelli elevati per la Campania. I dati sulla distribuzione della ricchezza dimostra che nel Centro-Nord il 28,5% degli abitanti si colloca nei due quinti di reddito familiare più povero; nel Sud è il 61,7%, con punte del 72% in Sicilia, del 69,8% in Molise, del 65,9% in Campania.
  • Migrazione: la migrazione interna dal Sud al Centro-Nord si rivela fenomeno ancora importante (1.667.000 emigrati a fronte di 923.000 rientrati) e che può pesare strutturalmente sulla demografia meridionale, oltre che sulla ricchezza della regione. Il saldo della migrazione mostra che cresce la percentuale dei giovani (70,7%) e, tra questi, risulta più pesante che in passato la percentuale dei laureati (27,6%), sebbene si tratti ancora di percentuali non elevatissime, ma che danno l’idea della perdita socio-economica che nel Sud è ormai fattore costante. La demografia meridionale mostra dei livelli di natalità più bassi, con il numero di mortalità che supera il numero di natalità. La situazione demografica del Sud è prossima a quella del 1860.

3 Nota di chiusura

Nel Sud si assiste a un processo di desertificazione socio-economica e demografica. Tale processo non è affatto transitorio, ma strutturale. La condizione socio-economica del Sud è peggiore della condizione della Grecia. È evidente che le politiche riformistiche, la riduzione dell’intervento economico dello Stato e la “contrazione espansiva” uccidono qualsiasi possibilità di sviluppo, che date le condizioni attuali, e considerate tali condizioni lungo le serie storiche, non possono che fare parte che di una politica di sviluppo, di una politica industriale. Senza intervento pubblico, sia per l’emergenza sociale e criminale, sia per lo stato economico e sociale, il Sud muore. E non muore ufficialmente solo perché non è uno Stato a sé. La questione meridionale è la più urgente questione nazionale. Ne va del Nord stesso e delle possibilità di creare una virtuosa economia interna.

È tuttavia interessante che il crollo del Sud si possa contestualizzare in un periodo politico che, sebbene veda l’affermarsi di un movimento territoriale del Nord, risulta comunque caratterizzato dal diffondersi di uno stato di meridionalizzazione dal Sud al Centro-Nord, con casi di infiltrazioni mafiose fino alla Lombardia e al Piemonte, nonché con una stagione politica che vede l’affermazione di ceti politici e dirigenti del Sud, in ambito politico e in quello istituzionale, in quanto affermazione personale o territoriale (forza clientelare). I ceti politici e dirigenti del Sud sono per lo più forze clientelari, incapaci, insufficienti, o costruite su un potere personale e carismatico. Senza ceti politici e dirigenti adeguati, non è possibile alcuna seria politica di intervento pubblico.

Ai commentatori che richiamano Gramsci e le sue riflessioni sulla questione meridionale, si potrebbe rispondere dicendo che più dell’alleanza operai del Nord e contadini del Sud, il Mezzogiorno avrebbe bisogno di una classe dirigente decente e valida. Faccenda problematica, considerata la classe dirigente nazionale. Insieme a Gramsci, comunque, conviene rileggere Salvemini.